10 Agosto 2026
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Andrea e quelle strisce che non l’hanno protetta: “Vibo intervenga prima della prossima vittima”

La famiglia chiede un piano per l’intera città: zone a 30 chilometri orari, semafori, attraversamenti protetti e controlli. “Non si può aspettare che qualcuno muoia per riconoscere una strada pericolosa”.

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Non una polemica, né una richiesta dettata dalla rabbia. Piuttosto, il tentativo di trasformare un dolore indicibile in una scelta capace di proteggere altre vite. La morte di Andrea Minasi, la pianista di 23 anni investita il 28 luglio mentre attraversava sulle strisce pedonali a Vibo Valentia e deceduta il 6 agosto nell’ospedale di Catanzaro, diventa il punto di partenza di una proposta rivolta all’intera città. A presentarla è la zia della giovane, Immacolata Corso, in una lettera indirizzata al sindaco Enzo Romeo e trasmessa anche alla Polizia locale, all’assessore competente, agli uffici comunali, al presidente del Consiglio e ai capigruppo. “La morte di Andrea non può e non deve diventare occasione di polemica. E, soprattutto, non deve essere strumentalizzata”, scrive Corso. Ma il rispetto per Andrea e per tutte le vittime della strada, aggiunge, impone a cittadini e istituzioni “una riflessione più profonda”.

“La sicurezza non può essere una risposta alla morte”

L’amministrazione comunale sta valutando alcuni interventi su viale Affaccio, tra cui l’introduzione del limite di 30 chilometri orari e ulteriori sistemi di rallentamento e protezione. Una volontà accolta positivamente dalla famiglia, che però chiede di andare oltre il luogo della tragedia. “Chiediamo che Vibo Valentia non aspetti un’altra vittima per rendere sicura un’altra strada”, afferma la zia di Andrea. “Perché la sicurezza stradale non può essere una risposta alla morte. Deve essere ciò che viene prima”. Il rischio, altrimenti, è quello di intervenire soltanto quando una tragedia si è già consumata. “Non possiamo continuare a domandarci, dopo ogni tragedia, cosa sarebbe stato possibile fare. Non possiamo continuare a intervenire soltanto nei luoghi nei quali qualcuno ha già perso la vita”. La richiesta è che la messa in sicurezza di viale Affaccio diventi il primo tassello di un progetto complessivo per Vibo Valentia, costruito attraverso dati, controlli, valutazioni tecniche e una ricognizione dell’intero territorio comunale.

Zone a 30 chilometri orari e attraversamenti protetti

La proposta si articola in sei punti. Il primo riguarda l’introduzione di zone e tratti con limite a 30 chilometri orari nelle aree più sensibili: non un provvedimento generalizzato o “meramente simbolico”, ma una misura mirata nei pressi di scuole, negozi, impianti sportivi, fermate degli autobus e luoghi di aggregazione.

Il secondo punto prevede una verifica straordinaria degli attraversamenti pedonali della città. Per quelli considerati maggiormente pericolosi vengono suggeriti illuminazione dedicata, segnaletica luminosa ad alta visibilità, isole salvagente, attraversamenti rialzati, sistemi di presegnalazione, restringimenti della carreggiata e semafori pedonali. Misure concrete per fare in modo che le strisce non rimangano soltanto segni dipinti sull’asfalto, ma diventino spazi nei quali chi attraversa possa sentirsi realmente protetto.

Un semaforo a chiamata nel punto in cui Andrea è stata investita

Una delle richieste riguarda direttamente viale Affaccio, nel tratto in cui Andrea è stata travolta. La famiglia chiede uno studio tecnico per valutare prioritariamente l’installazione di un semaforo pedonale a chiamata o di un altro sistema capace di garantire un attraversamento protetto. “L’elevata presenza di attività commerciali e di giovani e il conseguente flusso pedonale rendono necessario valutare una soluzione che non si limiti a segnalare l’attraversamento, ma che consenta al pedone di attraversare disponendo di uno spazio temporale effettivamente protetto”, si legge nella proposta.

Il quarto punto riguarda invece i controlli. “Un limite di velocità produce sicurezza soltanto se viene rispettato”, sottolinea Corso. Per questo viene chiesto di verificare la possibilità di installare, nel rispetto delle norme, sistemi fissi di controllo elettronico della velocità nei due sensi di marcia, a partire dai tratti urbani considerati più pericolosi. “L’obiettivo non deve essere sanzionare. L’obiettivo deve essere che i pedoni abbiano un attraversamento delle strade sicuro, grazie a un rallentamento delle automobili in prossimità delle strisce pedonali”.

Una mappa delle strade più pericolose

La proposta prevede anche la creazione di una mappa comunale del rischio stradale. Uno strumento nel quale raccogliere gli incidenti degli ultimi anni, gli investimenti di pedoni e ciclisti, le velocità medie rilevate, le segnalazioni dei cittadini e la presenza di scuole, attività commerciali e luoghi di aggregazione. Dati che dovrebbero servire a stabilire dove intervenire prima che accada una tragedia, non quando è ormai troppo tardi.

L’ultimo punto riguarda la necessità di rendere la sicurezza stradale oggetto di una programmazione permanente, con priorità, risorse, obiettivi e verifiche periodiche. “Chiediamo di superare gli interventi emergenziali conseguenti a singoli fatti di cronaca per arrivare a una politica pubblica strutturale”.

“Non chiediamo un intervento soltanto per Andrea”

È il passaggio più forte della lettera. La famiglia avrebbe potuto limitarsi a chiedere la messa in sicurezza del luogo nel quale Andrea è stata investita. Ha scelto, invece, di rivolgere lo sguardo all’intera città. “Se domani, in un’altra strada, un altro ragazzo, una madre, un padre, un bambino o un anziano dovesse perdere la vita attraversando, ci ritroveremmo ancora una volta a domandarci: ‘Potevamo fare qualcosa prima?’. Noi vogliamo che questa domanda non debba essere posta mai più”.

La morte di una persona, sottolinea Immacolata Corso, “non può diventare il requisito necessario perché un luogo venga considerato pericoloso”. Prevenire significa esattamente il contrario: riconoscere un rischio prima che produca una vittima. L’appello è rivolto al sindaco, alla Giunta e all’intero Consiglio comunale affinché abbiano “il coraggio di trasformare una tragedia che ha profondamente ferito la nostra famiglia e l’intera comunità in una scelta politica capace di guardare al futuro”.

Il miracolo d’amore di Andrea, una vita oltre la morte

Andrea ha già compiuto il suo ultimo, straordinario gesto. Dopo la sua morte, la famiglia ha acconsentito alla donazione degli organi, dei tessuti e delle cornee. Il suo cuore è stato destinato a Torino per una giovane donna poco più che ventenne, mentre una parte del fegato è stata donata a un bambino di appena quattro mesi. È il miracolo d’amore di Andrea: la vita spezzata di una ragazza di 23 anni che continua a battere, respirare e offrire futuro attraverso altre persone. Dentro una tragedia che non può essere cancellata, la giovane pianista ha lasciato un’eredità che supera la morte. Ora la famiglia chiede che a quel gesto d’amore corrisponda un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Non interventi dettati soltanto dall’emozione, ma “studio, dati, programmazione, controlli e responsabilità”.

“Se dalla morte di Andrea deve nascere qualcosa, vorremmo che fosse questo: una città nella quale attraversare sulle strisce pedonali non richieda coraggio; una città nella quale un limite di velocità non sia soltanto un numero scritto su un cartello; una città nella quale la sicurezza venga progettata prima della tragedia”. Perché ricordare Andrea, conclude la zia, significa “avere il coraggio di fare oggi ciò che può impedire che domani un’altra famiglia debba vivere quello che stiamo vivendo noi”.

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