Il divario nei tempi di risposta della giustizia civile tra Settentrione e Mezzogiorno torna al centro del dibattito istituzionale attraverso un duro intervento dell’avvocato Antonello Talerico, Consigliere Nazionale Forense per il Distretto di Catanzaro. Mettere a confronto due provvedimenti emessi nello stesso periodo storico evidenzia una frattura netta nell’applicazione delle medesime norme del codice di procedura civile.
“Due decreti di fissazione, la stessa norma, sei volte il tempo. Appunti per una campagna sull’organico del Tribunale di Catanzaro. Ho davanti due provvedimenti. Il primo è del Tribunale di Milano, sezione lavoro, ed è datato 23 giugno 2026: fissa l’udienza di di discussione al 14 ottobre dello stesso anno. Il secondo è del Tribunale di Catanzaro, Sezione lavoro, ed è datato 21 luglio 2026: fissa l’udienza al 13 giugno 2028. Stessa norma, l’art. 415, secondo comma, c.p.c. Stesso rito. Stessa fase, che è la prima udienza, non la sentenza. 113 giorni a Milano. 692 giorni a Catanzaro. Sei volte tanto ! In questi due decreti non c’è nulla che dipenda dal merito delle controversie o dalla diligenza dei magistrati che li hanno sottoscritti. Cambia soltanto il luogo in cui il cittadino ha avuto la ventura di dover chiedere giustizia. Come spieghiamo al lavoratore catanzarese che la sua causa comincerà quando quella del collega milanese sarà già decisa”, dichiara Talerico.
La criticità non riguarda soltanto il capoluogo calabrese, ma coinvolge l’intero ambito distrettuale, posizionando diverse sedi giudiziarie ai vertici nazionali per lentezza dei procedimenti.
“Poi ci sono i singoli uffici, e qui il quadro diventa imbarazzante. Il peggior tribunale civile d’Italia è Vibo Valentia, con 928 giorni, due volte e mezzo la media nazionale. Nella stessa classifica compare Lamezia Terme con 601 giorni. Sono due uffici del distretto di Catanzaro. All’estremo opposto Gorizia definisce in 132 giorni, Vercelli in 151, Biella in 161″, prosegue il rappresentante del CNF.
L’illusione dei dati PNRR e il nodo degli organici
Le statistiche generali sull’abbattimento dell’arretrato giudiziario rischiano di nascondere la reale situazione delle regioni meridionali. I numeri forniti a livello centrale compensano infatti le performance virtuose del Nord con la stasi dei tribunali del Mezzogiorno.
“Nel giugno 2026 il Ministero ha comunicato il raggiungimento del target PNRR sul disposition time civile, con una riduzione del 40,6 per cento rispetto alla base 2019, e una contrazione dell’arretrato dell’89,5 per cento nei tribunali e del 91 per cento nelle corti d’appello. Tutto vero e tutto irrilevante per chi vive a sud di Salerno. Il PNRR misura medie nazionali, non differenziali territoriali. Un obiettivo europeo può essere centrato mentre un intero distretto arretra, perché il miglioramento degli uffici settentrionali compensa, nel dato aggregato, la paralisi di quelli meridionali. Il 15 luglio 2026 si è insediato alla guida del Tribunale di Catanzaro il presidente Giuseppe Spadaro. Nel discorso di insediamento non ha usato perifrasi: ha parlato di un ufficio distrettuale con un carico di lavoro notevole in rapporto all’organico dei magistrati, di un turnover dei colleghi più giovani che aggrava un organico già sottodimensionato, e ha detto che senza una sezione in più e senza un aumento di organico sarà quasi impossibile gestire il contenzioso in tempi accettabili”, aggiunge Talerico.
Il costante ricambio di personale giurisdizionale trasforma gli uffici periferici in sedi temporanee di tirocinio per magistrati di prima nomina, destinati a trasferirsi non appena maturata la legittimazione.
“Il problema è che il quadro peggiorerà nei prossimi mesi. Poichè sono attese ulteriori uscite dall’ufficio catanzarese per trasferimento e per cessazione dal servizio. Se quelle uscite non saranno coperte in tempo reale, e non lo saranno perché il meccanismo di copertura non funziona così, il decreto che oggi fissa a due anni ne fisserà domani tre. Il distretto di Catanzaro assorbe da anni quote consistenti di magistrati di prima nomina, che vi restano il tempo minimo di legittimazione e poi chiedono il trasferimento. L’ufficio forma personale per altri uffici. È un modello di reclutamento che scarica sul Mezzogiorno il costo dell’addestramento e altrove il beneficio dell’esperienza”, sottolinea la nota.
La responsabilità politica e le proposte di riforma
La causa dei ritardi non va ricercata nella produttività dei singoli giudici, i quali registrano ritmi di smaltimento dei fascicoli spesso superiori alle medie di settore, bensì nelle decisioni di natura programmatoria adottate a livello ministeriale.
“Nessuno dei giudici che firmano quei decreti è responsabile dei tempi che quei decreti certificano. Il giudice del lavoro di Catanzaro che fissa al 2028 non sta ritardando: sta collocando il fascicolo nel primo spazio libero del proprio ruolo. La responsabilità sta a monte, ed è di natura amministrativa e politica. Sta nella determinazione delle piante organiche, che compete al Ministero della Giustizia di concerto con il Ministero dell’Economia. Sta nei criteri di distribuzione delle risorse tra distretti, che passano dal Consiglio Superiore della Magistratura. Sta nella scelta, mai dichiarata ma costantemente praticata, di dimensionare gli organici sui flussi storici anziché sui carichi effettivi e sulla complessità del contenzioso. Chi sostiene che il problema meridionale sia la produttività dei magistrati dovrebbe misurarsi con i dati di smaltimento pro capite degli uffici calabresi. Sono, in diverse sezioni, superiori alla media nazionale. Si produce di più e si arriva dopo, perché chi produce è in numero insufficiente. Il paradosso: Lo Stato non stanzia le risorse per istituire una sezione, e poi stanzia risorse per indennizzare i cittadini danneggiati dalla mancata istituzione di quella stessa sezione. Chi discute di divari territoriali guardando solo alle infrastrutture materiali trascura una infrastruttura fondamentale per lo sviluppo economico : quella degli uffici giudiziari”, spiega il Consigliere.
Per affrontare l’emergenza in modo strutturale, l’avvocatura del distretto propone un piano d’azione articolato in quattro direttrici operative da presentare direttamente ai vertici della Giustizia.
“L’iniziativa che il distretto deve assumere ha quattro punti. Primo. Revisione straordinaria della pianta organica del Tribunale di Catanzaro, con istituzione di una ulteriore sezione e adeguamento dell’organico dei magistrati e del personale amministrativo. Secondo. Introduzione, nei criteri di riparto delle risorse tra distretti, di un correttivo fondato sul differenziale di durata effettiva. Finché gli organici seguiranno i flussi storici, il divario si riprodurrà da sé. Chi sta indietro deve ricevere di più, non uguale. Terzo. Misure di stabilizzazione contro il turnover. Il magistrato di prima nomina che arriva a Catanzaro deve avere ragioni concrete per restarvi oltre il termine minimo di legittimazione. Quarto. Pubblicazione periodica, ufficio per ufficio, dei tempi medi di fissazione della prima udienza per materia. Su questi quattro punti occorre un’interlocuzione unitaria da parte della Magistratura e Avvocatura del Distretto con il Ministro della Giustizia e con il Consiglio Superiore della Magistratura. Il caso Catanzaro è una vergogna per l’intero sistema (in)Giustizia. Con il decreto che fissa l’udienza al 13 giugno 2028 non stiamo denunciando un abuso, stiamo denunciando purtroppo ciò che è diventato la normalità. Una Repubblica che tollera una giustizia a due velocità ha già rinunciato al principio di uguaglianza. Se a Milano un diritto viene riconosciuto in pochi mesi e a Catanzaro dopo anni, non esiste più un solo Paese, ma due Italie. Lo stesso vale per la sanità: servizi, tempi e tutele cambiano con la latitudine. Il messaggio, nemmeno troppo nascosto, è che al Sud si possa pretendere meno e sopportare di più. Ma uno Stato che assegna i diritti in base al luogo in cui vivi non è semplicemente inefficiente: è profondamente ingiusto”, conclude Antonello Talerico.











