1 Novembre 2026
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Da Ferramonti una lezione di libertà, i Maestri del Lavoro di Cosenza rendono omaggio agli internati: “La speranza fu più forte della prigionia” (FOTO)

La delegazione guidata da Renzo Perri ha visitato il campo di internamento di Tarsia, riscoprendo le storie di solidarietà e resistenza degli internati

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Non soltanto un luogo della memoria, ma una testimonianza concreta della capacità umana di resistere all’oppressione e continuare a credere nella libertà. È il significato che i Maestri del Lavoro di Cosenza hanno portato con sé dopo la visita al campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, avvenuta sabato 31 ottobre 2026. La delegazione, guidata dal console provinciale Renzo Perri, è stata accolta dalla dottoressa Sara Aloia, volontaria della Fondazione e figura che, insieme agli altri volontari impegnati nel sito, viene definita “Angelo della Memoria”.

L’iniziativa non è stata pensata come una semplice visita culturale, ma come un’occasione di riflessione sul valore della libertà di pensiero e di movimento, diritti negati a migliaia di persone perseguitate per motivi razziali o per le proprie convinzioni. Ferramonti, il più grande campo di internamento fascista presente in Italia, arrivò a ospitare circa tremila internati, un numero superiore a quello degli abitanti di Tarsia.

La storia degli internati attraverso i documenti del Museo della Memoria

Ad accompagnare i visitatori nella ricostruzione di quella pagina dolorosa è stata la dottoressa Aloia, che attraverso fotografie, documenti e testimonianze conservati nel Museo della Memoria ha raccontato le vicende di chi fu costretto a vivere nel campo. La maggioranza degli internati era composta da ebrei stranieri, molti dei quali avevano lasciato la Germania nel 1940 per sottrarsi alle persecuzioni razziali del regime nazista. Tra loro c’erano studenti universitari, ricercatori, medici, avvocati e uomini di cultura che avevano immaginato l’Italia come un luogo nel quale proseguire gli studi e coltivare le proprie aspirazioni. Le aspettative furono però tradite: quelle persone finirono internate a Ferramonti. Nel campo furono rinchiusi anche rom, testimoni di Geova e omosessuali, appartenenti a gruppi perseguitati dal regime.

Una comunità organizzata tra solidarietà e resistenza

Uno degli aspetti che più hanno colpito i Maestri del Lavoro riguarda la vita quotidiana all’interno del campo. Accanto alle sofferenze e alle privazioni, Ferramonti fu anche il luogo in cui gli internati riuscirono a costruire una comunità organizzata, fondata sulla collaborazione e sull’attenzione verso i più fragili. A rendere possibile questa particolare esperienza contribuirono anche l’atteggiamento umano del maresciallo Gaetano Marrari e del commissario di Pubblica Sicurezza Paolo Salvatore. Secondo il racconto della guida, entrambi mantennero un comportamento improntato alla comprensione, trovando una corrispondenza positiva negli stessi internati.

All’interno del campo gli ebrei organizzarono un consiglio, composto dai responsabili delle diverse baracche, che si occupava di gestire la vita della comunità. Una struttura che, pur nella condizione di prigionia, richiamava il funzionamento di una città libera e democratica, in netto contrasto con la dittatura e l’odio che dominavano all’esterno. La priorità veniva riservata ai bambini, soprattutto per quanto riguardava la prevenzione della malaria, particolarmente pericolosa in un territorio paludoso come quello di Ferramonti. Per loro fu organizzata anche una scuola, nella quale si insegnava persino la musica. La presenza di medici tra gli internati consentì inoltre di garantire assistenza sanitaria alla popolazione del campo. Alcuni odontoiatri arrivarono a prestare le proprie cure anche a persone provenienti dall’esterno.

La fede e la speranza oltre le sbarre

La ricostruzione della vita a Ferramonti ha restituito ai visitatori un’immagine diversa da quella che si sarebbero aspettati entrando nel campo. Accanto alla sofferenza, emergeva la volontà di non arrendersi e la convinzione che la prigionia sarebbe terminata. Le fotografie conservate nel Museo della Memoria mostrano uomini, donne e bambini impegnati nelle attività quotidiane e nei momenti di gioco. Volti segnati dalla durezza dell’esperienza, ma non privi di dignità e fiducia nel futuro. La speranza di tornare a una vita libera, insieme al sogno della nascita dello Stato di Israele, rappresentava per molti internati un punto di riferimento.

Anche la fede ebbe un ruolo importante. Nel campo furono realizzati luoghi di culto per diverse confessioni: una chiesa cattolica, una ortodossa e tre sinagoghe. Ferramonti ricevette inoltre la visita del nunzio apostolico monsignor Francesco Borgoncini Duca, inviato da papa Pio XII. Tutto questo avvenne con la tolleranza della direzione del campo.

Un fiore al cimitero di Tarsia per chi non tornò in Palestina

La visita si è conclusa con un momento di confronto e convivialità tra i partecipanti, che hanno condiviso le emozioni e le riflessioni suscitate dal percorso. Per i Maestri del Lavoro, Ferramonti si è rivelato molto più di un luogo nel quale ricordare una pagina drammatica della storia italiana: un vero e proprio magistero di speranza, capace di trasmettere una lezione di umanità e resistenza morale.

Prima di lasciare il territorio, la delegazione ha voluto rendere omaggio anche agli internati ebrei che, dopo la liberazione, non riuscirono a raggiungere la Palestina e trovarono sepoltura nel cimitero di Tarsia. Un gesto semplice e profondamente simbolico: la deposizione di un fiore, in segno di rispetto e memoria. Un ultimo momento di raccoglimento prima del ritorno a casa, con la consapevolezza di aver incontrato una storia nella quale, anche nei giorni più bui, la speranza riuscì a resistere.

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