È una madre che chiama in diretta, con la voce che trema ma le idee chiarissime. Succede durante Articolo 21, il programma di Lino Polimeni in onda ogni giorno sul canale 12 del digitale terrestre. Francesca telefona da Crotone e in pochi secondi mette a nudo una tragedia privata che diventa subito questione pubblica: “È più un grido d’aiuto che una telefonata”, dice.
Giovanni, vent’anni, inghiottito dalla Statale 106
Giovanni Grande aveva vent’anni, lavorava come saldatore, era appena rientrato dal turno mattutino. Quel sabato stava andando dalla fidanzata. Non correva, non scappava, stava vivendo la sua normalità. È la Statale 106, però, a interrompere tutto. “Tra l’una meno dieci e l’una è successo l’incidente”, racconta Francesca. Giovanni viene trasferito in elisoccorso all’ospedale di Catanzaro. Non muore subito. Muore dopo. Il 18 ottobre 2025. Un’altra croce lungo quella strada che i cittadini chiamano da anni “la strada della morte”, mentre le istituzioni continuano a chiamarla “arteria strategica”.
Il punto maledetto che tutti conoscono
Francesca quel tratto di strada lo percorre ogni giorno. Vive in zona Fratelli Bandiera, tra incroci, svincoli, accessi industriali, velocità folli. Un punto che tutti conoscono e che nessuno mette davvero in sicurezza. “È un punto maledetto, maledetto”, ripete. E aggiunge: “A me non basta che dicano che una rotatoria c’è più avanti. Qui serve una rotatoria. Qui”. Una rotatoria avrebbe rallentato, avrebbe impedito sorpassi, avrebbe salvato una vita. “Se lì ci fosse stata una rotatoria, mio figlio forse oggi sarebbe vivo”.
Una famiglia ferma al 18 ottobre
Il tempo, in casa Grande, si è fermato. Francesca lo dice senza giri di parole. “Noi non viviamo più. Noi siamo morti. Siamo rimasti bloccati al 18 ottobre”. Il marito lavora come autotrasportatore, guida per non pensare. Non sempre ci riesce. Giovanni non era figlio unico: aveva due sorelle, Chiara e Giorgia. Ma la matematica dei figli non conta quando ne perdi uno. “Ogni figlio è un organo del proprio corpo”, dice Francesca. “Quando uno manca, manca una parte di te”.
Il dolore che non trova pace, nemmeno al cimitero
Come se non bastasse, il dolore non si ferma nemmeno davanti alla tomba. “Ogni volta che porto qualcosa a mio figlio, viene rubato. Fiori, oggetti. È una cosa schifosa”. Un dettaglio che racconta molto più di mille analisi sociologiche: l’inciviltà che si accanisce persino sui morti, mentre i vivi continuano a morire sulle stesse strade.
“Non deve essere una morte vana”
Francesca non chiede vendetta, non chiede processi mediatici. Chiede senso. “Ho bisogno di dare un senso alla morte di mio figlio”, dice in diretta. E lo ripete più volte: “Non deve essere una morte vana”. Il suo appello è diretto, senza filtri: Anas deve intervenire, la politica deve smettere di promettere, quella strada deve cambiare prima che cambi altri destini. “Lì ci sono fiori ovunque, foto di ragazzi, croci. E intanto non si fa nulla”.
La tv che torna a fare servizio pubblico
Lino Polimeni ascolta, non interrompe, promette di andare sul posto, di raccontare la storia, di accendere un faro su quel tratto di Statale 106. Non come favore, ma come dovere. “Se la morte di Giovanni può servire a salvare altre vite, allora questa battaglia va fatta”. Una frase semplice, che pesa come un macigno in una regione abituata a commemorare più che a prevenire.









