8 Agosto 2026
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Bernini in Calabria, ma Catanzaro resta fuori dal giro: il silenzio che deve preoccupare

Nuova Medicina a Reggio, astrofisica e ricerca all’Unical: la ministra dell’Università indica nuove prospettive per la Calabria. Ma l’Università Magna Graecia non compare nel tour e nessuno sembra chiedere spiegazioni

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La ministra dell’Università e della Ricerca visita Reggio Calabria e l’Unical, tra nuove prospettive per Medicina e investimenti nell’astrofisica. Nessuna tappa istituzionale, invece, all’Università Magna Graecia. E dalla politica catanzarese, di maggioranza e opposizione, nessuna reazione. Il recente giro calabrese della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, offre un’immagine che merita una riflessione che vada oltre il semplice calendario degli appuntamenti istituzionali.

A Reggio Calabria si ragiona sulla possibilità di ampliare ulteriormente l’offerta universitaria, fino alla prospettiva di una nuova sede per la formazione medica. Se il progetto dovesse concretizzarsi, il sistema regionale si troverebbe davanti a un ulteriore polo di Medicina, in una fase nella quale il Ministero sta peraltro perseguendo a livello nazionale una politica di forte ampliamento dell’accesso ai corsi medici. Per l’anno accademico 2026/2027 il MUR ha confermato il nuovo sistema del “semestre aperto”.
Poi la ministra si è spostata verso l’Università della Calabria, dove la visita ha assunto un altro significato strategico. Ricerca, innovazione e prospettive di sviluppo nel settore dell’astrofisica.

Reggio e Cosenza, dunque, entrano nell’agenda ministeriale con nuovi progetti e nuove prospettive.

E Catanzaro?

Catanzaro non compare. Nessuna visita istituzionale all’Università Magna Graecia, nessun momento dedicato al suo sviluppo e nessun segnale pubblico, in questa occasione, su quale ruolo il principale polo universitario sanitario della Calabria debba avere nella futura programmazione regionale. Ed è proprio questa assenza a rappresentare il punto politico della questione. L’Università che ha costruito Medicina in Calabria. Non si tratta di rivendicare visite di cortesia né di alimentare inutili campanilismi. Il problema è molto più serio.
L’Università Magna Graecia rappresenta da decenni uno dei principali riferimenti calabresi per la formazione medica, la ricerca biomedica e l’assistenza sanitaria universitaria. Attorno al campus di Germaneto è stato costruito un sistema che comprende corsi di laurea, scuole di specializzazione, ricerca e integrazione con l’assistenza ospedaliera.

Se oggi si discute di un ulteriore ampliamento della formazione medica regionale, sarebbe quindi naturale interrogarsi contemporaneamente su come rafforzare ciò che già esiste, prima ancora di moltiplicare sedi, strutture e corsi.
Una nuova Facoltà o un nuovo corso di Medicina non è semplicemente un’aula nella quale collocare degli studenti. Servono docenti, ricercatori, laboratori, reparti, casistica clinica, scuole di specializzazione e soprattutto una rete assistenziale capace di garantire una formazione realmente qualificata.

La questione, pertanto, non dovrebbe essere: quale città avrà Medicina? Dovrebbe essere: quale modello universitario e sanitario vuole costruire la Calabria nei prossimi vent’anni?

Tre poli di Medicina: qual è la strategia?

Una Calabria con più poli universitari può certamente rappresentare una ricchezza. Ma soltanto se esiste una programmazione. Altrimenti il rischio è quello di frammentare risorse economiche, personale docente e potenzialità clinico-assistenziali in una regione che già deve confrontarsi con difficoltà strutturali importanti. Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria non dovrebbero essere messe in competizione per replicare le stesse funzioni. Dovrebbero essere inserite in una rete universitaria regionale nella quale ogni Ateneo sviluppi e rafforzi le proprie vocazioni, costruendo complementarità anziché duplicazioni.

In questo disegno Catanzaro non può essere considerata una presenza marginale. Al contrario, proprio la storia e la vocazione biomedica dell’Università Magna Graecia dovrebbero renderla uno degli interlocutori principali del Ministero quando si discute del futuro della formazione sanitaria calabrese.

Il problema più grave è il silenzio della politica

C’è però un secondo elemento che sorprende forse ancora più dell’assenza della ministra. Il silenzio della politica tutta. Forse distratti dal calco agostano, o dal pride che si svolgerà oggi nel quartiere marinaro, fatto sta che non risultano prese di posizione politiche significative sulla mancata tappa catanzarese.

Nessuna protesta da parte centrodestra, prevedibile, ma neppure una particolare reazione del centrosinistra, opinabile. Ed è difficile comprendere perché.

Quando si discute della centralità universitaria di Catanzaro, la difesa dell’Ateneo dovrebbe prescindere completamente dagli schieramenti politici. Un parlamentare, un consigliere regionale o un amministratore del territorio dovrebbe chiedersi non se il ministro appartenga alla propria parte politica, ma se gli interessi strategici della città e della sua Università siano adeguatamente rappresentati.

Perché se una visita ministeriale in Calabria diventa occasione per discutere dello sviluppo universitario di Reggio Calabria e Cosenza, mentre Catanzaro rimane fuori dall’agenda, qualcuno dovrebbe almeno domandarne il motivo.

Catanzaro deve tornare a rivendicare il proprio ruolo

La questione riguarda inoltre un tema più ampio che questa testata ha già affrontato: il rapporto fra Catanzaro, Università, sanità e sviluppo urbano. Il futuro della città passa inevitabilmente dall’asse tra il centro storico, Germaneto, il Policlinico e l’intero sistema dell’Azienda ospedaliero-universitaria.

L’Università non può essere considerata un corpo estraneo alla città. Deve diventarne uno dei principali motori economici, culturali e demografici.

Ma perché questo avvenga occorrono infrastrutture, trasporti, residenze, servizi agli studenti, collegamenti efficienti e soprattutto una visione politica capace di trasformare la presenza universitaria in sviluppo territoriale.

Ed è proprio per questo che l’assenza di Catanzaro dall’agenda di una visita del ministro dell’Università non può essere liquidata come un dettaglio protocollare.

Un segnale sul quale interrogarsi

Non per chiedere privilegi. Non per ostacolare la crescita di Reggio Calabria o dell’Unical, che rappresentano risorse fondamentali per tutta la regione. Ma per pretendere una cosa molto più semplice: che Catanzaro e la sua Università siedano al tavolo nel quale si decide il futuro universitario della Calabria. Perché gli Atenei possono crescere insieme. La Calabria ne avrebbe bisogno. Ma una strategia regionale nella quale si investe su tutti, tranne che sul polo che ha fatto della medicina e delle scienze della salute la propria principale identità, sarebbe difficile da comprendere. Forse, allora, prima ancora di chiedere alla ministra Bernini perché Catanzaro non fosse nel suo itinerario, bisognerebbe rivolgere una domanda alla politica catanzarese, senza distinzione di colore: possibile che nessuno abbia sentito il bisogno di chiedere perché?

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