C’è un modo sottile ma inequivocabile per dire no: non dire niente. Eugenio Guarascio non ha risposto all’ultimatum di Vincenzo Rota, e quel silenzio vale più di qualsiasi comunicato. La trattativa per la cessione del Cosenza Calcio è definitivamente naufragata, e la città rossoblù si ritrova esattamente al punto di partenza — con una proprietà che non vende, ma che non ha mai dimostrato di saper costruire.
La vicenda, nella sua essenza, racconta qualcosa di più di un affare saltato. Racconta il modo in cui il Cosenza viene gestito, o forse sarebbe più corretto dire: il modo in cui non viene gestito. Rota e il suo gruppo — composto da professionisti e imprenditori del territorio — avevano presentato una proposta concreta: acquisizione del 100% delle quote, un progetto tecnico già strutturato, contatti avviati con figure apicali di comprovata esperienza, partnership nazionali in cantiere, persino un centro sportivo per il settore giovanile già individuato. Non era un’idea vaga. Era un piano.
Eppure Guarascio non si è mai fatto vedere. Le trattative si sono svolte interamente attraverso uno schermo di avvocati — peraltro avvicendati nel corso delle settimane, come se anche la continuità giuridica fosse un lusso da non concedere. L’avvocato Giuseppe Carratelli, uno dei legali del gruppo Rota, lo ha scritto senza giri di parole in un post che ha il sapore amaro di chi ha lavorato sodo per nulla: “Sul più bello e senza una reale motivazione, chi detiene le sorti del club ha deciso di fare un passo indietro.”
Il paradosso dell’iscrizione
Nel frattempo, quasi in sordina, è arrivata la conferma indiretta che il Cosenza ha presentato domanda di iscrizione al prossimo campionato di Serie C. Nessun comunicato ufficiale del club, nessuna parola di Guarascio: la notizia è filtrata da Crotone, a riprova di come la società rossoblù comunichi più per assenza che per presenza. La mancata concessione del Marulla, da parte del Comune, non ha comunque fermato la società dal cercare disperatamente una casa, che proprio nella città degli squali ha trovato fondamenta.
L’iscrizione alla Serie C è il simbolo plastico di dove è arrivato il Cosenza sotto questa proprietà. Non è un punto di ripartenza ambizioso: è il pavimento. E il fatto che venga presentata, come al solito dovremmo dire, senza un direttore sportivo, senza un allenatore, senza una meta per il ritiro e senza un progetto tecnico dichiarato la dice lunga su quanto la non pianificazione per il futuro sia diventata marchio di fabbrica.
Cosa trattiene ancora Guarascio?
Viene da chiedersi, allora, cosa voglia davvero il patron dal Cosenza Calcio. Con un’offerta concreta sul tavolo rifiutata nel silenzio, una città apertamente schierata contro, sugli spalti una sparuta minoranza, una concessione negata, le istituzioni che invocano un cambio di guida e una squadra in terza serie, quali interessi spingono ancora Guarascio a non mollare la presa?
La risposta più benevola è che non lo sappia nemmeno lui. La più critica è che lo sappia benissimo: tenere, senza cedere né investire davvero. Un club di calcio, anche in Serie C, è un asset — ha un nome, una storia, un bacino di tifosi. Cederlo significa rinunciare a qualcosa, e Guarascio sembra non volerlo fare a prescindere dal prezzo che la città sta pagando per questa sua indecisione.
I segnali del declino, intanto, si moltiplicano. Persino lo store ufficiale in piazza Kennedy ha chiuso i battenti: un negozio di merchandising che chiude è anche un segnale. Dice che qualcosa si è spento, che l’entusiasmo attorno a questa società fatica a sopravvivere alla gestione che la guida.
La città oltre il limite
I brusii in città si intensificano. La pazienza dei tifosi cosentini — già messa a dura prova da stagioni altalenanti, da promesse disattese e da una comunicazione inesistente — ha superato il punto di rottura. E in questo clima sta prendendo sempre più piede un’idea che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata fantascienza: costruire una realtà calcistica che si distacchi totalmente dal duo Guarascio-Scalise, ripartendo da zero ma con basi solide e radicate nel territorio.
Non è una novità nel calcio italiano: tante città hanno visto nascere società alternative quando la frustrazione per la gestione del club storico è diventata insostenibile. Non è la strada che nessuno vorrebbe percorrere, ma la delusione accumulata sta rendendo questa prospettiva meno impensabile di quanto sembri.
Guarascio ha scelto ancora una volta il silenzio. Ha ignorato un’offerta, ha ignorato una città, ha ignorato persino il buon senso di sedersi almeno a un tavolo. Il Cosenza si iscriverà alla Serie C, ripartirà da una stagione senza certezze tecniche né dirigenziali, senza uno stadio e senza tifosi. La pazienza, questa volta, sembra davvero arrivata oltre ogni limite.
E quando una città intera smette di aspettare, le conseguenze non le sceglie più chi sta in silenzio.









