Si può nascere in una famiglia segnata da una storia difficile senza esserne prigionieri per tutta la vita? Si può scegliere un futuro diverso da quello che il proprio cognome sembra imporre? Sono le domande al centro dell’incontro con Danilo Chirico, autore, insieme a Giuseppina Pesce, del libro “La figlia del clan. Un cognome da nascondere, un destino da riscrivere”, ospitato nella Sala Murmura del Valentianum, a Vibo Valentia, nell’ambito della nona edizione del Festival del Sud – Valentia in Festa. Un appuntamento dedicato al rapporto tra identità, origini familiari e libertà di scelta, con un messaggio rivolto soprattutto ai giovani: nessuno deve essere condannato a ripetere la storia della famiglia in cui è nato.


“La figlia del clan”, il libro di Danilo Chirico al Festival del Sud di Vibo Valentia
Un cognome può diventare un marchio difficile da cancellare, soprattutto quando è associato a vicende di criminalità organizzata. È da questa riflessione che ha preso forma il confronto dedicato al libro di Danilo Chirico e Giuseppina Pesce presentato durante il Festival del Sud – Valentia in Festa. Il titolo dell’opera, “La figlia del clan. Un cognome da nascondere, un destino da riscrivere”, richiama il conflitto tra il peso delle origini e il desiderio di costruire autonomamente la propria identità e racconta la storia di Pesce Giuseppina.
La figlia del Clan
“Una macchina corre sulla Salerno-Reggio Calabria. È l’estate di Italia ’90. Una famiglia canta felice con i finestrini abbassati, diretta a Gardaland. Sul sedile posteriore giocano tre bambini. Tra loro c’è Giusy, undici anni. Non sa ancora che quella felicità è fragile, che il suo cognome pesa come una sentenza. Giuseppina Pesce è cresciuta a Rosarno, nel cuore di uno dei clan più potenti della ‘ndrangheta. Figlia, sorella, nipote di boss. Nata in una casa dove il silenzio è legge e il sangue non si tradisce, a poco più di trent’anni sceglie di parlare. Di testimoniare. Di spezzare la catena. Lo fa per salvare i suoi figli. È una delle prime donne di ‘ndrangheta a collaborare con la giustizia. E da quel momento perde tutto: la famiglia, il nome, la vita di prima. La figlia del clan è il racconto intimo e sconvolgente di una donna che ha attraversato violenza, colpa e paura per conquistare la libertà. Una storia di mafia e maternità, omertà e coraggio, caduta e rinascita.. L’incontro ha affrontato il tema della possibilità di sottrarsi ai condizionamenti familiari e sociali, mettendo al centro il diritto di ogni persona a scegliere chi diventare, indipendentemente dal contesto in cui è cresciuta”.
Il peso del cognome e la libertà di scegliere: il messaggio ai giovani
Il tema centrale della giornata è stato il riscatto personale. Nascere in un determinato ambiente familiare non significa doverne necessariamente condividere valori, comportamenti e scelte. Un principio particolarmente importante quando si parla di criminalità organizzata, dove il legame con la famiglia e il territorio può trasformarsi in uno strumento di condizionamento. Il confronto ha posto l’attenzione sul coraggio necessario per intraprendere un percorso diverso, superare le aspettative degli altri e costruire una vita fondata sulla libertà e sulla responsabilità individuale. Il messaggio rilanciato dagli organizzatori è chiaro: il luogo in cui si nasce e il cognome che si porta non devono stabilire il destino di una persona.
Scuola e legalità, il confronto con Raffaele Suppa, Licia Bevilacqua e Libera
A moderare l’incontro è stato Tonino Fortuna, direttore di Zoom24, con gli interventi dei dirigenti scolastici Raffaele Suppa e Licia Bevilacqua e di Raffaele Pileggi, dottore di ricerca in Studi sulla criminalità organizzata, rappresentante di Libera Vibo Valentia e collaboratore di C7. La presenza del mondo della scuola e dell’associazionismo antimafia ha dato spazio a una riflessione sul ruolo dell’educazione come strumento di libertà e cambiamento. La formazione, il confronto e la conoscenza possono offrire ai ragazzi strumenti per riconoscere i condizionamenti e sviluppare una propria autonomia di giudizio. In questo percorso, la scuola e le realtà impegnate nella promozione della legalità rappresentano punti di riferimento per accompagnare le nuove generazioni verso scelte consapevoli.
Rompere con la cultura mafiosa: il diritto di non ereditare le colpe della famiglia
Uno degli aspetti più significativi affrontati durante l’appuntamento riguarda la distinzione tra responsabilità individuale e appartenenza familiare. Un figlio non può essere considerato responsabile delle azioni dei propri genitori, così come un cognome non può trasformarsi in una condanna sociale. È una questione che coinvolge il rapporto tra identità personale, pregiudizi e opportunità di riscatto. Il percorso verso una vita diversa può richiedere coraggio e sostegno, soprattutto quando significa mettere in discussione modelli radicati nel proprio ambiente. Da qui l’importanza di costruire una comunità capace di riconoscere e accompagnare chi sceglie di affermare la propria libertà.
Festival del Sud – Valentia in Festa, la cultura come strumento di cambiamento
L’incontro con Danilo Chirico si inserisce nel programma della IX edizione del Festival del Sud – Valentia in Festa, manifestazione che propone momenti di confronto su temi culturali e sociali. Attraverso la presentazione di “La figlia del clan”, il festival ha scelto di affrontare una questione particolarmente significativa per i territori segnati dalla presenza delle organizzazioni mafiose: la possibilità di costruire percorsi di vita alternativi, partendo dall’educazione, dalla consapevolezza e dalla libertà di scelta. Il dialogo ospitato al Valentianum ha coinvolto il mondo dell’informazione, della scuola e dell’associazionismo, mettendo in relazione esperienze e prospettive differenti.
“Un cognome non può decidere il tuo destino”: da Vibo Valentia un messaggio di riscatto
Il messaggio conclusivo dell’iniziativa è rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a seguire una strada soltanto perché tracciata dalla propria storia familiare. E nessuno dovrebbe essere giudicato esclusivamente per il cognome che porta. È questo il significato della riflessione promossa al Festival del Sud, dove il libro di Danilo Chirico è diventato l’occasione per parlare di legalità, libertà personale, educazione e futuro. Un invito a superare i pregiudizi e a riconoscere il valore delle scelte individuali, perché le origini possono raccontare da dove veniamo, ma non devono decidere dove possiamo arrivare.














