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19 Giugno 2026
19 Giugno 2026
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Hate speech, l’odio corre sul digitale. L’allarme dello studio Unical: oltre sette casi su dieci nascono online

La ricerca presentata all'Università della Calabria evidenzia il peso crescente dei discorsi d'odio sul web. Focus sulla regione: "Un caso di invisibilità strutturale", con fenomeni spesso sommersi e poco denunciati

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I discorsi d’odio trovano sempre più spazio nel mondo digitale. È quanto emerge dalla ricerca “Mapping hate and discrimination in Italy: structural invisibility, multi-source monitoring and the calabrian case study”, realizzata nell’ambito del progetto Mythic e curata da Giovanna Vingelli, docente dell’Università della Calabria e direttrice del Centro Women’s Studies dell’ateneo.
Secondo lo studio, il 71,6% degli episodi di hate speech viene rilevato online, mentre il restante 28,4% si manifesta in contesti fisici come scuole, ambienti di lavoro e spazi pubblici.
Un dato che conferma come internet e i social network siano diventati oggi i principali canali di diffusione di linguaggi discriminatori e contenuti d’odio, con effetti che spesso si riflettono anche nella vita reale.

Le segnalazioni raccolte dall’Unar

A rafforzare il quadro tracciato dalla ricerca sono anche i numeri dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali.
Nel corso del 2024 sono state registrate 17.640 segnalazioni complessive, delle quali il 93,7% è emerso attraverso il monitoraggio del web e dei media. Una percentuale che evidenzia il ruolo centrale dell’ecosistema digitale nella diffusione e nell’individuazione dei fenomeni discriminatori.

La Calabria e il problema dell'”invisibilità strutturale”

Uno dei capitoli più significativi dello studio riguarda la Calabria, indicata come un caso di “invisibilità strutturale”.
La definizione, spiegano i ricercatori, non implica una minore presenza di discriminazioni o violenze rispetto ad altre aree del Paese, ma evidenzia piuttosto una minore capacità di far emergere e intercettare questi fenomeni.
Secondo l’analisi, molte situazioni restano sommerse perché vengono denunciate raramente, monitorate in modo insufficiente e spesso normalizzate all’interno del contesto sociale.

Sfiducia e carenza di reti di supporto

Alla base di questa condizione vi sarebbero diversi fattori. Lo studio richiama infatti elementi culturali, la diffusa sfiducia nelle istituzioni e la tendenza a considerare accettabili alcune forme di discriminazione, che finiscono così per non essere segnalate.
A incidere sarebbe anche la fragilità delle reti territoriali di emersione e sostegno alle vittime, un aspetto che rende più difficile individuare e contrastare gli episodi di odio e discriminazione.

La presentazione all’Università della Calabria

La ricerca è stata presentata a Rende nel corso di un incontro pubblico ospitato dall’Università della Calabria. L’iniziativa rientra nelle attività del progetto europeo “Mobilize Youth Tackling Hate in Calabria”, finanziato dall’Unione europea e coordinato dalla Fondazione L’Albero della Vita, con la collaborazione di Dataninja e del Centro Calabrese di Solidarietà Ets.
L’obiettivo del progetto è quello di rafforzare gli strumenti di monitoraggio e prevenzione dei fenomeni d’odio, coinvolgendo in particolare le nuove generazioni e i territori più esposti al rischio di marginalizzazione sociale.

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