24 Settembre 2026
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Caso Chindamo, la lettera anonima rimasta nell’ombra per dieci anni: un mese dopo la scomparsa indicava già un nome e il luogo dove cercare il corpo

La missiva fu recapitata nel 2016 a don Pino Demasi, referente di Libera, che la consegnò subito ai carabinieri. Il contenuto svelato da “Chi l’ha visto?”: vi compare uno degli otto nuovi indagati nell’inchiesta sulla scomparsa e l’omicidio dell’imprenditrice

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Una lettera anonima, spedita appena un mese dopo la scomparsa di Maria Chindamo, conteneva già un nome e persino l’indicazione di un luogo nel quale cercare il corpo dell’imprenditrice. Un documento che risale dunque alle primissime settimane del mistero iniziato il 6 maggio 2016 davanti ai terreni di Limbadi e il cui contenuto emerge pubblicamente soltanto adesso.

A rivelarlo è stata la trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”, che ha dedicato nuovamente spazio al caso Chindamo ospitando anche il fratello della vittima, Vincenzo Chindamo, e l’avvocato Nicodemo Gentile.

La circostanza assume particolare rilievo alla luce degli ultimi sviluppi investigativi: il nome riportato nella missiva compare infatti tra quelli degli otto nuovi indagati nell’inchiesta.

La lettera consegnata a don Pino Demasi

Destinatario della missiva fu don Pino Demasi, sacerdote e storico referente di Libera, al quale la lettera sarebbe arrivata circa un mese dopo la sparizione dell’imprenditrice.

Il sacerdote non la trattenne: la consegnò immediatamente ai carabinieri, mettendo quelle indicazioni a disposizione degli investigatori.

Il testo è estremamente diretto. L’autore anonimo attribuisce a Francesco Arceri il ruolo di presunto esecutore e indica anche una zona nella quale, secondo quanto scritto, sarebbe stato occultato il cadavere.

“Per il caso Maria Chindamo tutti dicono che come esecutore è stato il nipote Arceri Francesco. Il corpo si trova sotterrato nelle sue proprietà del Comune di Laureana di Borrello dove ha i kiwi o il vicino dove ha il frutteto”, si legge nella missiva mostrata dalla trasmissione.

Si tratta, naturalmente, di affermazioni contenute in una lettera anonima, e non di fatti giudiziariamente accertati. Ma è la coincidenza temporale e investigativa a rendere oggi quel documento un elemento di particolare interesse: quelle parole furono scritte nel 2016, mentre uno dei nomi indicati allora è entrato dieci anni dopo nel perimetro dell’inchiesta.

Quel nome oggi compare tra gli otto nuovi indagati

Francesco Arceri figura infatti tra gli otto nuovi indagati insieme a Vincenzo Arceri, Giovanni Capone, Tommaso Biondo, Antonino Biondo, Sasho Emilov Dimitrov, Davide Errigo e Nicolae Lurenthiu Gheorghe.

Per tutti vale il principio di presunzione di innocenza e l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a un’affermazione di responsabilità.

L’inchiesta sulla sorte di Maria Chindamo si arricchisce però di un interrogativo inevitabile: che peso ebbe quella segnalazione anonima nelle indagini avviate subito dopo la scomparsa? E soprattutto, quali verifiche furono compiute all’epoca sulle indicazioni estremamente precise contenute nella lettera?

Domande che diventano ancora più rilevanti oggi, alla luce della nuova accelerazione investigativa.

Il fratello Vincenzo: “Mi vengono i brividi”

Durante “Chi l’ha visto?” è arrivata anche la reazione di Vincenzo Chindamo, fratello dell’imprenditrice. Una reazione nella quale alla sorpresa si aggiunge il peso doloroso dei rapporti personali.

“Il nome di Arceri e quello degli altri li penso con imbarazzo. Li conosco quasi tutti”, ha spiegato. “Con tanti di loro ho passato momenti di convivialità familiare. Mi vengono i brividi al solo pensiero che possano essere interessati in qualche maniera alla vicenda della scomparsa di Maria”.

Un dettaglio che restituisce anche la dimensione umana di un’inchiesta nella quale alcuni dei nuovi indagati appartengono o sono collegati a un ambiente conosciuto dalla famiglia Chindamo.

Un messaggio arrivato quando Maria era scomparsa da poche settimane

È soprattutto la data a rendere la lettera un documento destinato ad attirare l’attenzione. Quando venne recapitata a don Demasi, Maria Chindamo era scomparsa soltanto da poche settimane.

La sua automobile era stata trovata davanti all’azienda agricola di Limbadi, con tracce di sangue e senza che dell’imprenditrice vi fosse più alcuna traccia.

Da allora sono trascorsi oltre dieci anni di indagini, piste, testimonianze e sviluppi giudiziari. Il corpo di Maria non è mai stato ritrovato.

Adesso dal passato riaffiora quella lettera: poche righe anonime, consegnate subito agli investigatori, nelle quali qualcuno sosteneva di sapere chi avrebbe materialmente agito e dove sarebbe stato nascosto il corpo.

Non costituisce una prova e non consente, da sola, di attribuire responsabilità a nessuno. Ma dopo gli ultimi sviluppi dell’inchiesta assume un significato nuovo. Perché uno dei nomi scritti su quel foglio nel 2016 è oggi nuovamente davanti agli investigatori.

Ed è proprio questo incrocio tra ciò che qualcuno scrisse allora e ciò che la Procura sta cercando di ricostruire oggi a rendere la lettera anonima a don Pino Demasi uno dei nuovi capitoli del caso Maria Chindamo.

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