7 Settembre 2026
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Il giallo del perito degli autovelox di Cosenza “finisce al bar”: Menegon chiama il 112 dopo tre settimane

L’ingegnere ricompare dopo 21 giorni. Una telefonata ai carabinieri chiude il caso aperto anche per rapimento dalla procura di Vicenza. Restano da chiarire motivazioni e spostamenti

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“Pronto? Sono Antonio Menegon, sto bene. Sono a Sandrigo”. È con queste parole che nella serata di lunedì una chiamata al numero di emergenza 112 ha messo fine a uno dei casi più seguiti di questo inizio 2026. A parlare era Antonio Menegon, ingegnere e super perito nell’inchiesta avviata dalla procura di Cosenza sugli autovelox, scomparso dal 3 gennaio. La telefonata è arrivata direttamente al centralino dei carabinieri. Menegon ha contattato i militari da un bar di Ancignano di Sandrigo. Sul posto sono intervenuti in pochi minuti i carabinieri della compagnia di Bassano del Grappa, che lo hanno trovato in buone condizioni di salute.

L’incontro con i carabinieri e le prime dichiarazioni

Ascoltato dagli investigatori, Menegon, residente a Tezze sul Brenta, ha dichiarato di essersi allontanato volontariamente, precisando di non aver subito alcuna costrizione da parte di terzi. La dichiarazione è stata raccolta dai carabinieri nella serata di lunedì, come riferito da fonti investigative.

Al momento, secondo quanto trapela dagli ambienti dell’inchiesta, non è stato chiarito dove l’ingegnere abbia trascorso le tre settimane lontano da casa. Le informazioni finora disponibili indicano che potrebbe non essersi allontanato significativamente dal Bassanese. Restano inoltre da approfondire le ragioni dell’allontanamento, sul quale la procura di Vicenza, che aveva aperto un fascicolo anche per ipotesi di rapimento, ha annunciato ulteriori verifiche nelle prossime ore.

L’ultima immagine prima della sparizione

La scomparsa di Menegon risale al 3 gennaio, quando alcune telecamere di videosorveglianza lo avevano ripreso in via Garibaldi a Rosà. Le immagini lo mostravano mentre entrava per l’ultima volta nel suo studio professionale, ospitato all’interno di una galleria d’arte, dopo essere arrivato a bordo del furgone di un amico.

Da quel momento, di lui non si erano più avute notizie. A lanciare l’allarme era stata la sorella, che aveva denunciato la scomparsa ai carabinieri.

L’ufficio e gli elementi che hanno alimentato il mistero

Quando carabinieri e vigili del fuoco sono entrati nello studio, la scena aveva fatto temere il peggio. Il computer era rimasto acceso, la giacca era appoggiata sulla sedia, sul tavolo c’erano documenti e chiavi di casa e delle auto. Il telefonino, invece, era stato trovato a terra.

Elementi che avevano alimentato più di un’ipotesi investigativa e che avevano trasformato la vicenda nel cosiddetto “giallo Menegon”.

Le piste: fuga, gesto estremo o rapimento

In una prima fase, gli investigatori non avevano escluso nessuna possibilità. Da un lato l’ipotesi di una fuga improvvisa o di un gesto volontario estremo, dall’altro quella di un rapimento legato alla sua attività professionale.

A rafforzare quest’ultima pista c’era il ruolo di Menegon come teste chiave nei procedimenti sui velox ritenuti illegittimi, indagini considerate scomode e potenzialmente dannose per più soggetti. Sullo sfondo, alcuni precedenti mai del tutto chiariti: l’auto incendiata davanti al suo ufficio all’inizio del 2025 e la sparizione di file dal computer nei mesi precedenti, episodi interpretati come possibili atti intimidatori.

Il messaggio sui social e le ricerche senza esito

A far prendere in considerazione anche l’ipotesi di un gesto volontario era stato un messaggio pubblicato sui social dallo stesso Menegon poco prima della scomparsa. Nel post, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’ingegnere esprimeva stanchezza e delusione per la scarsa attenzione che, a suo dire, la magistratura avrebbe riservato alle due battaglie giudiziarie in cui era coinvolto.

Per questo motivo, i vigili del fuoco avevano avviato ricerche estese nell’area attorno allo studio: perlustrazioni a terra, scandagliamento dei corsi d’acqua con i sommozzatori e sorvoli in elicottero. Tutte le operazioni si erano concluse senza alcun risultato.

Il ritorno e le verifiche ancora aperte

La telefonata di lunedì al 112 ha di fatto chiuso la fase dell’emergenza, riportando Menegon all’attenzione degli investigatori e mettendo fine a giorni di apprensione nel Bassanese. Resta però aperta l’attività di approfondimento da parte dei carabinieri e della procura di Vicenza, chiamati ora a chiarire le motivazioni dell’allontanamento e a verificare eventuali profili ancora rilevanti sul piano investigativo. I fatti, al momento, si fermano a una chiamata, a una dichiarazione di allontanamento volontario e a un’indagine che, pur ridimensionata, non è formalmente chiusa.

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