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24 Maggio 2026
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Catanzaro sogna la Serie A, ma ora è anche la città che deve dimostrare di essere pronta

Dalla finale playoff contro il Monza al nodo Ceravolo, tra entusiasmo popolare, lavori allo stadio e incognite infrastrutturali: il sogno giallorosso è legittimo, ma la città deve fare i conti con la realtà

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Al triplice fischio del “Barbera” di Palermo, erano da poco passate le dieci di sera. Eppure, le strade del capoluogo calabrese erano già percorse da un fiume di persone in fermento: caroselli di auto, clacson, fumogeni color giallorosso. Catanzaro aveva appena conquistato la sua prima finale playoff di serie B nella storia del club. Il 2-0 subito in Sicilia non importava: il 3-0 dell’andata al Ceravolo aveva già scritto la storia. Oltre mille tifosi si sono riuniti al Benny Hotel e alcuni, nel cuore della notte, hanno atteso l’arrivo del volo da Palermo all’aeroporto di Lamezia Terme, trasformando il benvenuto in un rito collettivo carico di lacrime e di abbracci.

Iemmello, il capitano simbolo

Simbolo di questa storia è Pietro Iemmello, il capitano, nato a Catanzaro, cresciuto da bambino in curva: la sua storia con la maglia giallorossa è diventata il simbolo di questa stagione. Dopo anni lontano dalla Calabria, il ritorno a casa si è trasformato in un racconto che va oltre il calcio. Quando è apparso in lacrime sulla panchina del Barbera, sopraffatto dall’emozione, le immagini hanno fatto il giro d’Italia in pochi minuti.

La vittoria come identità collettiva

La psicologia sociale descrive con precisione ciò che si osserva in questi giorni a Catanzaro. Il concetto di identità sociale spiega come l’appartenenza a un gruppo — in questo caso la tifoseria giallorossa — costituisca una componente essenziale dell’identità individuale. Quando la squadra vince, il tifoso non percepisce soltanto una vittoria altrui: la vive come propria. Il successo sportivo diventa amplificatore di autostima collettiva, specialmente in contesti periferici dove il calcio rappresenta spesso l’unica finestra sul palcoscenico nazionale.

L’attesa di una finale genera quello che i ricercatori chiamano anticipatory affect — un’emozione che mescola speranza, ansia e vulnerabilità in proporzioni che variano da persona a persona, ma che convergono in un unico sentimento condiviso: il terrore di perdere qualcosa che sembra a portata di mano.

La corsa verso la finale

Nelle strade del capoluogo calabrese, bar, piazze e punti di ritrovo sono stati colorati di giallorosso fin dalle prime ore del mattino successivo alla semifinale. La corsa da record ai biglietti per la gara d’andata al Ceravolo si è affiancata immediatamente alla febbrile ricerca di voli, treni o di ogni altro mezzo di trasporto per Monza — dove si giocherà il ritorno del 29 maggio.

Il Monza ha chiuso la stagione regolare al terzo posto, il Catanzaro al quinto. Secondo il regolamento playoff, in caso di parità di gol nel doppio confronto sarà il Monza a salire in Serie A. La squadra di Bianco ha eliminato la Juve Stabia in semifinale e arriva alla finale come favorita. Due pareggi basterebbero ai brianzoli per festeggiare la promozione.

Aquilani e il suo Catanzaro devono quindi vincere almeno una delle due gare, o vincere il computo complessivo dei gol. Una missione difficile ma, come dimostrato più volte, non impossibile. La stagione dei giallorossi è stata costruita su gioco coraggioso, sacrificio e grande compattezza. I tifosi e forse anche qualche giocatore del Monza, sanno cosa significa affrontare il Ceravolo con tredicimila anime giallorosse, il dodicesimo uomo in campo per la squadra di casa.

La domanda scomoda: Catanzaro è pronta?

Il sogno è legittimo. La passione è autentica. Ma dietro le bandiere e i fumogeni si celano questioni concrete che meritano risposta onesta: la città, il suo stadio, le sue infrastrutture sono davvero all’altezza della massima serie italiana?

Lo stadio Nicola Ceravolo è un impianto storico — nato nel 1927, terzo per anzianità in Italia dopo il Ferraris di Genova (1911) e il Penzo di Venezia (1913). La capienza attuale supera la soglia minima di 12.000 posti richiesta dalla normativa FIGC per la Serie A stagione 2026-2027. Un requisito superato, almeno sulla carta.

Il Comune di Catanzaro, insieme alla società giallorossa e alla firma di architettura Sportium (Gruppo CMR International), ha presentato il Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica (PFTE) per la riqualificazione dell’impianto, articolato in due macro-fasi. Il piano prevede l’ampliamento della capienza fino a 15.800 posti con 4.700 nuovi seggiolini, una nuova copertura con impianto fotovoltaico, e illuminazione adeguata agli standard televisivi internazionali. L’obiettivo dichiarato è portare il Ceravolo a soddisfare le normative CONI, UEFA e FIGC.

Il nodo Ceravolo e la rinuncia del Consorzio Krea

Ma come spesso accade alle vicende calcistiche giallorosse, persino nell’atto finale, l’iter non poteva essere lineare. La sera stessa in cui il Catanzaro conquistava la finale contro il Palermo, una PEC arrivava negli uffici di Palazzo De Nobili: il Consorzio Krea di Acireale, che si era appena aggiudicato l’appalto PNRR da un milione di euro per la copertura della Tribuna Centrale del Ceravolo, rinunciava unilateralmente all’incarico.

La motivazione: l’impossibilità di garantire la demolizione della vecchia tettoia della tribuna entro il 30 giugno 2026, scadenza perentoria dei fondi PNRR, pena la perdita integrale del finanziamento. Un aspetto paradossale: il Consorzio era perfettamente a conoscenza di questa scadenza già al momento della presentazione dell’offerta. Lo aveva accettato, presentato l’offerta, vinto la gara — e poi, nel giro di ore, aveva fatto marcia indietro. La notizia, pur rapidamente metabolizzata dagli uffici tecnici comunali, aveva smorzato per qualche minuto l’entusiasmo della grande impresa sportiva appena consumata al Barbera.

Lo scorrimento della graduatoria e le incognite PNRR

Il Comune ha reagito senza esitazioni: tramite PEC, sono stati immediatamente contattati il secondo e il terzo classificato in graduatoria. La Scutieri Costruzioni di Catanzaro (seconda) si è riservata di decidere dopo un sopralluogo programmato per lunedì 25 maggio. La ditta Veltri (terza) ha invece già confermato la disponibilità immediata. Si procede quindi per scorrimento di graduatoria, senza riaprire la gara: un’opzione più rapida, che tuttavia mantiene tutte le incognite sulla scadenza PNRR.

Per fortuna, le norme FIGC prevedono la possibilità di concedere deroghe alle società neopromosse quando siano in corso interventi di ammodernamento già avviati, previa comunicazione alla Lega. Questo spiraglio è fondamentale per il Catanzaro: il progetto, presentato prima della finale, potrebbe costituire la base per richiedere deroghe temporanee sui requisiti strutturali più impegnativi come la copertura totale delle tribune.

La Serie A oltre il campo

La Serie A, inoltre, porta con sé un ecosistema di obblighi che va ben oltre il rettangolo verde. Le best practice UEFA e FIGC sull’hospitality richiedono aree VIP con catering strutturato, sky-box riservati agli sponsor, zone media attrezzate con sala stampa, sala mixed zone e postazioni per i telecronisti. Il Ceravolo nella sua configurazione attuale non dispone di un’area hospitality premium degna della massima serie: un elemento non secondario, considerando che i diritti TV e le partnership commerciali rappresentano oltre il 60% dei ricavi di un club di Serie A.

Esistono norme sempre più stringenti sulla sostenibilità finanziaria, in linea con le direttive UEFA sul Financial Fair Play (oggi Football Earnings Ratio). Una neopromossa del Sud deve affrontare costi fissi — stipendi, trasferte, diritti TV garantiti — ben superiori a quelli della Serie B, con un bacino di utenza e sponsor locali inevitabilmente più ridotto rispetto ai club del Nord. Il modello virtuoso di Lecce (promosso e retrocesso in cicli regolari) dimostra che sopravvivere in Serie A per una realtà meridionale è possibile, ma richiede pianificazione rigorosa e investimenti mirati.

La Serie A come dichiarazione di esistenza

Alla fine, le norme infrastrutturali e i criteri FIGC contano — ma non raccontano tutto. Catanzaro è una città che ha aspettato decenni per rivedere la sua squadra ai livelli che le competono. L’ultima presenza in Serie A risale al ciclo glorioso degli anni ’70, quando il Catanzaro sfidava l’Inter e la Juventus al Ceravolo davanti a trentamila spettatori.

I tifosi che domani affolleranno le strade tappezzate di giallorosso non vivono soltanto una notte di calcio; in contesti dove il senso di marginalizzazione geografica è storicamente radicato, il successo sportivo della squadra locale assume una funzione riparativa: restituisce visibilità, dignità e orgoglio identitario a comunità che troppo spesso si sentono dimenticate dal dibattito nazionale. La Serie A non sarebbe solo un campionato: sarebbe una dichiarazione di esistenza.

La vigilia più lunga

E così, mentre il Ceravolo si prepara ad accendere le luci della finale, mentre Iemmello — il bambino della curva diventato capitano — si concentrerà sul suo sogno più grande, l’intera città trattiene il respiro. Domani sera la risposta. Adesso, c’è solo la vigilia: lunga, carica, bellissima. (ma.co.)

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