26 Settembre 2026
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Cannizzaro, Vannacci e il derby del potere: Reggio Calabria ridotta a un seggio da conquistare

Il primo costruisce un popolo di umiliati, il secondo una città con il posto di blocco. In mezzo, due candidati ridotti a un certificato di residenza e a una chiave per i ministeri

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Il particolare più grottesco di questa campagna elettorale è che Francesco Cannizzaro e Roberto Vannacci non sono neppure candidati. Eppure sono gli unici due uomini di cui si parla.

Il 27 e 28 settembre i cittadini del collegio di Reggio Calabria dovrebbero scegliere un deputato. Sulla scheda troveranno quattro nomi: Fabio Roscioli, Domenico Giannetta, Frank Benedetto e Francesco Toscano. Nelle piazze, invece, sono stati convocati per fare da contapersone nella guerra privata tra il sindaco che vuole dimostrare di possedere politicamente la città e il generale che vuole conquistarvi il suo decimo deputato.

Il seggio è la posta. Reggio è il tavolo sul quale giocarselo

Vannacci ha descritto Cannizzaro come un “plantigrado” che suda e gesticola, ha rappresentato i reggini come somari tenuti buoni con una carota e ha spiegato loro che, dopo essere stati “cornuti” in passato, non dovrebbero accettare di essere ancora “mazziati”. Poi ha trasformato l’elezione in una parodia evangelica: da una parte Reggio, dall’altra Barabba. Cannizzaro ha risposto chiamando gli avversari “pecoroni del Nord”, dando del “cretino” al deputato Furgiuele e liquidando la presenza di un uomo con la maglia del Catanzaro con un raffinato: “Ma quanto siete coglioni?”. Infine, la replica in dialetto: “Cornutu si tu e cu non tu rici”.

Non è soltanto una caduta di stile. Le cadute sono accidentali. Qui siamo davanti a un metodo e, soprattutto, a un’idea precisa della politica.

Vannacci ha bisogno di fabbricare un popolo umiliato per potersi presentare come il suo liberatore. Cannizzaro ha bisogno di fabbricare una città assediata per potersi offrire come il suo custode. Il primo parla ai cittadini come un generale alla truppa; il secondo come il proprietario dal cancello di casa. Entrambi, prima di difendere i reggini, devono descriverli come vittime, servi o persone incapaci di scegliere senza una guida.

È una perfetta simmetria del disprezzo

L’episodio della maglia del Catanzaro è persino più rivelatore delle parolacce. Un indumento sportivo è diventato un documento di inammissibilità politica, quasi che per attraversare corso Garibaldi occorresse un passaporto calcistico. Siamo alla sublimazione del ridicolo: il romano può rappresentare Reggio se possiede le chiavi dei palazzi romani; il calabrese di un’altra provincia diventa invece uno straniero sospetto se indossa i colori sbagliati.

Non è amore per il territorio. È una dogana elettorale gestita dal capo

D’altra parte, la presentazione di Roscioli vale più di cento programmi. Cannizzaro ha spiegato che è l’uomo capace di aprire porte, coordinare ministri e risolvere problemi con una telefonata; ha persino avvertito gli elettori che potrebbero vederlo poco o “forse addirittura mai più”, perché dovrebbe lavorare per Reggio da Roma.

Una confessione involontaria e formidabile: non si sta eleggendo un rappresentante, ma una tessera magnetica per entrare nei ministeri

Giannetta, dall’altra parte, viene esibito soprattutto come certificato di autenticità territoriale: il reggino contro il forestiero, la radice contro il paracadute. Uno è una chiave elettronica; l’altro un certificato catastale. Del loro pensiero politico, delle proposte legislative e di ciò che intendono fare concretamente alla Camera resta pochissimo. Sono diventati i prodotti attraverso i quali i due veri protagonisti misurano il proprio peso.

E tutto questo per uno scorcio di legislatura. Una funzione costituzionale, accompagnata dall’indennità e dai rimborsi previsti per i deputati, è stata trasformata in un contratto politico a tempo determinato, nell’attesa che le prossime elezioni nazionali rimescolino nuovamente candidature, collegi e fedeltà.

Non è scandaloso che un parlamentare sia retribuito. È scandaloso che una comunità venga chiamata alle urne come un notaio, soltanto per autenticare l’accordo di potere di qualcun altro.

Vannacci non sta combattendo per Reggio: sta usando Reggio come primo poligono elettorale di Futuro Nazionale. Cannizzaro non sta semplicemente difendendo Reggio: pretende di dimostrare che nessuno possa attraversarla politicamente senza il suo permesso. Uno vuole una fotografia nazionale della propria crescita; l’altro un certificato locale di proprietà.

La città che entrambi dichiarano di amare è stata ridotta a uno studio televisivo affacciato sullo Stretto. Le telecamere sono rivolte verso Roma, ma il prezzo dello spettacolo viene pagato dai reggini.

Il punto più basso, allora, non sono neppure “cornuti”, “coglioni”, “cretini” o “pecoroni”. Il turpiloquio è solo il rumore che serve a coprire il vuoto. Il punto più basso è la scomparsa della domanda che dovrebbe stare al centro di un’elezione: che cosa farà il prossimo deputato per questo territorio?

Quando manca la risposta, si alza la voce

Quando manca una visione, si inventa un nemico. Quando manca la politica, basta una maglia da calcio per organizzare una frontiera.

Alla fine qualcuno vincerà e andrà alla Camera. Cannizzaro conterà i propri voti, Vannacci i propri soldati. Ma una campagna che tratta gli elettori come tifosi, clienti o reclute avrà già prodotto la sua sconfitta più grave: un deputato potrà essere eletto, mentre la rappresentanza sarà rimasta fuori dalla piazza.

L’espressione più oscena pronunciata in questi giorni, in fondo, non è una parolaccia. È l’aggettivo possessivo: la mia città, i miei voti, il mio candidato, il mio seggio.

Reggio Calabria potrebbe ancora rispondere con la sola frase che entrambi meritano di ascoltare: qui non c’è niente di vostro.

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