Quando il sindaco deve fare il genitore: il coprifuoco degli under 14 e il dietrofront che ne rivela i limiti Prima Praia a Mare e Diamante, poi Acri. Tre Comuni calabresi hanno scelto di affrontare un problema sempre più visibile nelle sere d’estate attraverso lo strumento più immediato a disposizione di un sindaco: l’ordinanza.
Ad Acri il provvedimento è arrivato dopo una ristra giovanissimi durante la Notte Bianca: fino al 14 settembre gli under 14 non accompagnati non avrebbero potuto circolare o sostare negli spazi pubblici tra mezzanotte e le 6,30. Per i genitori che non avessero vigilato erano previste sanzioni fino a 500 euro.
Il caso Acri e la revoca a meno di ventiquattro ore
L’ordinanza, però, è durata meno di ventiquattr’ore. Dopo una nota della Prefettura di Cosenza, il sindaco Pino Capalbo ha disposto la revoca integrale e immediata del provvedimento. La Prefettura ha richiamato la necessità di trovare un equilibrio tra la tutela dei minori e il rispetto dei diritti fondamentali, indicando inoltre l’opportunità di affrontare la questione nell’ambito del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Il dietrofront non chiude il problema. Al contrario, lo rende ancora più interessante.
Non significa necessariamente che la finalità perseguita dal Comune fosse sbagliata, né equivale, da sola, a una formale dichiarazione d’illegittimità dell’ordinanza. Dimostra però che una misura capace di incidere in modo generalizzato sulla libertà di circolazione di un’intera categoria di persone, anche se minorenni, non può essere trattata come una semplice estensione degli orari comunali o delle regole sul decoro urbano.
Chiamarlo “coprifuoco” fa certamente titolo ma dal punto di vista giuridico la questione è assai più complessa: dietro un’ordinanza apparentemente semplice si incontrano almeno tre piani diversi, la sicurezza pubblica, la responsabilità dei genitori e i diritti fondamentali dei minori.
I confini giuridici dei poteri straordinari dei sindaci
Il sindaco dispone certamente di poteri straordinari: gli articoli 50 e 54 del Testo unico degli enti locali consentono, in presenza dei relativi presupposti, l’adozione di ordinanze contingibili e urgenti per fronteggiare situazioni eccezionali che interessino l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana.
E tuttavia, proprio perché straordinario, questo potere non costituisce una piccola potestà legislativa comunale.
Un’ordinanza contingibile e urgente deve poggiare su una situazione concreta, essere adeguatamente motivata, proporzionata al pericolo che intende prevenire e temporalmente limitata. Deve inoltre dimostrare perché gli strumenti ordinari non siano sufficienti, non può diventare il mezzo con cui un Comune disciplina in via generale fenomeni sociali strutturali.
Se esistono episodi documentati di violenza, situazioni di pericolo o fenomeni tali da determinare un problema effettivo di sicurezza urbana, l’intervento delle istituzioni ha una sua evidente ragione. Ma vietare a tutti i ragazzi sotto una determinata età di trovarsi da soli per strada in un’intera fascia oraria significa inevitabilmente incidere anche sui comportamenti di chi non ha fatto assolutamente nulla.
La misura può dunque essere comprensibile sul piano politico senza essere, per questo, sottratta al vaglio giuridico della necessità e della proporzionalità.
È precisamente su questo confine che è intervenuta la Prefettura. Non per negare l’esistenza del problema, ma per ricordare che sicurezza e tutela dei minori non appartengono esclusivamente alla sfera decisionale del sindaco e devono essere coordinate con le competenze delle altre autorità. Il richiamo al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica indica proprio la necessità di sostituire alla risposta isolata di un Comune una valutazione condivisa e più ampia.
La vicenda di Acri mostra, quindi, anche un limite istituzionale: un episodio grave può giustificare una reazione immediata, ma non ogni reazione immediata è automaticamente la più adeguata.
Dal controllo familiare al soccorso pubblico: un nodo educativo
C’è poi un secondo aspetto, forse ancora più interessante. Le ordinanze calabresi raccontano qualcosa che va oltre il diritto amministrativo: quando il controllo familiare arretra, avanza quello pubblico. Un tempo – senza indulgere nella retorica secondo cui “prima era tutto migliore”, perché non lo era – bambini e ragazzi godevano probabilmente di una libertà materiale persino maggiore di quella odierna. Si usciva da soli, si giocava per strada, si tornava a casa quando era buio, ma quella libertà viveva dentro una rete di controllo sociale molto più fitta. C’erano i genitori, i nonni, i vicini, il commerciante sotto casa. Il paese stesso, nel bene e nel male, esercitava una forma di sorveglianza diffusa.
Oggi abbiamo costruito un curioso paradosso: ragazzi sorvegliati digitalmente ventiquattr’ore su ventiquattro attraverso uno smartphone e, contemporaneamente, ragazzi che a dodici o tredici anni possono trovarsi alle due del mattino in una piazza senza che vi sia un adulto responsabile nelle vicinanze. Quando quella rete privata e sociale scompare, la domanda di protezione viene trasferita inevitabilmente alle istituzioni. Ed ecco arrivare il vigile urbano dove prima, forse, sarebbe arrivato un padre. Il diritto, però, dovrebbe essere l’ultima risposta, non la prima.
La responsabilità genitoriale non è una formula antiquata. Il codice civile attribuisce ai genitori precisi doveri di cura, educazione e vigilanza; l’ordinamento conosce inoltre responsabilità civili e, nelle situazioni più gravi, persino conseguenze penali connesse all’abbandono di persone minori.
Non occorre quindi inventare attraverso un’ordinanza comunale il principio secondo cui un tredicenne debba essere adeguatamente vigilato. Quel principio esiste già. La vera domanda è un’altra: fino a che punto può intervenire il potere pubblico quando la famiglia non esercita adeguatamente quella responsabilità? È troppo facile rispondere semplicemente “mai”, così come sarebbe pericoloso rispondere “sempre”.
Un dodicenne che torna a casa a mezzanotte dopo una manifestazione non è automaticamente un minore abbandonato. E un dodicenne che alle tre del mattino partecipa abitualmente a situazioni violente non diventa automaticamente responsabilità del sindaco. Tra queste due situazioni esiste uno spazio enorme. È precisamente lo spazio dell’educazione. Ed è uno spazio che nessuna ordinanza può occupare davvero.
Il punto debole di questi provvedimenti, quindi, non è necessariamente la loro finalità. Proteggere ragazzi molto giovani durante le ore notturne può essere un obiettivo perfettamente legittimo. Il punto delicato è pensare che un problema educativo e sociale possa essere stabilmente risolto attraverso un divieto amministrativo generalizzato.
Oggi vietiamo agli under 14 di uscire dopo mezzanotte. Domani, di fronte a un nuovo episodio, abbasseremo l’orario alle 23? Alzeremo l’età a sedici anni? Estenderemo il provvedimento per tutto l’anno? È proprio per evitare questa deriva che il diritto amministrativo pretende necessità, proporzionalità, motivazione e temporaneità. L’ordinanza può spegnere un incendio. Non può sostituire l’impianto elettrico difettoso che continua a provocarlo.
La revoca disposta ad Acri, dopo l’intervento della Prefettura, dimostra che anche di fronte a un problema reale la risposta non può ridursi a un divieto scritto in fretta sull’onda di un episodio grave. Servono coordinamento tra le istituzioni, controlli mirati, prevenzione, coinvolgimento delle famiglie e una presenza educativa capace di intervenire prima che la questione diventi di ordine pubblico.
Il segnale più preoccupante, allora, non è soltanto che alcuni sindaci calabresi abbiano sentito la necessità di intervenire. È che diverse comunità abbiano cominciato a considerare normale chiedere al Comune di stabilire per ordinanza ciò che, fino a non molti anni fa, apparteneva anzitutto alla responsabilità degli adulti. Il dibattito non dovrebbe ridursi alla contrapposizione tra sindaci “sceriffi” e amministratori permissivi.
La questione è più seria. Una comunità nella quale serve un’ordinanza – poi revocata – per ricordare che un bambino di dodici anni alle tre di notte dovrebbe avere accanto un adulto non ha soltanto un problema di ordine pubblico. Ha un problema educativo.
E quello, purtroppo, non si risolve né con un divieto generalizzato né con una multa da 500 euro.












