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7 Maggio 2026
7 Maggio 2026
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Cosenza Calcio, una stagione iniziata male e finita peggio: la sconfitta con il Casarano è l’ennesimo castello di carta

La pesante eliminazione playoff rappresenta il simbolo di una stagione nata tra dubbi e precipitata nel caos. E la piazza continua a chiedere un solo cambiamento: la cessione della società

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Il risultato finale contro il Casarano è soltanto l’ultima fotografia di un disastro annunciato. Il pesantissimo 1-5 incassato al Marulla nei playoff è il manifesto definitivo di cosa sia diventato il calcio nel capoluogo bruzio.

Una stagione nata male e finita anche peggio. Prima la delusione della retrocessione, poi il clima rovente attorno alla squadra, la frattura totale tra tifoseria e società, il senso di precarietà costante che ha accompagnato ogni settimana del campionato. In mezzo, il solito copione fatto di sopravvivenza, improvvisazione e incertezza a firma Guarascio.

Parlare oggi di solo calcio, a Cosenza, è diventato impossibile.

Il crollo contro il Casarano come simbolo

Il Casarano ha avuto qualità, organizzazione e lucidità. Il Cosenza invece si è sciolto, travolto mentalmente prima ancora che tecnicamente. Il 1-5 finale racconta molto più di una partita sbagliata: racconta una squadra svuotata.

Eppure sarebbe ingeneroso puntare il dito contro i calciatori o contro Buscè. Perché l’impressione, maturata mese dopo mese è che questo gruppo abbia provato davvero a tenere in piedi una situazione diventata ingestibile nonostante tutto.

Il problema non è il campo: è tutto ciò che c’è attorno

Il vero nodo è che a Cosenza il calcio è diventato relativo. Schiacciato da tensioni continue, contestazioni, società arrembante e da un senso di sfiducia ormai irreversibile.

Da troppo tempo il club vive in una dimensione sospesa, senza una progettualità chiara, senza una prospettiva capace di ricostruire entusiasmo. Ogni stagione sembra partire con l’unico obiettivo di sopravvivere a quella successiva. Ogni estate diventa un esercizio di resistenza. Ogni finestra di mercato una saga horror.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città disillusa, uno stadio vuoto e una squadra che, inevitabilmente, finisce per assorbire tutto il peso di questo clima.

Per questo ridurre tutto a una sconfitta playoff sarebbe superficiale. Il problema del Cosenza non nasce contro il Casarano. Quella partita è soltanto il punto finale di un logoramento lungo anni.

Il futuro fa più paura del presente

La sensazione più inquietante è che al peggio non ci sia mai fine. All’orizzonte ci sono soltanto nuvole nere.

Al vento di burrasca si aggiungerà a breve la bagarre sul terreno di gioco, con l’amministrazione comunale che è al lavoro per la revoca della concessione dello stadio. Uno scenario che la piazza spingeva da tempo nel braccio di ferro con il patron Guarascio.

È il segnale di una rottura totale. Non soltanto tra tifosi e proprietà, ma tra il Cosenza e la sua stessa città. E allora il punto diventa inevitabilmente più profondo: che senso ha continuare così? Che prospettiva può avere un calcio vissuto da zombie?

Una città che non riconosce più la sua squadra

Il dramma vero è probabilmente questo. Cosenza non riconosce più il proprio calcio. Non si identifica più in ciò che ormai è diventato “roba d’altri”. E quando una squadra perde il legame emotivo con il suo popolo, restano soltanto risultati, classifiche e conti da sistemare. Troppo poco per una piazza che ha sempre vissuto il calcio come appartenenza, identità e passione.

Non è disfattismo. È la fotografia di una realtà che si trascina da troppo tempo.

E forse la frase più dura da pronunciare è anche quella che oggi appare più sincera: se il futuro dev’essere questo, allora forse è davvero meglio fermarsi. Anche restare senza calcio, per una città come Cosenza, farebbe meno male di assistere lentamente alla sua distruzione.

L’unica speranza rimasta: la cessione di Guarascio

Ormai, nella testa di gran parte della piazza, esiste una sola vera speranza: che Eugenio Guarascio decida di cedere il Cosenza e farsi definitivamente da parte.

Non è più soltanto una contestazione sportiva. È diventata una richiesta quasi esistenziale da parte di una tifoseria che vive un rapporto logorato, consumato e irrecuperabile con la proprietà. Perché il punto, oggi, non è soltanto perdere o retrocedere. Il punto è la sensazione diffusa che il Cosenza abbia smesso di appartenere alla sua gente.

Una squadra di calcio, soprattutto in una città come Cosenza, non può essere percepita come un semplice marchio o un giocattolo di proprietà, qualcosa di cui disporre a piacimento senza alcun legame emotivo con il territorio. Il Cosenza rappresenta identità, appartenenza, storia collettiva. E invece da troppo tempo il sentimento dominante è quello di una distanza insanabile tra chi il Cosenza lo vive e chi il Cosenza lo gestisce.

Il braccio di ferro continua. Contestazioni, proteste, diserzioni dello stadio, striscioni, prese di posizione pubbliche: i tifosi le stanno provando tutte. Nel frattempo però nulla sembra cambiare davvero. E questa immobilità sta lentamente trascinando il club in un vuoto sempre più profondo.

La domanda che aleggia sulla città è ormai sempre la stessa: arriverà davvero il momento in cui il Cosenza potrà sentirsi libero?

Libero da un clima irrespirabile. Libero da stagioni vissute senza prospettiva. Libero dall’idea di dover sopravvivere invece che costruire. Perché oggi la sensazione più dolorosa è proprio questa: che il Cosenza non stia vivendo, ma semplicemente esistendo.

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