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22 Maggio 2026
22 Maggio 2026
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Morti sul lavoro in Calabria, bollettino vergognoso: sei vittime in ventuno giorno. Una strage silenziosa

Da Fuscaldo a Monterosso, da Paola a Francavilla Angitola: operai caduti da tetti, schiacciati da gru o travolti nei cantieri. Sindacati all’attacco: "Non sono fatalità, è un bollettino di guerra"

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La Calabria continua a contare i suoi morti sul lavoro. Uno dopo l’altro. In silenzio, quasi fosse un prezzo inevitabile da pagare alla fatica, alla precarietà, alla manutenzione dei territori, ai cantieri, agli appalti, alle opere pubbliche e private. Sei vittime in ventuno giorni, sette dall’inizio dell’anno. Numeri che non sono più soltanto cronaca nera. Sono il segnale di una emergenza sociale, di una frattura profonda tra il diritto al lavoro e il diritto, ancora più elementare, di tornare vivi a casa.

L’ultima tragedia porta il nome di Rosario Pulerà, 63 anni, operaio boschivo morto a Monterosso Calabro, travolto da un grosso ramo durante lavori di manutenzione nell’area montana “Chalet Pozzetti”. Poche ore prima, la Calabria aveva pianto anche Franco Vescio, 55 anni, di Lamezia Terme, deceduto all’ospedale di Catanzaro dopo una settimana di agonia: era precipitato da un tetto durante un intervento su cavi di telecomunicazione a Fuscaldo. Due morti diverse, unite dalla stessa domanda: perché in Calabria si continua a morire lavorando?

Sei morti in ventuno giorni: il bollettino che fa paura

La sequenza è impressionante. In appena tre settimane la Calabria ha registrato sei vittime sul lavoro. Uomini usciti di casa per guadagnarsi la giornata e mai più rientrati. Operai, manutentori, lavoratori impegnati in attività spesso fisicamente dure, in contesti complessi, dentro una filiera dove la sicurezza dovrebbe essere il primo presidio e invece troppo spesso viene evocata solo dopo la tragedia.

La morte di Franco Vescio ha colpito Lamezia Terme e l’intera provincia di Catanzaro. L’uomo stava lavorando su un edificio in contrada Lago, a Fuscaldo, durante un intervento di manutenzione su cavi di telecomunicazione. Per cause ancora al vaglio degli inquirenti avrebbe perso l’equilibrio, precipitando nel vuoto. Soccorso e trasferito in elisoccorso all’ospedale di Catanzaro, è rimasto ricoverato per una settimana in terapia intensiva. Poi il suo cuore si è fermato.

Era un lavoratore conosciuto, un uomo di famiglia, padre di due figli. A ricordarlo è stata anche l’Associazione Carnevale di Lamezia, di cui faceva parte: “Era un collaboratore prezioso, amico autentico e uomo dedito alla famiglia”. Parole che restituiscono il profilo di una persona concreta, generosa, legata alla comunità. Ma anche l’assurdità di una morte che non può essere archiviata come una disgrazia qualsiasi.

Da Fuscaldo a Monterosso: gli ultimi due caduti

Dopo Vescio, è arrivata la tragedia di Monterosso Calabro. Rosario Pulerà stava lavorando per conto di una ditta specializzata nel settore del legname, incaricata della manutenzione dell’area montana “Chalet Pozzetti”. Un ramo di grandi dimensioni si è staccato da un albero e lo ha colpito alla testa. L’impatto è stato devastante. I colleghi hanno allertato immediatamente il 118, i sanitari hanno chiesto l’intervento dell’elisoccorso, ma per l’operaio non c’è stato nulla da fare.

Anche in questo caso sono intervenuti i carabinieri, chiamati a ricostruire la dinamica dell’incidente e a verificare le condizioni in cui si stava lavorando. Accertamenti necessari, perché ogni morte sul lavoro apre sempre lo stesso fronte: quali procedure erano state adottate? Quali dispositivi erano disponibili? Quali rischi erano stati valutati? Chi doveva controllare? Monterosso Calabro si è fermata nel dolore. Il sindaco Antonio Lampasi ha parlato di una perdita che lascia la comunità “nello sconcerto e nella più assoluta costernazione”. Pulerà era conosciuto e stimato, padre di tre figli, uomo dedito al lavoro e alla famiglia. Una figura ordinaria, nel senso più alto del termine: uno di quegli uomini che tengono in piedi paesi, famiglie, economie minute e comunità intere.

Il comprensorio dell’Angitola segnato da due lutti

La morte di Pulerà è arrivata a meno di due settimane da un’altra tragedia, consumata il 9 maggio a Francavilla Angitola, nel cantiere del depuratore consortile. Un operaio di 53 anni, originario di Reggio Calabria, stava lavorando con la ditta incaricata dalla Regione per la rimessa in funzione dell’impianto quando è rimasto schiacciato da una gru. Anche in quel caso i soccorsi del 118 si sono rivelati inutili.

Due morti nel giro di pochi giorni nello stesso comprensorio. Due cantieri diversi. Due famiglie distrutte. Due comunità costrette a confrontarsi con una verità scomoda: la sicurezza sul lavoro non può dipendere dalla fortuna, dalla resistenza fisica o dall’esperienza del singolo operaio. Deve essere organizzazione, prevenzione, controlli, formazione, responsabilità. E invece la Calabria sembra vivere dentro un paradosso: si invocano opere, manutenzioni, cantieri, infrastrutture, recuperi ambientali, ma troppo spesso chi materialmente realizza quei lavori resta esposto al rischio più alto.

Paola, il giovane operaio schiacciato mentre montava un lido

Nel quadro di queste settimane nere c’è anche la morte di un 23enne senegalese a Paola. Il giovane era impegnato nel montaggio di un lido sul litorale quando è stato schiacciato da un blocco di cemento utilizzato come basamento per le docce. È morto poco dopo l’arrivo dei sanitari. La Procura di Paola, guidata dal procuratore Domenico Fiordalisi, ha aperto fascicoli d’indagine sugli incidenti avvenuti nel territorio. Atti dovuti, certo. Ma anche il passaggio necessario per mettere sotto la lente documenti, contratti, autorizzazioni, dispositivi di sicurezza e condizioni operative. È qui che la cronaca diventa inchiesta. Perché ogni incidente mortale porta con sé una catena da verificare: il rapporto di lavoro, la formazione ricevuta, l’idoneità del cantiere, la presenza di dispositivi antinfortunistici, la valutazione dei rischi, l’eventuale subappalto, il ruolo dei committenti e delle imprese esecutrici.

Non chiamatele fatalità

Non chiamatelà fatalità. È la linea tracciata con forza dalla Fillea Cgil Calabria dopo la morte di Franco Vescio. Il segretario regionale degli edili, Simone Celebre, ha parlato di dolore che “cede immediatamente il passo alla ribellione”. E ha usato parole nette: “Non tolleriamo più che si cataloghino queste tragedie come imprevisti o tragici destini. Siamo di fronte a un vero e proprio bollettino di guerra”. Il linguaggio è duro, ma fotografa il clima. Perché quando le morti si ripetono con questa frequenza, non basta più il cordoglio. Non basta la nota istituzionale. Non basta il minuto di silenzio. Serve capire se il sistema dei controlli regge, se gli ispettori sono sufficienti, se le imprese rispettano davvero le regole, se la catena degli appalti e dei subappalti scarica il rischio sull’ultimo anello: il lavoratore.

La Fillea Cgil ha chiesto interventi urgenti: più ispettori, più controlli, sanzioni più dure, stop ai meccanismi che comprimono costi e tempi fino a trasformare la sicurezza in un adempimento formale. Sullo sfondo resta il tema del massimo ribasso, dei subappalti a cascata e della responsabilità lungo tutta la filiera.

Appalti, controlli e sicurezza: il nodo irrisolto

La questione degli appalti è centrale. Perché molte delle attività in cui si verificano incidenti mortali avvengono dentro lavori affidati a imprese esterne: manutenzioni, opere pubbliche, cantieri temporanei, servizi tecnici, interventi ambientali o infrastrutturali. La Cgil Calabria, con il segretario Gianfranco Trotta, ha rilanciato la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sugli appalti. L’obiettivo dichiarato è cancellare la logica del massimo ribasso, rafforzare controlli e responsabilità lungo la catena di appalti e subappalti, garantire trasparenza, legalità, applicazione dei contratti, formazione e sicurezza. Nei giorni scorsi a Catanzaro cittadini, lavoratori, imprenditori, parenti di vittime e giovani stranieri si sono messi in marcia su iniziativa di Cgil Calabria, Cisl Calabria e Uil Calabria, con l’adesione di Unindustria e Ance Calabria. Un corteo non solo di protesta, ma di memoria e rivendicazione.

La parola più usata è stata sicurezza. Ma dietro quella parola c’è un intero sistema da ripensare: prevenzione, formazione obbligatoria, controlli reali nei cantieri, verifiche sugli affidamenti, responsabilità dei committenti, rafforzamento degli organi ispettivi, cultura d’impresa. La Cisl, dopo la tragedia di Francavilla Angitola, aveva sollecitato anche la Prefettura affinché venga reso pienamente operativo il protocollo sulla sicurezza sottoscritto recentemente. Un appello che oggi, dopo la morte di Pulerà, suona ancora più urgente.

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