Il finanziamento straordinario di 500mila euro approvato dalla Regione Calabria, su iniziativa dei consiglieri Vito Pitaro e Filippo Pietropaolo, riapre le prospettive per il Sistema Bibliotecario Vibonese, dopo anni di difficoltà finanziarie e amministrative. Un risultato importante per un’istituzione che ha rappresentato un riferimento culturale ben oltre i confini provinciali. Ma la sua vicenda pone una questione che riguarda l’intera Calabria: come trasformare il salvataggio di un patrimonio culturale in un investimento duraturo per le comunità? Ne parliamo con Nicola Durante, esperto di marketing territoriale e valorizzazione culturale, per approfondire il rapporto tra governance, politiche culturali e sviluppo locale.
Il finanziamento regionale rappresenta una svolta per il Sistema Bibliotecario Vibonese. Quale dovrebbe essere ora la priorità?
“È un risultato importante, del quale va riconosciuto il merito a chi ha lavorato istituzionalmente per ottenerlo. L’intervento restituisce una prospettiva concreta a un’istituzione che rischiava di perdere definitivamente la propria capacità operativa. Occorre però distinguere il salvataggio finanziario dal rilancio. Le risorse straordinarie possono consentire di affrontare le urgenze, salvaguardare il patrimonio e favorire la ripresa dei servizi, ma non risolvono automaticamente tutte le criticità accumulate né garantiscono la sostenibilità futura. La priorità dovrebbe essere duplice: da un lato definire con precisione la situazione economica e amministrativa, dall’altro costruire un progetto che chiarisca quale funzione il Sistema dovrà svolgere nei prossimi anni. Sarebbe un errore limitarsi a ripristinare il modello precedente senza interrogarsi sulle condizioni che ne hanno determinato la fragilità. Il vero obiettivo non è semplicemente far ripartire il Sistema Bibliotecario, ma metterlo nelle condizioni di non dover essere nuovamente salvato“.
La crisi del Sistema Vibonese ha messo in discussione anche un modello di gestione culturale. Quale insegnamento se ne può trarre?
“La vicenda dimostra che anche un’istituzione capace di costruire un patrimonio importante di conoscenze, servizi e relazioni può diventare fragile quando manca un’organizzazione in grado di garantirne la continuità. Il Sistema Vibonese non era soltanto una biblioteca. Aveva sviluppato servizi di catalogazione, collegamenti con altre biblioteche calabresi, attività formative, iniziative editoriali e manifestazioni come il Festival Leggere&Scrivere. Aveva costruito competenze e relazioni che andavano ben oltre il territorio provinciale. La sua crisi ha quindi comportato l’indebolimento di un’infrastruttura culturale, non semplicemente l’interruzione di un servizio di consultazione libraria. Questo è il punto che dovrebbe interessare maggiormente le istituzioni: il patrimonio culturale non è costituito esclusivamente dai beni materiali. Comprende competenze, capacità organizzative, relazioni e conoscenze che richiedono anni per essere costruite e che possono disperdersi rapidamente. Una gestione culturale efficace deve assicurare continuità alla produzione di questo valore. Non può dipendere prevalentemente da interventi occasionali, finanziamenti incerti o decisioni assunte soltanto quando emerge un’emergenza. La cultura ha bisogno della stessa attenzione alla programmazione che viene richiesta per le altre infrastrutture pubbliche”.
Ritiene quindi necessaria una riforma dei sistemi bibliotecari calabresi?
“Assolutamente sì, purché si parta dalle funzioni e non soltanto dall’organizzazione amministrativa. La normativa regionale risale al 1985. Contiene principi culturali e sociali ancora validi, ma necessita di un aggiornamento rispetto ai cambiamenti istituzionali, tecnologici e territoriali intervenuti negli ultimi quarant’anni. La proposta di legge regionale presentata dal consigliere Francesco De Cicco nel luglio 2026 apre un confronto opportuno sul riordino dei sistemi bibliotecari. Sarebbe però riduttivo concentrare la discussione esclusivamente sul numero dei sistemi o sull’individuazione degli enti incaricati della gestione. Prima bisogna stabilire quali servizi garantire, quali bisogni soddisfare e quali risultati attendersi. Un possibile modello potrebbe prevedere coordinamenti provinciali e poli bibliotecari territoriali, organizzati secondo criteri di popolazione, accessibilità e caratteristiche delle comunità. Questo consentirebbe di condividere competenze e risorse, evitando sia l’eccessiva frammentazione sia un accentramento che penalizzi i piccoli centri. La riforma dovrebbe inoltre prevedere standard minimi di servizio, programmazione pluriennale, finanziamenti ordinari adeguati e obblighi di rendicontazione. Non basta modificare l’architettura istituzionale: occorre costruire una rete che sia effettivamente in grado di funzionare e di rispondere ai bisogni dei territori“.
E sul piano della governance, quali cambiamenti considera indispensabili?
“Il primo riguarda la distinzione tra indirizzo politico-istituzionale e gestione professionale. La direzione scientifica e culturale richiede competenze diverse da quelle necessarie alla gestione economica e amministrativa. Sono funzioni complementari, ma devono avere responsabilità definite e strumenti di coordinamento. Gli organismi rappresentativi degli enti locali dovrebbero conservare funzioni di indirizzo territoriale e controllo, senza sovrapporsi alla gestione operativa. È importante evitare che la continuità delle attività dipenda dalle dinamiche amministrative dei singoli Comuni. Nei sistemi in particolare difficoltà si potrebbe prevedere una fase commissariale transitoria, rigorosamente delimitata nei tempi e negli obiettivi, per accompagnare il risanamento e l’applicazione della nuova governance. Anche la Fondazione di partecipazione rappresenta un modello interessante, perché può favorire il coinvolgimento di università, istituzioni culturali, imprese e Terzo settore, ampliando le possibilità di collaborazione e finanziamento. Non va però considerata una soluzione automatica. Cambiare forma giuridica senza modificare le modalità di gestione rischia di riprodurre gli stessi problemi. Soprattutto, l’apporto dei privati dovrebbe integrare un finanziamento pubblico stabile, non sostituirlo. L’accesso alla cultura è una funzione pubblica che deve essere garantita indipendentemente dalla capacità di attrarre sponsor. La governance non consiste semplicemente nel decidere chi occupa una posizione. Consiste nel definire chi programma, chi opera, chi finanzia e chi risponde dei risultati“.
Come immagina una rete bibliotecaria capace di rispondere alle diverse esigenze dei territori calabresi?
“Non credo che tutte le biblioteche debbano avere la stessa organizzazione e offrire servizi identici. Una regione composta da centri urbani, borghi e aree interne richiede modelli differenziati, purché collegati all’interno di una rete comune. Nei centri maggiori potrebbero operare poli bibliotecari con funzioni specialistiche di catalogazione, conservazione documentale, ricerca, digitalizzazione e supporto tecnico alle strutture del territorio. Nei Comuni intermedi si potrebbe sviluppare il modello delle Case della cultura, integrando la pubblica lettura con attività formative, laboratori creativi, spazi di partecipazione, iniziative editoriali e collaborazioni con scuole e associazioni. Nei piccoli centri, invece, le Biblioteche di comunità potrebbero diventare presìdi culturali di prossimità, capaci di offrire servizi di lettura, accesso digitale, attività intergenerazionali e conservazione della memoria locale. Naturalmente, queste tipologie non dovrebbero dipendere da soglie demografiche rigide, ma dai bisogni e dalle caratteristiche dei bacini territoriali. La finalità non è moltiplicare gli organismi o assegnare nuove denominazioni a strutture esistenti. È garantire opportunità di accesso alla conoscenza anche dove la dimensione demografica non consentirebbe di sostenere autonomamente servizi complessi. Per le aree interne questo significa anche contrastare una forma di marginalità che non è soltanto economica o infrastrutturale, ma riguarda la disponibilità di occasioni formative, culturali e relazionali“.
Lei sostiene che la cultura debba essere considerata un capitale produttivo. In che modo una biblioteca può contribuire concretamente allo sviluppo territoriale?
“Il patrimonio culturale materiale e immateriale non rappresenta soltanto un’eredità da custodire o un insieme di attrazioni da promuovere. È un capitale territoriale fatto di conoscenze, competenze, identità, creatività, memorie e relazioni. Il suo valore non deriva esclusivamente dalla conservazione, ma anche dalla capacità di renderlo accessibile, interpretarlo e metterlo in relazione con altri sistemi. Una biblioteca può contribuire a generare sviluppo quando collega questo patrimonio alla formazione, alla ricerca, all’innovazione e alle attività culturali e produttive. Un archivio sulla storia economica e sociale di un territorio, per esempio, può diventare una risorsa per università, scuole, editori, documentaristi e imprese creative. Le testimonianze orali e i saperi tradizionali possono alimentare progetti educativi, pubblicazioni, produzioni audiovisive e nuove forme di trasmissione della conoscenza. La digitalizzazione del patrimonio può ampliarne l’accessibilità e consentirne l’utilizzo da parte di soggetti che altrimenti non avrebbero la possibilità di consultarlo. Naturalmente la biblioteca non deve sostituirsi alle imprese, alle università o agli operatori culturali. Può però diventare un nodo qualificato di collegamento tra il patrimonio di conoscenza e chi è in grado di trasformarlo in nuove attività, servizi e opportunità professionali. È in questa relazione tra cultura, formazione, creatività e sistemi produttivi che possono nascere benefici economici e sociali per il territorio. Un patrimonio custodito rappresenta una risorsa. Un patrimonio accessibile, conosciuto e utilizzato può diventare un fattore di sviluppo“.
Ma ragionare in termini di sviluppo economico non rischia di subordinare la cultura alle logiche del mercato o del turismo?
“Il rischio esiste quando si identifica lo sviluppo esclusivamente con l’aumento dei ricavi o dei flussi turistici. Una biblioteca deve garantire l’accesso alla lettura, all’informazione e alla conoscenza indipendentemente dalla possibilità di produrre un ritorno economico. La sua funzione educativa e sociale possiede un valore autonomo. Riconoscere che la cultura può contribuire anche allo sviluppo economico non significa trasformare questo risultato nella sua finalità principale. Lo stesso vale per il turismo. Un patrimonio culturale vivo può arricchire la conoscenza di una destinazione, alimentare nuove narrazioni e favorire le filiere locali. Quindi sarebbe riduttivo organizzare le politiche culturali esclusivamente in funzione di chi arriva da fuori. La cultura deve innanzitutto ampliare le opportunità e migliorare la qualità della vita di chi abita un territorio. L’attrattività turistica può rappresentarne una conseguenza, non il fine ultimo. Lo sviluppo territoriale va quindi considerato nella sua dimensione economica, sociale e culturale. Non tutto il valore prodotto è monetizzabile e non tutti i benefici sono immediati. Una biblioteca che contribuisce alla formazione dei giovani, alla partecipazione civica o alle relazioni tra generazioni sta già svolgendo una funzione importante per lo sviluppo della comunità”.
Tornando al Vibonese, come potrebbe tradursi questa visione in un progetto concreto?
“Il Sistema Bibliotecario Vibonese dispone di una storia e di un patrimonio che potrebbero rappresentare la base di una nuova progettualità. Partirei dal recupero della dimensione territoriale, ricostruendo i collegamenti tra biblioteche, scuole e piccoli Comuni, aggiornando esperienze come il Bibliobus e rafforzando i servizi digitali. Un secondo ambito dovrebbe essere il rapporto con la formazione e la ricerca. La collaborazione con il mondo universitario, comprese le opportunità legate ai progetti di alta formazione prospettati a Vibo Valentia, potrebbe favorire nuove attività di studio e valorizzazione del patrimonio documentale, nel rispetto delle questioni amministrative e patrimoniali ancora da definire. Un terzo elemento riguarda la conoscenza del territorio. Il Vibonese possiede archivi, tradizioni, testimonianze, produzioni e patrimoni culturali spesso frammentati fra istituzioni e comunità. Il Sistema potrebbe contribuire a collegarli, renderli maggiormente accessibili e favorirne l’utilizzo da parte di scuole, università, musei, associazioni e operatori culturali. Non dovrebbe fare tutto direttamente, ma svolgere una funzione di coordinamento culturale e di supporto alla rete. Eviterei, invece, di identificare il rilancio principalmente con un calendario di manifestazioni. Festival ed eventi sono strumenti importanti, come dimostra la stessa esperienza di Leggere&Scrivere, ma devono inserirsi in una programmazione continuativa. Un evento può animare un territorio per alcuni giorni. Un sistema culturale organizzato può contribuire a modificarne stabilmente le opportunità. È questa la differenza tra realizzare attività e costruire una politica culturale“.
Come si può misurare il valore generato da un’istituzione culturale e quale dovrebbe essere, in definitiva, la sfida del Sistema Vibonese?
“La misurazione dovrebbe diventare parte integrante della programmazione culturale. Conoscere i costi di gestione e garantire bilanci corretti è indispensabile, ma non sufficiente per comprendere il valore di un’istituzione. Occorre valutare anche l’accessibilità dei servizi, la partecipazione delle comunità, il patrimonio reso fruibile, le attività formative, le collaborazioni scientifiche, le competenze sviluppate e le opportunità eventualmente generate. Con una distinzione fondamentale: il numero delle attività realizzate non equivale automaticamente ai risultati prodotti. Organizzare venti laboratori non significa necessariamente aver generato un beneficio sociale o economico. Bisogna comprendere chi vi ha partecipato, quali competenze sono state acquisite, quali bisogni sono stati soddisfatti e quali effetti rimangono nel tempo. Lo stesso vale per le relazioni con gli operatori culturali e produttivi: occorre verificare se producano collaborazioni durature, nuove opportunità e benefici effettivi per le comunità. Non tutto il valore pubblico può essere tradotto in denaro, ma una parte significativa può essere osservata attraverso indicatori appropriati. La domanda non dovrebbe essere soltanto quanto costa un’istituzione culturale, ma quale valore genera, a beneficio di chi e quanto di quel valore rimane nel territorio. È da questa prospettiva che dovrebbe ripartire il Sistema Bibliotecario Vibonese. Non necessariamente per tornare a essere ciò che era, ma per recuperare il valore della propria esperienza, superarne le fragilità organizzative e assumere una funzione coerente con le esigenze contemporanee. Il finanziamento regionale offre una possibilità concreta. La vera sfida sarà trasformarla in un progetto capace di durare. Salvare il patrimonio è necessario e garantirne la continuità è indispensabile. Il vero risultato, il più importante, sarà restituire alla cultura la capacità di contribuire, insieme agli altri attori territoriali, alla costruzione del futuro delle comunità“.














