L’omicidio e la morte violenta rappresentano una delle espressioni più drammatiche della brutalità umana. Spezzano una vita, distruggono intere famiglie e lasciano ferite profonde nella società. Alcuni delitti, però, si distinguono per una ferocia che va oltre ogni comprensione, alimentata dall’odio e da una crudeltà capace di sconvolgere le coscienze. È questo il caso dell’omicidio di Consolato Ingenuo, il 42enne calabrese, originario di San Nicola da Crissa, nel Vibonese, e trapiantato da anni sull’Appennino bolognese, trovato morto il 30 luglio 2019 in un dirupo tra Cereglio e Tolè, nel territorio del Comune di Vergato.
L’ultima sera di Consolato
Consolato Ingenuo era scomparso la sera precedente al ritrovamento del suo corpo. A far scattare l’allarme era stata l’ex compagna, preoccupata perché non aveva ricevuto la consueta telefonata con cui Consolato salutava ogni sera suo figlio piccolissimo.
Saranno gli uomini del Nucleo Investigativo di Bologna a ricostruire, pezzo dopo pezzo, quanto accaduto in quella tragica notte.
L’ultima volta Consolato era stato visto in un bar di Tolè, in compagnia di due persone: Ivan Rudic, autotrasportatore serbo, e Mihai Apopei, operaio romeno. Tra loro i toni si erano accesi, ma, almeno in apparenza, sembrava che tutto si fosse concluso lì.
I tre, ripresi dalle telecamere di sorveglianza, avevano lasciato il locale a bordo di una Volkswagen Golf grigia, la stessa vettura che sarebbe stata ritrovata incidentata e sporca di sangue a poche centinaia di metri dal luogo in cui venne rinvenuto il corpo di Consolato.
La svolta delle indagini
Il proprietario dell’auto, Ivan Rudic, cercò di giustificarsi con i militari sostenendo di essersi scontrato con un capriolo che stava attraversando la strada. Una versione che, però, non convinse gli investigatori.
Il sangue rinvenuto sull’auto, anche nel bagagliaio, venne analizzato e risultò essere umano. Da quel momento il quadro investigativo iniziò a delinearsi con maggiore chiarezza: l’ipotesi degli inquirenti era che Consolato Ingenuo fosse stato pestato brutalmente e poi, con una crudeltà agghiacciante, abbandonato ancora agonizzante nel buio di una scarpata.
Il processo e la condanna definitiva
La sentenza di primo grado arrivò il 13 settembre 2021, quando la Corte d’Assise di Bologna condannò Ivan Rudic all’ergastolo per omicidio, mentre Mihai Apopei venne condannato a due anni di reclusione per concorso nell’occultamento di cadavere.
La Corte d’Appello confermò integralmente la decisione di primo grado. Apopei non presentò ricorso, mentre la condanna all’ergastolo di Ivan Rudic divenne definitiva nel marzo 2023, quando la Corte di Cassazione rigettò il ricorso presentato dai suoi difensori, gli avvocati Mariagrazia Petrelli e Mirko Rambaldo, accogliendo anche le richieste della parte civile rappresentata dall’avvocato Francesco Antonio Maisano. Proprio quest’ultimo, grazie alla normativa prevista per le vittime di crimini violenti, riuscì a ottenere un indennizzo in favore del figlio di Consolato Ingenuo. Un riconoscimento previsto dalla legge, che tuttavia non potrà mai restituire a quel bambino l’affetto e la presenza del padre, né colmare il dolore di una famiglia segnata per sempre da quella tragedia.
“Rudic e la compagna litigarono Consolato si mise in mezzo”
Durante il processo, le cronache giudiziarie raccontarono anche la testimonianza dell’ex compagna di Ivan Rudic.
La donna ricostruì la serata dell’omicidio, spiegando di essersi recata a casa dell’ex compagno e di aver avuto con lui un violento litigio. Consolato Ingenuo, presente nell’abitazione, sarebbe intervenuto nel tentativo di difenderla, nonostante Rudic gli avesse intimato di non intromettersi.
“Il fatto che abbia cercato di difendere la donna può essere stato un ulteriore movente?”, si chiese durante il processo l’avvocato Francesco Antonio Maisano.
Forse non lo sapremo mai, ma quella testimonianza aggiunge un ulteriore velo di tristezza a una vicenda segnata da una violenza feroce e insensata.
Un dolore che il tempo non cancella
La morte di Consolato Ingenuo ha lasciato un vuoto che il tempo non è riuscito a colmare. Un dolore immenso che ha travolto i suoi fratelli, le sue sorelle, il figlio ancora bambino e la madre, che da quella tragedia non si è mai davvero ripresa.
A piangere Consolato non sono stati soltanto i familiari, ma anche gli amici, i conoscenti e due comunità che ancora oggi ne custodiscono il ricordo: San Nicola da Crissa, il paese che gli aveva dato i natali, e il piccolo centro dell’Appennino bolognese, dove aveva costruito la sua vita.
La sua storia è quella di un uomo vittima di una violenza disumana. Una vicenda che ricorda quanto l’odio possa trasformarsi nella forma più crudele della brutalità e quanto nessuna sentenza possa cancellare il dolore di chi è rimasto. Perché dietro ogni omicidio non c’è soltanto una vittima: c’è un’intera famiglia condannata a convivere per sempre con un dolore che non conosce fine.











