23 Luglio 2026
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Falvo torna a Vibo e racconta il mare che non si vede: “Vi spiego perché il nostro modello può fare scuola” (VIDEO)

A Bivona sala strapiena per “Il mare d’inverno”, scritto con lo scienziato Silvio Greco. Il magistrato: "In cinque anni iscritti 1.050 procedimenti ambientali”. Lo scienziato: “L’acqua non ha memoria, i sedimenti ricordano tutto. Ma quello calabrese resta tra i mari più belli del Mediterraneo”

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Questa volta non ci sono fascicoli da aprire, sequestri da firmare o indagini da coordinare. C’è un libro appoggiato sul tavolo e una sala che non riesce a contenere l’affetto, la curiosità e forse anche un po’ di nostalgia per il ritorno di Camillo Falvo a Vibo Valentia. Alla Tonnara di Bivona, davanti a una platea gremita e a numerose autorità civili e militari, l’ex procuratore della Repubblica di Vibo, oggi alla guida della Procura di Potenza, torna nella città in cui ha lavorato per sette anni. Stavolta lo fa da scrittore, ancor prima che da magistrato. Accanto a lui c’è Silvio Greco, scienziato vibonese, biologo marino e vicepresidente della Stazione zoologica “Anton Dohrn” di Napoli. Insieme hanno scritto “Il mare d’inverno”, un volume che raccoglie anni di ricerche, sopralluoghi, indagini e battaglie contro l’inquinamento. A moderare l’incontro è stata la giornalista Rai Karen Sarlo, che ha accompagnato i due autori dentro un racconto capace di tenere insieme scienza, giustizia, politica e responsabilità individuali.

Il ritorno di Falvo: “Mi sento ancora procuratore di Vibo”

La serata comincia con una frase che scioglie immediatamente la distanza tra Vibo e Potenza. “Io mi sento ancora in parte procuratore di Vibo”, confessa Falvo guardando la sala. Il riconoscimento di un legame costruito negli anni delle grandi inchieste, ma anche attraverso un lavoro meno appariscente: quello condotto sul mare calabrese, sui depuratori, sugli scarichi, sulle attività produttive e sulle responsabilità di chi, spesso consapevolmente, ha trasformato fiumi e torrenti in canali diretti verso la costa. L’idea del libro nasce dopo una puntata di Linea Blu. Donatella Bianchi, racconta Falvo, rimase colpita dal cosiddetto modello Vibo, dalla collaborazione tra magistratura, forze dell’ordine e ricerca scientifica. “Mi disse che un’attività come quella non l’aveva mai vista e che avrebbe dovuto essere replicata anche in altri territori. Perché noi pensiamo che il problema del mare sia soltanto calabrese, ma non è così”. Il volume è dunque il racconto di un metodo e la cronaca di una squadra composta da magistrati, investigatori, ricercatori, istituzioni, associazioni e cittadini.

Le chiazze in mare e la domanda decisiva: da dove arrivano?

All’inizio c’erano le fotografie inviate dai bagnanti, i filmati delle chiazze, le proteste degli operatori turistici e la rabbia delle famiglie. C’erano bambini che, nelle giornate più calde, non potevano entrare in acqua e imprenditori travolti dalle recensioni negative. Ma mancava una risposta alla domanda decisiva. “Vedevamo il mare sporco, ma non riuscivamo a capire quale fosse la causa”, ricorda Falvo. “Vedere le chiazze è un conto, comprendere come intervenire per risolvere il problema è un altro”. È in quel momento che il procuratore legge un’intervista di Silvio Greco e decide di contattarlo. Da quell’incontro nasce la convenzione tra la Procura di Vibo Valentia e la Stazione zoologica Anton Dohrn. “Non era mai accaduto che una Procura della Repubblica italiana stipulasse un accordo con un ente di ricerca”, sottolinea Greco. “Negli Stati Uniti, in Francia e in Germania è normale. In Italia è stata la prima volta e spero che non sia l’ultima”.

L’obiettivo cambia: non limitarsi più a sequestrare un’azienda, un villaggio o un depuratore, ma risalire alle cause profonde dell’inquinamento. “Di imprese, strutture alberghiere e depuratori ne sequestravamo”, spiega Falvo. “Ma il giorno dopo non cambiava nulla. A un certo punto lo scopo non era più soltanto reprimere i reati, ma comprendere le cause e fornire alla Regione, ai sindaci e agli amministratori gli strumenti per intervenire in maniera strutturale”.

Greco: “Inquinare è un gesto consapevole e criminale”

È Silvio Greco a pronunciare le parole più dure della serata. “Non si inquina per sbaglio. Quando compi determinate azioni sai che stai inquinando. È un gesto consapevole e criminale, perché quello che scarichi nell’ambiente, prima o poi, ritorna a te, a tuo figlio o a tuo nipote”. La svolta scientifica arriva quando Greco spiega agli investigatori che i tradizionali campionamenti dell’acqua non sono sufficienti. “Il procuratore si era innamorato dei campioni d’acqua”, scherza lo scienziato. “Ma gli dissi che c’era un problema: l’acqua non ha memoria. O sei presente nel momento esatto in cui avviene lo scarico oppure rischi di non trovare nulla. Il sedimento marino, invece, ricorda tutto”. È sul fondale, dunque, che rimangono le tracce. Nei sedimenti si accumulano sostanze, contaminanti e residui capaci di ricostruire ciò che è stato riversato in mare anche molto tempo prima.

La scienza diventa così il motore delle indagini. Dai tensioattivi rinvenuti durante le analisi si arriva alle lavanderie industriali. Attraverso i sorvoli con le termocamere vengono individuati scarichi provenienti da insediamenti turistici. Incrociando consumi elettrici e capacità degli impianti si scoprono depuratori formalmente attivi ma, nei fatti, quasi sempre spenti. “Se un depuratore aveva bollette da mille euro, paragonabili a quelle di un’abitazione, significava che non stava funzionando”, osserva Falvo. “Abbiamo trovato vasche forate e pompe ferme”.

Dai Caraibi del lockdown ai 1.050 procedimenti

Falvo ricorda il paradosso del Covid. Durante il lockdown, con le attività chiuse e le persone costrette in casa, il mare tornò improvvisamente limpido. “Sembravano i Caraibi. Poi, non appena tutto è ripartito, i problemi sono tornati come e peggio di prima”. Quella sorta di esperimento involontario rende evidente il peso delle attività umane. La Procura cambia strategia e apre indagini più ampie, capaci di fotografare interi settori produttivi e tutti i sistemi di depurazione della provincia.

Il bilancio illustrato da Falvo è impressionante: “Dal 2021 al 2026 abbiamo iscritto 1.050 procedimenti per reati ambientali e inquinamento. Un numero enorme per una Procura come quella di Vibo, che non è certamente la Procura di Roma”. Le indagini si concentrano, di volta in volta, su depuratori, lavanderie industriali, villaggi turistici, aziende agricole, allevamenti e attività produttive. Perché, come emerge dal libro, la cattiva depurazione è soltanto una parte del problema. “Il turismo in questa fascia costiera genera milioni di presenze”, avverte Greco. “Ma molte strutture non hanno sistemi di depurazione adeguati. E poi ci sono l’agricoltura intensiva, l’uso dei fertilizzanti, gli allevamenti. Bisogna comprendere una cosa semplice: il mare non comincia dalla battigia, il mare inizia dalla montagna”.

“L’inquinamento più pericoloso è quello che non vediamo”

Le chiazze verdi e marroni provocano allarme, fotografie e proteste sui social. Ma per Greco il vero pericolo è spesso invisibile. “La maggior parte delle forme di inquinamento non si vede. Le alghe possono essere brutte da guardare, ma non necessariamente sono tossiche. Il problema sono le microplastiche, i contaminanti persistenti, le diossine, i Pfas, i farmaci e gli antibiotici che entrano nella catena alimentare”.

Le plastiche vengono ingerite dagli organismi più piccoli, poi dai pesci e infine dai grandi predatori. All’apice della catena alimentare, ricorda lo scienziato, c’è l’uomo. C’è poi il capitolo dei fanghi di depurazione, che devono essere smaltiti in impianti speciali e che invece, in alcuni casi, sarebbero stati fatti sparire durante l’inverno. “I picchi più alti di contaminazione si registravano proprio nei mesi invernali”, spiega Greco. “Con il favore delle tenebre si apriva tutto e finiva in mare. Scaricare i fanghi è uno dei gesti più offensivi contro l’ecosistema: in quel tratto di mare, in pochissimo tempo, muore tutto”. Ed è proprio da qui che nasce il titolo del libro. “Tutti si preoccupano del mare a Ferragosto, quando vanno a fare il bagno e lo trovano sporco”, dice Falvo. “Ma il mare viene inquinato durante tutto l’anno. Bisogna occuparsene soprattutto d’inverno”.

Depuratori introvabili e opere senza gestione

Tra gli episodi raccontati dal magistrato ce n’è uno che sembra una metafora perfetta del disordine calabrese. “Durante i sorvoli avevamo la mappatura Gps dei depuratori. Arrivavamo sul posto e il depuratore non c’era. Poi lo trovavamo da un’altra parte, dove invece non avrebbe dovuto esserci. Figuriamoci come potevano funzionare impianti dei quali non si conosceva neppure l’esatta collocazione”.

Il confronto con la Puglia consegna un altro dato significativo: a parità di abitanti, in Calabria risultava prodotta una quantità di fanghi quattro volte inferiore. Per Falvo, un indizio evidente di un sistema di depurazione che lavorava molto meno di quanto avrebbe dovuto. Greco allarga poi lo sguardo all’erosione costiera e alle opere realizzate senza una visione complessiva. “Abbiamo costruito ponti, pontili, pennelli e protezioni davanti alle singole abitazioni, devastando l’idrodinamismo costiero. In questa regione si fanno opere senza uno studio dei sedimenti e dei flussi”. Il risultato è una costa protetta a pezzi, comune per comune, spostando semplicemente il problema da una spiaggia a quella successiva. “C’è la logica dell’opera, non quella della gestione del sistema. Questo è il problema tragico della nostra regione”, affonda Greco.

“Il mare calabrese resta tra i più belli del Mediterraneo”

Il quadro è duro, ma Falvo e Greco rifiutano il racconto catastrofista. “Non dobbiamo terrorizzare le persone”, avverte l’ex procuratore. “Il mare ha tanti problemi, ma non è impraticabile. È bellissimo, soprattutto lungo la Costa degli Dei. Certo, se fosse rispettato di più sarebbe meglio”. Greco rilancia: “Avendo visto anche molte isole del Pacifico, posso dire che quello calabrese è tra i mari più belli del Mediterraneo. Ha una biodiversità straordinaria”. È questa la fotografia consegnata da Il mare d’inverno: un patrimonio eccezionale, ferito ma non perduto, che può essere salvato soltanto superando interventi occasionali, annunci estivi e indignazioni destinate a durare il tempo di una mareggiata. Falvo chiude con le parole affidate al libro. La convenzione e la task force continueranno anche senza di lui, perché “le azioni avviate hanno tantissime gambe e tantissime teste e continueranno a camminare”. Poi il pensiero torna a Potenza, all’Appennino e a quella lezione imparata lavorando accanto a Silvio Greco: “Il mare inizia dalla montagna. Continuerò a prendermene cura da lì”.

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