Il gioco spumeggiante, arioso e votato all’attacco è ormai un ricordo sbiadito. Il Cosenza di Buscè, quello capace di sorprendere tutti nel girone d’andata, sembra arrivato al capolinea. Non è una sensazione figlia dell’emotività, ma una constatazione maturata settimana dopo settimana.
La ripresa post-natalizia, scialba e opaca, aveva già lanciato segnali inquietanti. Il mercato di gennaio, con due addii pesantissimi come Kouan e Ricciardi, ha fatto il resto. A Giugliano, contro l’ultima della classe, è arrivata la certificazione definitiva.
Giugliano come sentenza, non come incidente
Il 3-0 del De Cristofaro non può essere liquidato come una giornata storta. È una sentenza sportiva, pesante e rumorosa, che si abbatte sull’unico collante che era rimasto nell’ambiente rossoblù: le prestazioni.
Il Cosenza non perde solo la partita, ma perde anche se stesso. Una squadra senza ritmo, senza idee, senza reazione. Ciò che oggi, con rammarico, si fa fatica a chiamare calcio. Il Giugliano, affamato e aggressivo, ha semplicemente fatto ciò che il Cosenza non è più riuscito a fare: credere in quello che stava facendo.
Casertana solo un rinvio
La vittoria contro la Casertana, che sembrava aver allontanato le nuvole della crisi, appare ora per quello che probabilmente è stata: un rinvio dal patibolo. Un’illusione temporanea in un contesto che continua a deteriorarsi.
La squadra ha perso la bussola, vaga in campo senza una rotta precisa, incapace di imporsi tecnicamente e mentalmente anche contro avversari in evidente difficoltà di classifica.
Buscè e il punto più basso
Le parole di Antonio Buscè, “è il punto più basso della stagione”, non sono solo uno sfogo a caldo. Sono una presa d’atto. Anche l’allenatore, che aveva rappresentato una delle poche certezze, non brilla più. Il suo carattere, il suo mordente, volati via.
Quando un tecnico parla di “batosta” contro l’ultima in classifica, significa che qualcosa si è rotto in profondità.
Un copione già visto
È qui che la stagione del Cosenza assume contorni tristemente familiari. Una stagione che poteva essere, l’ennesima occasione per consolidarsi, e che invece rischia di rientrare nell’abituè della gestione Guarascio: galleggiare.
Galleggiare in questo mare, in balia delle onde.
Senza rotta, senza meta.
E nel calcio, come in mare, prima o poi si affoga.








