26 Settembre 2026
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L’isola che non c’è, dopo quattro anni di governo ricomincia il comizio

Mentre discutiamo dell'ennesima polemica, rischiamo di smettere di discutere dell'Italia, quella vera. Non quella raccontata negli studi televisivi, non quella dei comizi, non quella costruita per durare il tempo di un reel

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C’è un’Italia raccontata e c’è un’Italia vissuta.

Nell’Italia raccontata il Governo inanella risultati, mantiene promesse, sistema i conti e viene persino sottovalutato da chi quei conti ha il compito istituzionale di misurarli.

Poi c’è l’altra Italia. Quella nella quale si fa la spesa, si pagano benzina e bollette, si confrontano gli stipendi con i prezzi, le imprese affrontano il costo dell’energia e migliaia di lavoratori seguono vertenze industriali chiedendosi quale sarà il proprio futuro.

Tra queste due Italie sta diventando sempre più difficile riconoscere lo stesso Paese e soprattutto viene spontaneo domandarsi: perché proprio adesso?

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni sembra avere improvvisamente riscoperto il linguaggio della campagna elettorale permanente.

Stranieri nelle classi, burqa, integrazione, comizi dai toni sempre più accesi. Poi viene chiamato in causa persino Sergio Mattarella per sostenere la propria posizione sul limite degli studenti stranieri nelle classi. Infine arriva l’ISTAT.

Il deficit 2025 resta al 3,1% del PIL, come l’ISTAT aveva già stimato ad aprile, e quindi l’Italia non conquista l’uscita anticipata dalla procedura europea per deficit eccessivo.

La presidente del Consiglio si dice dispiaciuta e osserva che non sa se l’ISTAT “sottostima gli italiani o il governo”.

Una battuta che merita attenzione

Una “battuta”? Ma una battuta pronunciata dal Presidente del Consiglio nei confronti dell’Istituto nazionale di statistica merita qualche attenzione in più di quella riservata alla battuta pronunciata al bar.

Anche perché l’ISTAT non ha cambiato idea sul deficit: il 3,1% era la stima di aprile e il 3,1% rimane dopo la revisione di settembre. E la stessa ISTAT spiega che le revisioni dei conti nazionali derivano dall’acquisizione di nuove informazioni, da innovazioni metodologiche e dall’adeguamento delle fonti anche in relazione alle indicazioni Eurostat.

Il problema, dunque, non è l’ISTAT.Il problema è che dopo quattro anni di governo diventa sempre più difficile continuare a presentare ogni risultato favorevole come certificazione del successo e ogni risultato meno favorevole come qualcosa che richiede una spiegazione esterna.

C’è poi un’altra domanda che dovrebbe occupare molto più spazio nel dibattito pubblico: dove sarebbe oggi l’economia italiana senza il PNRR?

Non è una domanda propagandistica. È una domanda economica.

Banca d’Italia scrive che la crescita italiana del 2025 ha beneficiato degli interventi del PNRR. E l’Ufficio parlamentare di bilancio stima che nel 2026 l’effetto sul livello del PIL delle misure addizionali del PNRR e dei fondi collegati possa raggiungere, nello scenario centrale, circa 2,1 punti percentuali rispetto allo scenario senza quelle misure.

Attenzione: questo non significa che senza PNRR si possa semplicemente sottrarre 2,1 punti alla crescita dell’anno,sarebbe statisticamente scorretto.

Un significato politicamente importante

Significa però qualcosa di politicamente molto importante.

Stiamo giudicando i risultati di un Governo che ha amministrato il Paese negli anni della più grande occasione di investimento europeo della nostra storia recente.

E allora la domanda diventa ancora più esigente: con una spinta straordinaria di queste dimensioni, quali problemi strutturali siamo riusciti davvero a risolvere? E soprattutto: cosa accadrà quando quella spinta straordinaria finirà?

Di questo sarebbe interessante discutere e invece il dibattito pubblico viene continuamente attirato altrove.Lo straniero in classe,il burqa,la polemica del giorno,la frase destinata ai social,il comizio,l’avversario da indicare. Adesso persino il sospetto, affidato a una battuta, che l’ISTAT possa sottostimare il Governo.

È una tecnica politica che produce un risultato evidente, indipendentemente dalle intenzioni di chi la utilizza: sposta l’attenzione dai problemi complessi verso argomenti capaci di dividere immediatamente il pubblico in due tifoserie.

Perché discutere seriamente di produttività, salari, industria, sanità, giovani che emigrano, costo dell’energia o qualità della spesa pubblica richiede numeri, tempo e qualche risposta scomoda.Dividersi sugli stranieri richiede pochi secondi.

E una volta creata la contrapposizione, ciascuno torna nella propria curva.

A rendere questo meccanismo ancora più efficace contribuisce una parte del sistema dell’informazione. Non tutta, naturalmente. Ma esistono trasmissioni e giornalisti che garantiscono alla politica lunghi spazi nei quali il racconto del Governo rischia di prevalere sulla verifica puntuale delle affermazioni.

L’intervista televisiva dovrebbe servire proprio a questo: non soltanto a consentire al Presidente del Consiglio di raccontare ciò che ritiene di avere fatto bene, ma a sottoporre quel racconto alle domande che i cittadini non hanno la possibilità di porre direttamente.Altrimenti l’intervista diventa semplicemente un’altra forma di comunicazione politica.

Il punto su cui essere meno indulgenti

Ed è probabilmente questo il punto sul quale dovremmo iniziare a essere meno indulgenti.

Dopo quattro anni Giorgia Meloni non è più la leader dell’opposizione che chiede agli italiani fiducia per cambiare il Paese.È il Presidente del Consiglio al quale gli italiani possono, anzi devono, chiedere conto del Paese che ha governato.

Le difficoltà non possono essere eternamente attribuite a ciò che è accaduto prima, alla congiuntura internazionale, all’Europa, alle opposizioni o, sia pure attraverso una battuta, a chi misura i risultati.

A un certo punto arriva il tempo del rendiconto.E forse è proprio per questo che vale la pena osservare con attenzione l’improvviso ritorno dei comizi, delle contrapposizioni identitarie e delle misure ad altissima resa comunicativa.

Non possiamo sapere quali siano le intenzioni che determinano questa strategia, possiamo però vedere ciò che produce. Mentre discutiamo dell’ennesima polemica, rischiamo di smettere di discutere dell’Italia, quella vera. Non quella raccontata negli studi televisivi, non quella dei comizi, non quella costruita per durare il tempo di un reel.

L’isola che non c’è può essere un posto bellissimo da raccontare, in musica; il problema comincia quando si pretende che gli italiani ci abitino davvero.

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