10 Agosto 2026
10 Agosto 2026
spot_img

Antonio non è morto per la “malamovida”: l’estate senza governo dell’Alto Tirreno

Dopo la morte del 32enne a Sangineto non basta più parlare di emergenza. Spari, coltelli, risse e aggressioni sono allarmi ripetuti: la sicurezza estiva della costa deve essere governata prima della prossima tragedia

spot_img
spot_img
spot_img

Antonio Perrotta è morto dopo essere stato brutalmente pestato nella notte tra l’8 e il 9 agosto a Sangineto. Lavorava come addetto alla sicurezza in un locale frequentato da centinaia di giovani. Aveva poco più di trent’anni, una compagna, un figlio piccolo e una vita che non avrebbe dovuto finire in una notte d’estate. Sulla dinamica dell’aggressione, sul luogo esatto in cui è avvenuta e sulle responsabilità individuali stanno indagando la Procura di Paola e le forze dell’ordine. È giusto, quindi, non anticipare conclusioni e non trasformare sospetti in sentenze, ma la prudenza giudiziaria non può diventare silenzio civile.

La “malamovida” è un comodo eufemismo

Antonio non è morto per la “malamovida”. Questa parola, ripetuta ormai automaticamente dopo ogni rissa, ogni aggressione e ogni notte di violenza, rischia di essere un comodo eufemismo. La movida è musica, incontro, divertimento. Un pestaggio che provoca la morte di una persona è un’altra cosa. È violenza criminale, qualunque ne siano stati il movente e il contesto e soprattutto non arriva dal nulla.

Nell’agosto del 2018, a Diamante, Francesco Augieri, ventitré anni, morì per una coltellata ricevuta durante una rissa scoppiata nei pressi di un locale. Nell’estate del 2022, in una discoteca dell’Alto Tirreno cosentino, una lite degenerò in un’aggressione a colpi di bottiglia, calci e pugni. Nell’agosto del 2023, sempre a Sangineto, due ragazzi furono assaliti all’uscita di una discoteca: uno di loro venne colpito anche con un cric alla testa.

Il 28 giugno di quest’anno, ancora a Sangineto, alcuni colpi di pistola esplosi all’interno di una discoteca affollata hanno ferito due persone e provocato un fuggi fuggi generale che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi. Il locale è stato successivamente chiuso per quindici giorni dal questore. Pochi giorni fa, nell’Alto Tirreno, un quindicenne è stato rapinato sotto la minaccia di un grosso coltello, nel contesto di controlli rafforzati dopo segnalazioni riguardanti giovani che avrebbero mostrato coltelli e tirapugni. Nella stessa notte dell’aggressione ad Antonio, i carabinieri sono intervenuti anche sul lungomare di San Lucido per sedare una rissa.

Non sono più episodi imprevedibili e isolati

Questi fatti non sono tutti uguali e sarebbe scorretto metterli indistintamente nello stesso contenitore. Alcuni possono nascere da liti occasionali, altri possono avere una matrice criminale più complessa. Non autorizzano neppure a descrivere un’intera costa come un territorio senza legge ma impediscono di continuare a parlare di episodi imprevedibili e isolati. Quando situazioni simili si ripresentano durante più stagioni estive, negli stessi luoghi e nelle medesime fasce orarie, il problema non riguarda più soltanto chi materialmente colpisce, spara o impugna un coltello. Diventa anche un problema di governo del territorio.

Ogni estate l’Alto Tirreno cosentino moltiplica la propria popolazione. Arrivano turisti, villeggianti e migliaia di giovani provenienti dal capoluogo, dall’entroterra e dalle regioni vicine. Aumentano gli eventi, i locali, il traffico, il consumo di alcol e gli spostamenti notturni. Non sembra aumentare nella stessa misura la capacità pubblica di prevenire e gestire i rischi prodotti da questa concentrazione.

Presidi e organici insufficienti

I presidi e gli organici continuano a essere sostanzialmente quelli di territori molto meno popolosi durante il resto dell’anno. Il personale addetto alla sicurezza privata si trova spesso a rappresentare il primo, e talvolta unico, argine tra un diverbio e una tragedia. I controlli vengono intensificati dopo i fatti più gravi, i locali vengono temporaneamente chiusi, le amministrazioni esprimono sgomento e le istituzioni convocano riunioni. Poi l’estate prosegue, l’attenzione diminuisce e si aspetta il caso successivo. Non basta più.

Chiedere sicurezza non significa militarizzare le località turistiche né criminalizzare i giovani e il divertimento. Significa riconoscere che una zona che costruisce una parte importante della propria economia sull’accoglienza estiva deve organizzare anche la sicurezza come un servizio essenziale della stagione turistica.

Un piano unitario prima dell’estate

Serve un piano unitario per l’intera costa, predisposto prima dell’estate e non dopo la prima sparatoria. Servono pattuglie e controlli concentrati nei luoghi e negli orari effettivamente più esposti, soprattutto tra la notte e l’alba. Occorrono verifiche serie sull’organizzazione dei grandi locali, sul numero e sulla qualificazione degli addetti alla sicurezza, sugli accessi, sui sistemi di videosorveglianza e sulla capacità di intervenire immediatamente quando una lite comincia a degenerare.

Servono inoltre collegamenti notturni, presidi sanitari adeguati alla popolazione estiva e una collaborazione stabile tra Prefettura, Questura, carabinieri, comuni, operatori turistici e gestori dei locali. E servono dati pubblici: quanti interventi vengono effettuati, quante armi vengono sequestrate, quante aggressioni si verificano, in quali fasce orarie e con quali modalità. Senza conoscere il fenomeno, ogni risposta rischia di essere soltanto simbolica.

La responsabilità sociale che nessuna pattuglia può sostituire

Ma esiste anche una responsabilità sociale che nessuna pattuglia può sostituire. La facilità con cui una discussione diventa un pestaggio, la presenza di armi, l’aggressione in gruppo contro una persona, la violenza che continua anche quando qualcuno è già a terra e il silenzio di chi vede sono segnali di un impoverimento civile che non può essere liquidato come esuberanza giovanile.

Non è normale uscire portando con sé un coltello o una pistola. Non è normale considerare la forza fisica una prova di prestigio. Non è normale assistere a un’aggressione e voltarsi dall’altra parte. E non è accettabile che tutto questo venga dimenticato appena si spengono le luci dell’ultima festa estiva.

La prima responsabilità per la morte di Antonio, se le indagini confermeranno l’aggressione descritta dalle prime ricostruzioni, appartiene naturalmente a chi lo ha colpito. Ma accertare le responsabilità penali non esaurisce la domanda che oggi il territorio deve rivolgere a sé stesso e alle proprie istituzioni: quante avvisaglie erano necessarie prima di comprendere che il sistema di sicurezza estiva non era più sufficiente?

Antonio non diventi un nome da dimenticare

Antonio non deve diventare il nome pronunciato per qualche giorno, tra cordoglio e indignazione, prima del ritorno alla normalità. Perché è proprio quella normalità, fatta di allarmi ripetuti, reazioni tardive e memoria corta, che oggi deve essere messa in discussione. L’Alto Tirreno cosentino ha il diritto di continuare a essere un luogo di vacanza, incontro e libertà. Ma la libertà di divertirsi esiste soltanto dove qualcuno garantisce il diritto di tornare a casa vivo.

spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor