Sette assoluzioni su nove capi d’imputazione, una condanna a tre anni di reclusione a fronte degli otto anni e sei mesi richiesti dalla Procura e, adesso, anche la revoca dell’obbligo di firma. Cambia sensibilmente il quadro giudiziario dell’imprenditore vibonese Saverio Lo Mastro, 63 anni, originario di San Gregorio d’Ippona, coinvolto nell’inchiesta antimafia “Old Irons” della Dda di Milano, che aveva acceso i riflettori su un presunto sistema criminale tra Lombardia e Calabria, con interessi nel narcotraffico, nelle attività imprenditoriali e nelle operazioni finanziarie. La novità arriva dalla sesta sezione penale del Tribunale di Milano, che con un provvedimento datato 30 ottobre 2026 ha accolto l’istanza dell’avvocato Alberto Amariti, difensore di Lo Mastro, disponendo la revoca dell’obbligo di presentazione tre volte alla settimana ai carabinieri di Cesano Maderno. Alla base della decisione c’è soprattutto l’esito del processo di primo grado del 16 ottobre, che ha visto cadere gran parte delle contestazioni inizialmente formulate nei confronti dell’imprenditore.
La Procura chiedeva otto anni e mezzo, la condanna si ferma a tre
Il dato giudiziariamente più rilevante è il confronto tra la richiesta avanzata dalla pubblica accusa e la decisione del collegio giudicante. La Dda aveva sollecitato una condanna a otto anni e sei mesi di reclusione. La pena pronunciata in primo grado è invece di tre anni. Ma soprattutto, come certifica il nuovo provvedimento del Tribunale, Lo Mastro è stato assolto da sette dei nove capi d’imputazione. Restano due contestazioni per le quali è intervenuta una condanna. Il collegio precisa che una è stata oggetto di riqualificazione giuridica in materia di reati tributari. L’altra riguarda la partecipazione a un’associazione per delinquere ai sensi con Lo Mastro riconosciuto nella posizione di mero partecipe. Tra le contestazioni cadute figurano quelle relative al riciclaggio, uno degli aspetti più significativi dell’impianto accusatorio originario.
Il Tribunale revoca l’obbligo di firma: “Venute meno le esigenze cautelari”
La nuova decisione del Tribunale di Milano assume particolare rilievo anche per le motivazioni poste alla base della revoca della misura cautelare. Nel provvedimento, firmato dalla presidente Piera Bossi, con le giudici Beatrice Crosti e Francesca Ghezzi, il collegio richiama espressamente la “sopravvenuta carenza delle esigenze cautelari”, alla luce dell’esito del giudizio del 16 ottobre. I magistrati prendono atto delle sette assoluzioni e delle due residue condanne, evidenziando anche la mancanza di violazioni accertate delle prescrizioni precedentemente imposte all’imprenditore. Un ulteriore elemento favorevole alla revoca riguarda la condotta tenuta durante il procedimento, definita dai giudici “sostanzialmente positiva”. Il Tribunale ha pertanto ritenuto venuti meno i presupposti di legge per il mantenimento dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, accogliendo l’istanza depositata dalla difesa il 24 ottobre. La decisione riguarda la misura cautelare personale e non contiene disposizioni sulla distinta sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, applicata in precedenza nell’ambito di un procedimento di prevenzione.
Le accuse sul presunto ruolo di factotum del sistema Desiderato
L’inchiesta “Old Irons” aveva individuato in Francesco Orazio Desiderato, originario di Nicotera e nipote del boss Antonio Mancuso di Limbadi, una delle figure centrali del presunto sistema criminale ricostruito dagli investigatori milanesi. Secondo l’ipotesi accusatoria, Lo Mastro avrebbe ricoperto il ruolo di uomo di fiducia e factotum di Desiderato, occupandosi di società, lavori edili e operazioni immobiliari nell’hinterland milanese. Gli inquirenti avevano concentrato l’attenzione sulle società G. Group Srl e Nunù, formalmente riconducibili all’imprenditore, e su una serie di investimenti e aggiudicazioni immobiliari tra Barlassina e Cusano Milanino.
Nella ricostruzione investigativa, quelle operazioni sarebbero state collegate a un più ampio sistema di intestazioni fittizie e gestione di capitali di presunta provenienza illecita. La sentenza di primo grado ha però ridimensionato il quadro delle contestazioni accolte nei confronti di Lo Mastro, con sette assoluzioni che, secondo la comunicazione della famiglia, comprendono anche le accuse di riciclaggio.













