Amantea si dota di un nuovo e fondamentale presidio di prossimità a tutela delle fasce sociali più vulnerabili. Presso il Campus Temesa “F. Tonnara” è stato ufficialmente inaugurato l’Ambulatorio Medico-Chirurgico Solidale, una struttura nata dalla sinergia istituzionale tra il Comune di Amantea e la Caritas Diocesana di Cosenza-Bisignano. Il progetto ha trovato il pilastro operativo in una fitta e qualificata rete del volontariato e del mondo ecclesiale. Hanno infatti condiviso e sostenuto la pianificazione la Parrocchia Santa Maria La Pinta, la Parrocchia San Biagio, la Parrocchia San Pietro Apostolo di Campora San Giovanni, il Rotary e-Club Al Mantiàh – Amantea, il Comitato locale della Croce Rossa Italiana, l’Inner Wheel Club e l’Avis Comunale. L’iniziativa si configura come il primo tassello di un modello assistenziale destinato ad ampliarsi nel tempo, integrando progressivamente nuove competenze mediche e associative per rispondere alle crescenti richieste di assistenza.
Il piano del Comune e l’allarme povertà della Caritas
A dare l’avvio alla manifestazione è stato il sindaco di Amantea, Vincenzo Pellegrino, chirurgo con una lunga esperienza nel campo dei trapianti. Il primo cittadino ha evidenziato come l’opera sia il frutto di un lavoro corale, spiegando che la medicina deve necessariamente coniugare l’alto valore scientifico con una profonda umanità, mantenendo al centro la dignità dell’individuo. Pellegrino ha annunciato la volontà politica di trasformare questo primo ambulatorio nel nucleo fondante di un sistema integrato di welfare municipale, che vedrà nascere a breve un banco farmaceutico solidale, un emporio solidale e un servizio strutturato di trasporto sociale.
Subito dopo, il direttore della Caritas Diocesana di Cosenza-Bisignano, Pino Fabiano, ha tracciato un quadro allarmante sulle mutazioni dell’esclusione sociale nel territorio, sottolineando come la crisi economica stia colpendo duramente il ceto medio impoverito. Questa nuova fascia di popolazione si trova sempre più spesso costretta a rinunciare alle cure mediche essenziali e alla prevenzione per motivi strettamente economici, rendendo urgente la costruzione di alleanze stabili affinché la salute resti un diritto fondamentale e non un privilegio per pochi.
Il ruolo della sanità territoriale e l’appello degli esperti
Il valore scientifico e sociale del progetto è stato rimarcato dal professor Francesco Calise, tra i più autorevoli chirurghi epatobiliari a livello europeo. Richiamando la propria attività sul campo e i contesti delle missioni umanitarie svolte in Benin, Calise ha analizzato la crisi dei sistemi assistenziali contemporanei, spiegando che nessun attore sociale o istituzionale è oggi in grado di rispondere da solo alle complesse sfide della salute pubblica. Il professore ha formalizzato questa visione con parole chiare: «Da soli non si va da nessuna parte», indicando nella cooperazione interistituzionale e nella condivisione delle competenze mediche l’unica via per erogare prestazioni concrete ai bisognosi. Un concetto ribadito dal responsabile delle Politiche Sociali del Comune di Amantea, Tiberio Tiberi, il quale ha insistito sulla centralità della medicina territoriale e sull’importanza della diagnosi precoce per intercettare il disagio sanitario prima che si trasformi in emergenza non gestibile.
Le conclusioni dell’Arcivescovo: un segno concreto di umanità
La giornata si è chiusa con l’intervento dell’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, monsignor Giovanni Checchinato. Il presule ha voluto offrire una profonda lettura sociopolitica e pastorale dell’opera, definendo l’iniziativa «un segno concreto di umanità». Monsignor Checchinato ha ricordato che la capacità di accorgersi delle necessità del prossimo richiede un’educazione costante all’ascolto e all’attenzione verso i più deboli. Il capo della chiesa diocesana ha infine richiamato l’alto valore civile e cristiano del prendersi cura della comunità. Citando espressamente il magistero di Papa Francesco e il suo fermo monito secondo cui «non ci si salva da soli», Checchinato ha rimarcato che l’ambulatorio non deve essere considerato un semplice ufficio di erogazione di prestazioni sanitarie, ma un simbolo tangibile di prossimità capace di elevare il livello di coesione e di umanità dell’intero corpo sociale.










