Dentro il carcere di Vibo Valentia il paradosso è tutto in una cifra: 410 detenuti per una capienza regolamentare di 406. Sulla carta non c’è sovraffollamento. Nella realtà, celle a sei nell’alta sicurezza, armadietti insufficienti, letti a castello usati come dispense, cortili d’aria angusti, psicosi senza psichiatri. E soprattutto una penitenziaria al minimo storico: mancano almeno 100 agenti, e da un anno l’istituto è senza comandante.
La visita promossa dall’associazione “Nessuno tocchi Caino” e dalla Camera penale di Vibo Valentia, guidata dall’avvocato Giuseppe Bagnato, con l’adesione della Scuola di formazione del Coa e del Consiglio dell’Ordine degli avvocati fotografa una condizione che supera le statistiche e torna alla carne viva della detenzione: malattia mentale, carestia di medici e infermieri, misure alternative ancora troppo timide, custodia cautelare usata come tappo, braccialetti elettronici tra ritardi e veti incrociati.
Dentro Vibo: i numeri che non raccontano tutto
“Abbiamo trovato un carcere non sovraffollato – spiega Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino – 410 detenuti per 406 posti. Gli educatori sono 6 come da pianta organica, ma uno è in missione. La polizia penitenziaria è invece in sofferenza, mancano almeno 100 agenti e da un anno non c’è il comandante. La parte più sofferente è l’area sanitaria: alla drammatica carenza di medici si aggiunge quella degli infermieri. Non c’è neanche uno psichiatra“.
La matematica, dentro un carcere, non è mai neutra. “La media nazionale del sovraffollamento viaggia oltre il 130% – osserva Sergio D’Elia – qui la media sembra sotto controllo, ma se entri in sezione la realtà cambia: celle a sei nell’alta sicurezza, spazi stretti e depositi improvvisati al posto del terzo letto. È sovraffollamento selettivo, e non sempre viene riconosciuto in sede di reclamo”.
Alta sicurezza: quando la capienza non basta
La visita nell’alta sicurezza racconta una quotidianità compressa. “Misuriamo le celle – spiega D’Elia – con il metro o, quando manca, contando le mattonelle: sei detenuti, tre castelli, armadi a colonna che mangiano quadratura. Se aggiungi il bisogno di depositare acqua, cibo, effetti personali, capisci che l’aria fisica si riduce a aria burocratica“. Qui, sottolinea la Camera penale, Vibo presenta una peculiarità: “Il 50% dei ristretti è in alta sicurezza – rimarca Bagnato – segno di una popolazione detenuta particolarmente gravosa per tipologia di reati e gestione quotidiana”.
L’area sanitaria “più sofferente”: la pena come corpo
Il viaggio nella sanità penitenziaria è quello che colpisce di più. “Nonostante l’elevata incidenza della malattia mentale, non c’è uno psichiatra – insiste Zamparutti –. Venti persone hanno una diagnosi psichiatrica conclamata, molte di più convivono con disturbi mentali: chiudere un malato in isolamento non è cura, è pena corporale. Il reparto nuovi giunti ospita in realtà detenuti “difficili” parcheggiati in sostanziale isolamento: due ore al mattino, due al pomeriggio in cortili opprimenti, e nessuna presa in carico terapeutica adeguata”.
Nell’art. 32 – l’area per chi pone problemi di ordine e sicurezza o è particolarmente fragile – la realtà è ancora più cruda: “Angusti triangoli di cemento, griglie metalliche sopra la testa, poca aria. Infermieri che dovrebbero passare costantemente per monitorare gli isolati, ma il personale manca. Tossicodipendenza senza medici del SerD, psicosi senza psichiatri. È fallita un’idea di pena che confonde custodia e cura“.
“Non giudicare”: il manifesto di D’Elia
Nella sala-biblioteca del Consiglio dell’Ordine, davanti a giovani avvocati e funzionari UEPE, Sergio D’Elia sposta l’asse sul costituzionale: “Si dice che in carcere entra l’uomo, il reato resta fuori. Invece entra il reato: reati ostativi, quattro-bis, preclusioni. E nei tribunali accade il contrario: entra la fattispecie d’autore, l’uomo resta fuori. In Calabria poi il territorio diventa aggravante implicita. Riportiamo il sistema alla Costituzione: valutiamo la persona per come cambia nel tempo, non solo il fatto“.
Poi il passaggio più politico: «Amnistia e indulto non sono parolacce. La giustizia è schiacciata da milioni di procedimenti: l’amnistia libera i tribunali, l’indulto dà respiro a operatori e trattamento in carcere. Ma devono camminare insieme a politiche sociali: comunità, accoglienza, salute mentale. Altrimenti è un giro porta tra cancello e strada“.
La Camera penale: “Custodia cautelare davvero extrema ratio”
Giuseppe Bagnato, presidente della Camera penale di Vibo, non gira intorno al nodo: “Oggi registro un maggiore disagio della popolazione carceraria. Vent’anni fa era diverso. Oggi la restrizione è più dura. E noi avvocati dobbiamo porci domande scomode: dove fallisce la funzione rieducativa della pena se abbiamo recidive al 60-65%?”.
La risposta chiama in causa norme e prassi: “Le riforme si fanno senza confrontarsi con chi vive il campo. Prendiamo l’interrogatorio preventivo: lo si deroga per pericolo di fuga o per i reati dell’art. 407 c.p.p.; eppure proprio lì basterebbe ascoltare prima per evitare misure devastanti. E poi c’è l’automatismo nelle relazioni di polizia giudiziaria: un’annotazione di vent’anni fa può pesare più della vita attuale di un padre di famiglia. Così non va: la custodia deve tornare extrema ratio, alternativa quando si può, trattamento quando si deve“.
Povertà carceraria: il conto al sopravvitto e la famiglia lontana
Carmen Gualtieri (Nessuno tocchi Caino) porta in sala la lista della spesa: “All’interno se non hai una famiglia forte, sei fuori. Un pacco di merendine costa più che fuori, 40 euro per un colloquio con un figlio non sono rari. Molti non vedono i familiari da mesi: 300-400 km si pagano. C’è chi rinuncia a far venire i bambini perché il carcere non è un luogo per loro“.
Dietro le cifre, l’assuefazione: “Mi sono sentita dire “qui, rispetto ad altri, si sta meglio” e mi sono spaventata di me stessa. Niente di quello che accettiamo a Vibo – celle a sei, bagni ciechi, ora d’aria in gabbie – è normale. Ci si abitua all’inumano: questo è il fallimento“.
UEPE: l’altra esecuzione della pena (che non fa notizia)
La parola passa alla dirigente dell’Ufficio per l’esecuzione penale esterna, Marianna Passalacqua: “Non ci occupiamo di carcere, ma di pena fuori dal carcere: affidamento in prova, detenzione domiciliare, messa alla prova, sanzioni sostitutive introdotte dalla riforma Cartabia. Coniughiamo controllo e rieducazione nella comunità: è più complesso del carcere perché la persona resta immersa nelle stesse fragilità sociali che hanno favorito il reato. Serve rete: magistratura di sorveglianza, forze dell’ordine, terzo settore, enti locali“.
Maria Pellicano, responsabile della sezione distaccata UEPE di Vibo, allarga il quadro: “La chiave è la comunità: non etichettare, non stigmatizzare. La messa alla prova ha avvicinato Comuni e associazioni a persone con potenzialità enormi. Senza accoglienza sociale, nessuna misura funziona: si esce e si rientra“.
“Estrema ratio” non è uno slogan
Bagnato torna al nocciolo: “In Italia ci sono migliaia di “liberi sospesi” che rispondono oggi di reati di dieci-quindici anni fa con pene di mesi. Arriveranno in carcere in alta percentuale per relazioni stereotipate. Se non invertiamo la rotta – misure alternative, interrogatorio reale prima della misura, valutazione attuale della pericolosità – intascheremo gli istituti per reati bagatellari, mentre i malati psichiatrici resteranno senza cura. La custodia cautelare non può essere la scorciatoia di un sistema lento“.









