23 Luglio 2026
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L’ombra lunga della ‘ndrangheta in Piemonte, così i clan del Nord sotterravano veleni e strozzavano gli imprenditori: sette arresti

Operazione "Terre Pulite" della Procura di Torino: manette tra Novara e Verbania. Il boss legato ai Morabito-Palamara-Bruzzaniti gestiva un business illegale di rifiuti edili e usura con lo sconto sui veleni per simulare la legalità

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L’ombra lunga della ‘ndrangheta non si limita a bussare alla porta delle imprese del Nord: le compra, le soffoca e, quando serve, ne sotterra letteralmente i veleni sotto i cantieri di provincia. L’ennesima conferma arriva dal Piemonte con l’operazione “Terre Pulite”, un’inchiesta coordinata dalla Procura di Torino che ha svelato come i metodi d’intimidazione calabresi abbiano trovato terreno fertile tra le colline del Lago Maggiore e della Bassa Novarese.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal Gip del capoluogo piemontese, colpisce otto persone (di cui una già detenuta) attive tra le province di Novara e del Verbania-Cusio-Ossola. I reati contestati tratteggiano il perfetto manuale della penetrazione mafiosa nell’economia legale: estorsione aggravata dal metodo mafioso, traffico illecito di rifiuti, intestazione fittizia di quote societarie, trasferimento fraudolento di valori, usura aggravata e persino detenzione e porto illegale di armi da fuoco.

Dal cantiere di Verbania ai vertici della cosca

L’indagine, che abbraccia un periodo compreso tra gennaio 2023 e febbraio 2025, è partita da un controllo all’apparenza di routine sulla gestione delle terre e rocce di scavo in un cantiere di Verbania. Tirando quel filo, gli inquirenti hanno ricostruito una fitta rete criminale avvalendosi di intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi dei tabulati e lunghi servizi di pedinamento.

Al vertice del sistema figurava un cinquantenne residente a Meina, sul Lago Maggiore. È lui, secondo la ricostruzione della Dda, il fulcro del potenziale criminale nell’area. L’uomo vantava legami diretti con la potente cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo — da decenni radicata in Lombardia e Piemonte — e contatti stretti con elementi vicini al clan Iamonte. Un profilo capace di imporre sul territorio un vero e proprio clima di omertà. L’indagato ricorreva in modo sistematico al metodo mafioso per la risoluzione di qualsiasi controversia commerciale e personale. La sua presenza sul territorio aveva determinato un clima di pesante intimidazione, tale da azzerare la concorrenza e assoggettare gli imprenditori locali

Il doppio profitto “in nero” sulle macerie

Il core business dell’organizzazione era incentrato sul movimento terra e sullo smaltimento illegale. Il centro nevralgico dello sversamento era un terreno a Paruzzaro, un’area storicamente destinata a uso industriale convertita in discarica abusiva a cielo aperto. Lì venivano sotterrate montagne di rifiuti provenienti dai cantieri edili delle due province.

Il meccanismo garantiva alla ‘ndrangheta un doppio profitto totalmente in nero: lo smaltimento al ribasso: Alle imprese edili veniva offerto un prezzo “scontato” del 40-50% rispetto ai costi di mercato per liberarsi dei materiali di scavo; il riciclaggio del rifiuto: La stessa terra-rifiuto, priva di qualsiasi bonifica, veniva rivenduta come materiale inerte di reimpiego per altri cantieri. Per coprire il traffico e superare i controlli su strada, il gruppo faceva uso sistematico di Formulari Identificativi dei Rifiuti (FIR) e documenti di trasporto completamente falsificati.

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