3 Novembre 2026
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La ‘ndrangheta invisibile che s’infiltra al Nord: l’allarme dell’Antimafia sulla “normalizzazione” del crimine

La relazione approvata dalla Commissione presieduta da Chiara Colosimo svela come i clan offrano liquidità e servizi deviati al mercato legale senza bisogno di sparare

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La minaccia più sottile e letale della ‘ndrangheta non viaggia più attraverso i proiettili o le intimidazioni eclatanti, ma s’insinua silenziosamente nei bilanci aziendali e nelle pieghe dell’economia legale dell’Italia settentrionale.
È quanto emerge con nitida drammaticità dalla relazione sulla “‘Ndrangheta nell’Italia settentrionale, geografia del radicamento e nuove modalità operative”, approvata oggi dalla Commissione parlamentare Antimafia sotto la guida della presidente Chiara Colosimo.
Il documento tratteggia il ritratto di un’organizzazione capace di trasformarsi in una vera e propria risorsa deviata per imprenditori spregiudicati.
“La ‘ndrangheta, nei territori del Nord, non si limita a sottrarre ricchezza ai mercati. In alcuni segmenti, tende invece a offrirsi come infrastruttura occulta del loro funzionamento deviato”, evidenzia la relazione. Un’operazione di mimetizzazione finanziaria dove le ‘ndrine mettono sul piatto “liquidità, capacità intimidatoria, canali di recupero crediti, fatture per operazioni inesistenti, società cartiere, prestanome, schermature patrimoniali, accesso a reti logistiche, relazioni criminali transnazionali e strumenti di elusione dei controlli”.
In questo scenario, le cosche smettono di agire all’esterno del sistema e preferiscono operare “dentro il mercato, alterandone le regole, deformando la concorrenza e favorendo la selezione degli operatori più disponibili a entrare in rapporti di convenienza con circuiti illegali”.

La violenza rimasta nell’ombra e l’inganno della solita normalità

Ciò che rende la presenza mafiosa al Settentrione ancora più pervasiva è la sua capacità di far percepire come “ordinaria” la propria ingerenza, sfruttando una forza intimidatrice sorniona che non ha bisogno di spargimenti di sangue per imporsi.
“La minore visibilità della violenza non implica il venir meno della forza intimidatrice. Nei territori di espansione, la violenza può rimanere latente, collocata sullo sfondo dei rapporti economici e relazionali, senza per questo perdere la propria funzione”, si legge nei passaggi centrali del testo. La storia criminale delle ‘ndrine e l’appartenenza ai territori d’origine calabresi diventano un marchio di garanzia e di credibilità spendibile nei consigli d’amministrazione come sui cantieri: “Essa costituisce il presupposto ultimo dei rapporti instaurati dall’organizzazione, anche quando non viene esercitata apertamente. Può essere evocata, presupposta, incorporata nella storia criminale del gruppo, nella provenienza familiare, nel riferimento a una ‘locale’, nella reputazione di affidabilità e pericolosità dell’organizzazione”.
È proprio l’assenza di un allarme sociale visibile a trarre in inganno la società civile, rendendo urgente una risposta istituzionale ferma. Come rimarca con forza l’Antimafia, “la minaccia più grave non è soltanto la presenza della ‘ndrangheta nei territori del Nord, ma la possibilità che essa venga scambiata per una componente ordinaria del funzionamento economico e sociale. Impedire questa normalizzazione costituisce, oggi, una priorità nazionale”.

Continuità identitaria e convenienza: il nodo della risposta dello Stato

A garantire la tenuta e l’espansione del modello mafioso nei contesti economicamente più avanzati è il perfetto connubio tra radici tradizionali e spregiudicatezza manageriale.
I legami di sangue e la struttura delle locali calabresi non costituiscono affatto un retaggio del passato, ma rimangono la spina dorsale dell’affidabilità criminale. “La ‘ndrangheta contemporanea, quando opera nei mercati più avanzati, non smarrisce la propria identità; la utilizza, invece, come fattore di affidabilità criminale. La continuità identitaria non è in contraddizione con l’adattamento economico; ne è, piuttosto, la condizione”, sottolinea il documento approvato a Palazzo San Macuto.
Il vero punto di svolta nel contrasto ai clan deve risiedere nella capacità di spezzare la domanda di illegalità che proviene dal mondo imprenditoriale.
“Nei territori del Nord la forza della ‘ndrangheta non dipende soltanto dall’intimidazione che essa è in grado di esercitare, ma anche dalla disponibilità di soggetti esterni a considerarla conveniente”, avverte il report. Per questa ragione, la difesa del tessuto civile e finanziario del Paese richiede un salto di qualità decisivo, poiché “solo una strategia fondata su conoscenza, coordinamento, prevenzione, responsabilità economica e fermezza repressiva può impedire che la presenza della ‘ndrangheta si normalizzi nei circuiti produttivi e sociali del Nord. La legalità antimafia non è soltanto difesa dall’organizzazione criminale; è difesa della qualità dei mercati, della libertà dei territori e della tenuta democratica del Paese”.

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