8 Novembre 2026
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Chi è Pasquale Condello, il “Supremo” della ’ndrangheta: dagli omicidi agli accordi tra cosche, la storia del boss di Archi

La guerra ai De Stefano, gli ergastoli e 18 anni di latitanza prima della cattura a Pellaro nel 2008. Ora il non luogo a procedere in “Meta bis” per incapacità irreversibile: restano ferme le condanne definitive

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Quando i carabinieri lo arrestarono, il 18 febbraio 2008, Pasquale Condello si nascondeva in un appartamento di Pellaro, nella zona sud di Reggio Calabria. La sua latitanza finì nella stessa città in cui aveva costruito il proprio potere. Aveva già riportato condanne all’ergastolo e il soprannome con cui era conosciuto, “il Supremo”, era entrato da tempo nelle cronache della ’ndrangheta. Diciotto anni dopo, il suo nome torna all’attenzione per una decisione sulle condizioni di salute. La gup di Reggio Calabria Stefania Rachele ha dichiarato il non luogo a procedere nei suoi confronti in “Meta bis”, riconoscendo l’incapacità irreversibile di partecipare coscientemente al processo.

Da Archi all’alleanza con Paolo De Stefano

Nato il 24 settembre 1950, Condello ha 76 anni. Il suo percorso criminale affonda le radici ad Archi, quartiere della periferia nord di Reggio e territorio di alcune delle famiglie che hanno segnato la storia mafiosa della città. L’ascesa avviene accanto a Paolo De Stefano. Nelle ricostruzioni del processo “Olimpia”, anche attraverso le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, Condello viene descritto come uno degli uomini più vicini al capocosca. Un rapporto destinato a spezzarsi con la conquista di un’autonomia sempre maggiore e il rafforzamento dell’alleanza con Antonino Imerti, boss di Fiumara di Muro. La frattura attraversa il gruppo dominante e prepara lo scontro tra famiglie che fino a quel momento avevano condiviso uomini e interessi.

La guerra che insanguinò Reggio Calabria

L’uccisione di Paolo De Stefano, il 13 ottobre 1985, segna l’esplosione della seconda guerra di ’ndrangheta. Il conflitto prosegue fino al 1991 e lascia centinaia di morti a Reggio Calabria e nella provincia. Gli schieramenti sono ricostruiti anche negli atti della Commissione parlamentare antimafia: da una parte i De Stefano con i Libri e i Tegano; dall’altra il gruppo Condello-Imerti, affiancato da altre famiglie. In questa stagione Condello si afferma come uno dei principali capi del fronte contrapposto ai De Stefano. La contesa investe il controllo del territorio e degli affari criminali. Gli omicidi scandiscono per anni la vita della città, fino agli accordi che mettono fine alle ostilità e aprono una diversa fase nei rapporti tra le cosche.

Gli ergastoli e l’omicidio di Lodovico Ligato

La storia giudiziaria di Condello comprende condanne definitive per associazione mafiosa e omicidio. Tra queste c’è l’ergastolo per il concorso nell’assassinio di Lodovico Ligato, ex deputato democristiano ed ex presidente delle Ferrovie dello Stato. Ligato viene ucciso il 27 agosto 1989 a Bocale, nell’area sud di Reggio Calabria. La condanna di Condello per quel delitto diventa definitiva nel novembre 1998. Già al momento della cattura, nel 2008, le cronache riportavano a suo carico più ergastoli. Sono sentenze distinte dal procedimento “Meta bis” e dal provvedimento pronunciato ieri sulla sua capacità di parteciparvi.

Diciotto anni di latitanza, il rifugio a Pellaro

La cattura del “Supremo” arriva dopo 18 anni di latitanza. Condello era inserito nel programma speciale di ricerca dei latitanti di massima pericolosità. Il nascondiglio è in via Filici, a Pellaro. L’individuazione dell’appartamento conclude una lunga attività investigativa del Ros. La presenza del boss a Reggio, mentre era ricercato, aveva confermato agli investigatori l’importanza della rete di protezione costruita attorno a lui. Le indagini dell’epoca gli attribuivano un ruolo che superava i confini della propria cosca: la capacità di intervenire negli equilibri criminali cittadini e nella gestione degli interessi economici. Il suo arresto colpiva, dunque, uno dei riferimenti della ’ndrangheta reggina.

Dagli antichi nemici all’accusa del direttorio

Il passaggio dalle guerre agli accordi è al centro dell’inchiesta “Meta”, sfociata negli arresti del 2010. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011, la Procura di Reggio Calabria descriveva intese tra i Condello e i De Stefano-Libri, un tempo contrapposti, e un organismo decisionale al cui vertice gli investigatori collocavano Pasquale Condello e Giuseppe De Stefano. È la ricostruzione dell’accusa: famiglie già nemiche avrebbero trovato forme di coordinamento per gestire interessi comuni. Il ruolo contestato a Condello riguardava anche questa dimensione del comando mafioso.

La vicenda ha avuto un lungo percorso giudiziario. Nel 2019 la Cassazione ha annullato senza rinvio, per Condello e altre due posizioni, la pronuncia relativa all’associazione mafiosa per un difetto di correlazione tra imputazione e sentenza, trasmettendo gli atti alla Procura. Nel maggio 2025 è stato notificato un nuovo avviso di conclusione delle indagini nell’ambito di “Meta bis”. È in questo procedimento che interviene ora la decisione della gup.

La perizia e il significato del non luogo a procedere

Condello è detenuto al 41 bis nel carcere di Milano Opera. La sua posizione era stata separata per motivi di salute. Il suo difensore, l’avvocato Giuseppe Alvaro, aveva chiesto una perizia sulla capacità di stare in giudizio, sulla base della documentazione sanitaria e del diario clinico. L’esperto nominato dal giudice ha concluso per l’incapacità processuale. La Procura aveva comunque chiesto il rinvio a giudizio, contestando che l’accertamento fosse sufficiente a dimostrarne l’irreversibilità: la perizia era stata elaborata attraverso gli atti del percorso carcerario, poiché Condello aveva rifiutato di collaborare con i medici. La difesa ha sostenuto la conclusione opposta e la gup ha accolto la richiesta di non luogo a procedere.

L’incapacità processuale riguarda la possibilità di comprendere il procedimento e di esercitare il diritto di difesa. La pronuncia ha questa natura: non costituisce un’assoluzione nel merito e non cancella le condanne definitive riportate in altri processi. Da essa non discende automaticamente la scarcerazione. Le motivazioni, annunciate entro trenta giorni, chiariranno gli elementi sui quali il giudice ha fondato il riconoscimento dell’irreversibilità.

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