Gli appalti per la manutenzione e la pulizia dei treni erano considerati un settore strategico per gli interessi della ‘ndrangheta reggina. È uno degli elementi emersi dalla maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, coordinata dal procuratore Giuseppe Borrelli, che ha portato all’esecuzione di 79 misure cautelari, di cui 73 in carcere e sei agli arresti domiciliari.
Illustrando i risultati dell’operazione, Borrelli ha spiegato che “le indagini hanno confermato l’esistenza di una confederazione tra le organizzazioni ‘ndranghetiste che operano nei vari quartieri di Reggio Calabria, attive nelle estorsioni e nel narcotraffico”.
L’inchiesta ha ricostruito gli assetti delle principali cosche operanti nel capoluogo, delineando i rapporti tra le famiglie De Stefano, Tegano, Condello e Lo Giudice, considerate dagli investigatori in collegamento operativo tra loro e subordinate al gruppo dirigente di Archi.
Le infiltrazioni negli appalti ferroviari
Secondo l’accusa, le cosche avrebbero esercitato un forte condizionamento nel settore della manutenzione e della pulizia dei treni e degli impianti industriali del polo ferroviario di Reggio Calabria, ritenuto dagli investigatori un comparto strategico per gli interessi mafiosi.
Il condizionamento si sarebbe manifestato attraverso ingerenze nei rapporti tra imprese appaltatrici e organizzazioni sindacali, ma anche nella gestione del personale, delle assunzioni e dei licenziamenti.
Per la Procura, “la preoccupazione maggiore è l’altissima capacità di penetrazione della ‘ndrangheta nell’economia legale e nei servizi pubblici”, un fenomeno che l’inchiesta avrebbe documentato proprio nel comparto ferroviario.
Secondo quanto riferito da Borrelli, il servizio di manutenzione e pulizia sarebbe stato affidato “a un esponente dell’organizzazione criminale che avrebbe gestito sia le assunzioni del personale, sia il rapporto lavorativo”, anche attraverso l’infiltrazione nelle dinamiche sindacali, ritenuta funzionale a consolidare l’influenza delle cosche e a garantire loro vantaggi economici.
Le cosche del centro e il controllo del territorio
L’attività investigativa, condotta dal Nucleo investigativo dei Carabinieri, dalla Squadra Mobile e dalla Sisco di Reggio Calabria, ha ricostruito la geografia criminale della città, individuando anche articolazioni periferiche della ‘ndrangheta attive nelle aree collinari di Ortì, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi.
L’inchiesta ha riguardato anche due presunte organizzazioni dedite al traffico di cocaina, eroina e marijuana, con basi operative nei quartieri di Santa Caterina e Arghillà.
Proprio ad Arghillà, secondo gli inquirenti, sarebbe divenuto operativo un gruppo criminale appartenente alla comunità rom, che avrebbe svolto il ruolo di “braccio armato” delle cosche, operando alle dipendenze delle famiglie di Archi.
I summit di mafia e la spartizione degli affari
Le indagini hanno inoltre documentato numerosi summit tra gli appartenenti alle cosche, durante i quali sarebbero stati ridefiniti gli equilibri criminali del centro cittadino.
Borrelli ha spiegato che gli investigatori hanno intercettato riunioni nelle quali “venivano ridefiniti e ristabiliti gli equilibri tra le ‘famiglie’ che controllano il centro storico cittadino, spartendo i proventi illeciti, pianificando i tradizionali riti di affiliazione, conferendo ‘doti’ criminali e gestendo i rapporti con le altre consorterie del territorio”.
Secondo la ricostruzione della Dda, in quei summit venivano inoltre stabilite le posizioni di comando e le responsabilità operative, oltre a essere affrontati anche i rapporti, talvolta conflittuali, con le altre articolazioni della criminalità organizzata.
Armi, denaro e società sequestrate
Nel corso delle indagini e durante l’esecuzione delle misure cautelari, gli investigatori hanno sequestrato numerose armi clandestine, tra cui fucili a pompa e fucili a canne mozze, oltre a 30 mila euro in contanti e sei società ritenute riconducibili agli indagati.
Agli arrestati vengono contestati, a vario titolo, associazione mafiosa, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti aggravati dall’agevolazione della ‘ndrangheta, estorsione, detenzione e porto di armi anche da guerra, riciclaggio, rapina e trasferimento fraudolento di valori.
Per gli investigatori, estorsioni e narcotraffico “rimangono i pilastri finanziari dei clan”, ma l’indagine evidenzia come la nuova frontiera della forza delle cosche sia la capacità di infiltrarsi nell’economia legale, condizionando appalti, imprese e servizi pubblici strategici.












