7 Luglio 2026
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Eco-‘ndrangheta in Emilia: il business dei rifiuti d’oro nel feudo della Famiglia Amato

La Dda smantella una rete di traffico illecito di metalli tra Parma e Reggio Emilia. Venti indagati e un arresto: trema la cosca già colpita dal maxi processo "Aemilia"

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L’ombra della ‘ndrangheta torna ad allungarsi sulla gestione dei rifiuti nel Nord Italia. Un’imponente operazione antimafia condotta nelle province di Parma e Reggio Emilia ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di venti persone e all’arresto di un soggetto, su ordine del Gip del Tribunale di Bologna e su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo.
A far scalpore è il coinvolgimento diretto di alcuni esponenti della famiglia Amato, ramo parmense della nota dinastia criminale già emersa nel maxi processo “Aemilia”, la più grande inchiesta giudiziaria contro la penetrazione della mafia calabrese nella Pianura Padana. Il blitz, supportato dagli elicotteri dell’Arma, ha inferto un duro colpo a un sodalizio accusato a vario titolo di “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”, portando al sequestro di quattro siti abusivi e sei autocarri.

La terra emiliana usata come discarica abusiva

Le indagini, portate avanti con estrema capillarità tra il 2022 e il 2026, hanno svelato come i metodi della criminalità organizzata calabrese venissero applicati al remunerativo settore del riciclo dei metalli nel parmense.
I titolari di diverse ditte individuali compiacenti raccoglievano sistematicamente tonnellate di scarti ferrosi da officine, cantieri e privati. I materiali venivano poi stoccati in quattro mega-discariche abusive nei Comuni di Langhirano, Neviano degli Arduini e Corniglio. In queste aree, totalmente prive di pavimentazione impermeabilizzata, i rottami venivano smontati e ridotti di volume, provocando il rischio di percolazione di sostanze tossiche e oli esausti direttamente nel suolo emiliano, calpestando ogni norma di tutela ambientale.

Il riciclaggio dei metalli e la sponda delle ditte complici

Per far fruttare l’investimento e far sparire l’origine illecita del materiale, l’organizzazione necessitava di canali commerciali insospettabili che ripulissero la merce.
I componenti metallici venivano così trasferiti e rivenduti a “quattro ditte di recupero compiacenti dislocate tra le province di Parma e Reggio Emilia”. I legali rappresentanti di queste società sono ora indagati in concorso: secondo l’accusa, accettavano di comprare i metalli al mercato nero per garantirsi un indebito e massiccio vantaggio economico. Il sistema era blindato attraverso la sistematica falsificazione dei formulari di identificazione dei rifiuti (Fir), lo stratagemma utilizzato per ingannare i controlli sulla tracciabilità.

Un giro d’affari da 650 tonnellate nel solo 2023

I numeri emersi dall’inchiesta della Dda delineano i contorni di un vero e proprio impero finanziario sotterraneo, capace di alterare le regole del mercato legale.
I Carabinieri hanno documentato, nel solo arco del 2023, ben 500 viaggi illegali in uscita dai siti abusivi gestiti dal clan, muovendo oltre 650 tonnellate di materiali ferrosi. Questo enorme traffico ha generato un profitto illecito stimato in “circa 300.000 euro, calcolato su un valore medio di 330 euro a tonnellata”. Un bottino al quale va sommato il gigantesco risparmio sui costi aziendali ottenuto violando deliberatamente le leggi dello Stato sul trattamento dei rifiuti pericolosi.

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