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7 Maggio 2026
7 Maggio 2026
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Viticoltura calabrese, l’allarme cambiamento climatico di Cna: “A rischio l’identità del territorio”

Il portavoce Giovanni Benvenuto: "Il rischio è costruire un'agricoltura più "resistente", ma anche più uniforme, più fragile sul piano culturale e meno distintiva sui mercati"

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Entro il 2050 potremmo perdere fino al 90% delle aree vitivinicole italiane a causa dei cambiamenti climatici. Per la Calabria, con la sua viticoltura millenaria e i suoi territori unici, questo non è uno scenario astratto. È una minaccia concreta, che riguarda comunità, economie, identità”. A lanciare l’allarme è il portavoce di CNA Agroalimentare Calabria Giovanni Benvenuto commentando i dati diffusi nell’ambito del Vinitaly2026.

“No solo tecnologia”

“La risposta più immediata, e più pericolosa, sarebbe quella di affidarsi unicamente alla tecnologia. A Vinitaly 2026 si è parlato molto di Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) come strumento di adattamento: colture più resistenti, varietà capaci di reggere il nuovo clima, soluzioni innovative per ridurre le perdite. Ma se ci fermiamo qui, rischiamo di curare il sintomo ignorando la malattia – fa notare Benvenuto – e di sacrificare la biodiversità sull’altare dell’adattabilità. La Calabria non è uguale al resto d’Italia. I suoi microclimi, le sue altitudini, la sua straordinaria biodiversità agricola non sono limiti da superare. Sono un patrimonio da cui ripartire”. “Lo stesso vale per la zootecnia – aggiunge – dove il dibattito è spesso ridotto a slogan contrapposti tra sostenibilità ambientale e tradizione produttiva. Anche lì serve visione, non semplificazione: difendere le filiere locali e le produzioni identitarie calabresi è al tempo stesso una scelta ambientale, economica e culturale”.

La proposta alternativa

“Il rischio è costruire un’agricoltura più “resistente”, ma anche più uniforme, più fragile sul piano culturale e meno distintiva sui mercati. La proposta è un’altra – afferma Benvenuto – usare le Tea, senza diventarne dipendenti, dentro una strategia che rimetta al centro territorio, varietà autoctone e modelli sostenibili. Perché il vero tema non è salvare la produzione. È salvare ciò che rende quella produzione unica”. “Negli ultimi anni abbiamo dimostrato che innovazione e identità non sono in contraddizione. Il futuro dell’agroalimentare calabrese non si costruisce inseguendo modelli pensati altrove. Si costruisce  – conclude – avendo il coraggio di restare fedeli a ciò che siamo, migliorandolo. Perché nel momento in cui perdiamo la nostra diversità, perdiamo anche il nostro mercato. E il vero rischio non è che cambi il clima: è che, nel tentativo di adattarci, smettiamo di essere noi stessi”.

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