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20 Giugno 2026
20 Giugno 2026
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La frontiera sanitaria delle aree interne della Sila greca: “Senza servizi i paesi muoiono”

L’allarme lanciato a Longobucco da Cgil, Asp e sindaci: diritto alla salute, spopolamento e sviluppo sono ormai una sola emergenza

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Non è stato un dibattito soltanto su ospedali, ambulanze o medici di base. Il confronto pubblico “Sanità, Territorio, Futuro”, svoltosi ieri in piazza Fosso a Longobucco e promosso dalla Camera del Lavoro CGIL, si è rapidamente trasformato in una riflessione sul destino delle aree interne della Calabria, sulla possibilità di continuare a vivere nei piccoli comuni di montagna senza sentirsi cittadini di serie B e sul rapporto sempre più stretto tra diritto alla salute, contrasto allo spopolamento e prospettive di sviluppo delle comunità locali.

Le parole di Stasi e Baratta

Ad aprire i lavori è stato il giornalista Natalino Stasi, che ha immediatamente collocato il tema sanitario dentro una dimensione più ampia, sostenendo che “quando si parla di aree interne non si parla solo di ospedali e di medicina, ma soprattutto del diritto di restare in questi paesi, della possibilità per le giovani famiglie di continuare a vivere in luoghi di montagna come Longobucco e, inevitabilmente, si parla di futuro”. Stasi ha quindi posto al centro del confronto la domanda che avrebbe accompagnato l’intera serata, interrogandosi se quanto fatto finora sia sufficiente e soprattutto “quale futuro immaginiamo per la sanità dei piccoli comuni», ricordando che «il diritto alla salute non può dipendere dal luogo in cui si vive”. Ripercorrendo le battaglie degli ultimi anni, il responsabile della Camera del Lavoro CGIL di Longobucco, Antonio Baratta, ha ricordato che “le nostre rivendicazioni sono sempre state tre: una guardia medica H24, un medico di base e un’ambulanza”, spiegando come il territorio abbia organizzato nel tempo manifestazioni, incontri istituzionali e iniziative di protesta culminate con l’occupazione per oltre quindici giorni del Consiglio comunale. Baratta ha evidenziato come proprio quella mobilitazione abbia contribuito ad accendere i riflettori sulla situazione di Longobucco, ma ha anche avvertito che le innovazioni introdotte negli ultimi mesi non possono essere considerate risolutive. “La telemedicina può salvare la vita alle persone, ma non è il toccasana della sanità delle aree interne”, ha affermato, aggiungendo che “il toccasana è avere specialistica e servizi all’interno dei poliambulatori, perché noi viviamo una condizione di isolamento che probabilmente altri comuni non hanno e abbiamo una popolazione ultra sessantacinquenne che supera il 30 per cento”. Il sindacalista ha inoltre richiamato l’attenzione sulle Case di Comunità, osservando che “fare una Casa di Comunità significa poi riempirla di medici, specialisti e infermieri, altrimenti rischiamo di lasciare delle scatole vuote”.

Le considerazioni di Pirillo e Pignataro

Il sindaco di Longobucco, Giovanni Pirillo, ha invece rivendicato i primi risultati raggiunti grazie al dialogo istituzionale con l’Asp di Cosenza, affermando che “siamo ancora all’inizio di un percorso, ma già vedere la Casa di Comunità che prende forma e la Bottega della Salute diventare realtà ci fa intravedere uno spiraglio di un futuro migliore». Secondo il primo cittadino, “oggi non siamo più completamente isolati” e il territorio dispone finalmente di strumenti che consentono di fornire le prime risposte ai cittadini. Pirillo ha però individuato nella carenza di personale il principale problema ancora aperto, sostenendo che “i medici li abbiamo, ma sono tutti nelle strutture private, perché vengono maggiormente gratificati economicamente e professionalmente” e sottolineando la necessità che la sanità pubblica torni ad essere attrattiva e capace di valorizzare i professionisti. Di forte spessore tecnico l’intervento della dottoressa Serena Pignataro, medico dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza e presidente di Generazione FP CGIL Cosenza, che ha spiegato come l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche impongano un profondo ripensamento del modello sanitario. “Dobbiamo cambiare il paradigma, non portando il cittadino necessariamente all’ospedale, ma portando i servizi di cura verso il cittadino”, ha affermato, evidenziando come le persone abbiano bisogno di essere accompagnate lungo un percorso di cura sempre più lungo e complesso. Pignataro ha inoltre sostenuto che “la telemedicina non vuole creare distanza, ma essere un modo per stare più vicini al cittadino”, consentendo di intercettare precocemente i bisogni di salute e alleggerire il carico sugli ospedali.

La testimonianza di Forciniti

Proprio per tradurre in un’esperienza concreta i concetti di telemedicina e monitoraggio a distanza, il moderatore dell’incontro, il giornalista Natalino Stasi, ha invitato a intervenire Anna Forciniti, una delle tre persone coinvolte nella sperimentazione dei braccialetti sanitari avviata a Longobucco. La donna ha raccontato di avere registrato un picco di 140 battiti al minuto e di avere successivamente rimosso il dispositivo per fare la doccia, interrompendo inconsapevolmente il monitoraggio e facendo scattare il sistema di allerta. “Il monitor non registrava più nulla e subito si è attivata tutta la macchina. Hanno iniziato a telefonarmi per vedere se fosse tutto a posto”, ha spiegato. Forciniti ha quindi riferito di essersi recata presso l’ambulatorio Asp di Longobucco, dove il personale sanitario le ha eseguito un elettrocardiogramma, la misurazione della pressione arteriosa e della saturazione. “Hanno controllato tutto quello che c’era da controllare e si sono resi conto che era tutto a posto. A quel punto hanno chiuso il monitoraggio, mi hanno dimessa e sono tornata a casa: in teoria era come se fossi ricoverata in ospedale”, ha affermato, definendo il braccialetto “una cosa positiva perché ti avvisa e ti monitora ventiquattro ore su ventiquattro”. Una testimonianza che ha dato un volto concreto alla telemedicina, mostrando come l’innovazione possa ridurre il senso di isolamento delle comunità montane e garantire una presa in carico costante dei pazienti fragili.

I sindaci della Sila greca

Il dibattito si è poi allargato all’intera Sila Greca. Il sindaco di Bocchigliero, Alfonso Benevento, ha sostenuto che «il diritto alla salute non si ottiene perché uno protesta» e che “nell’ambito dei principi della nostra Costituzione questo deve essere un diritto garantito e non conquistato attraverso le mobilitazioni”, aggiungendo che “in Italia non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B”. Benevento ha quindi posto l’accento sul tema del tempo dei soccorsi e della programmazione sanitaria, osservando che “una vita umana non può essere un numero” e che “perdere tempo significa continuare a perdere popolazione e mettere a rischio il futuro delle nostre comunità”. Ancora più netto il vicesindaco di Campana, Francesco Iacovino, che ha denunciato la progressiva scomparsa dei medici dai piccoli centri montani. “I medici sono spariti, così come i medici di base”, ha affermato, ricordando che in passato i professionisti vivevano nei paesi e costituivano un presidio permanente per le comunità. Iacovino ha inoltre evidenziato le criticità del sistema dell’emergenza-urgenza, spiegando che “quando a Campana qualcuno si sente male, il tempo di attesa dell’ambulanza può superare un’ora e dieci minuti” e sostenendo che “non è possibile immaginare una sanità di serie A e una sanità di serie B in base ai numeri”, perché “la perdita della sanità è direttamente proporzionale allo spopolamento”.

La parola alla Cgil

A ricondurre tutte queste criticità dentro una riflessione complessiva è stato il segretario generale della CGIL Cosenza, Massimiliano Ianni, che ha posto una domanda destinata a riassumere l’intera serata: “Quale modello di sanità serve oggi alla Calabria?”. Secondo Ianni, il sistema sanitario regionale si è progressivamente strutturato attorno all’ospedale come unico presidio percepito come accessibile dai cittadini, mentre “i sistemi sanitari moderni funzionano quando l’ospedale rappresenta soltanto uno dei nodi della rete assistenziale e non il suo centro esclusivo”. Il segretario generale della CGIL ha quindi sostenuto che “la sanità territoriale non è un servizio minore, ma il principale strumento di equità sociale” e ha avvertito che “quando un sistema pubblico arretra su un territorio avanzano inevitabilmente privatizzazioni, rinuncia alle cure e disuguaglianze economiche”, fino alla conseguenza più grave: “Lì dove non c’è sanità, la popolazione se ne va”.

Le conclusioni del direttore generale

A chiudere i lavori è stato il Commissario dell’Asp di Cosenza e Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza, Vitaliano De Salazar, che ha indicato l’esperienza di Longobucco come un modello innovativo di sanità territoriale, ricordando che “proprio oggi l’esperienza di Longobucco è raccontata sulle pagine del Venerdì di Repubblica. Non è pubblicità, significa che abbiamo colto nel segno”. Il direttore generale ha spiegato che «abbiamo costruito un’esperienza di sanità come comunità, senza colori politici e con amore per questo territorio» e ha annunciato l’arrivo di quaranta nuovi braccialetti per il telemonitoraggio sanitario, la consegna degli attestati agli ottanta volontari soccorritori che hanno completato il percorso formativo sull’uso del defibrillatore e l’estensione del modello sperimentato a Longobucco all’intero comprensorio della Sila Greca. “Questo non è il tempo di girare a vuoto. È un tempo emergenziale per la sanità italiana”, ha affermato De Salazar, riconoscendo che la carenza di medici rappresenta una criticità nazionale e sostenendo la necessità di “trovare strade alternative”. Secondo il Commissario Asp, “la telemedicina è fondamentale per le comunità montane e Longobucco ha dimostrato che si può fare”, al punto da poter diventare un vero e proprio laboratorio di innovazione sanitaria. “Possiamo essere noi il laboratorio. È finito il tempo dello scontro, è arrivato il tempo del progetto”, ha concluso, lasciando alla platea il messaggio che ha chiuso idealmente la serata: “Ce la possiamo fare e ce la faremo. Basta che siamo veri”. Dal confronto di Longobucco è emersa così una convinzione condivisa da amministratori, sindacati, professionisti e cittadini: nelle aree interne la sanità non rappresenta soltanto un servizio pubblico, ma una condizione essenziale di cittadinanza, il presupposto per contrastare lo spopolamento e consentire alla Sila Greca e a tutte le aree montane di continuare ad avere un futuro.

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