2 Agosto 2026
2 Agosto 2026
spot_img

Il calabrese che guidò il Corriere della Sera sotto Mussolini: il talento e le ombre di Aldo Borelli

Nato a Monteleone Calabro, oggi Vibo Valentia, diresse il quotidiano più autorevole d’Italia dal 1929 alla caduta del fascismo. Innovatore e scopritore di talenti, mise però il giornale al servizio del regime

spot_img
spot_img
spot_img

Fu un direttore capace di riconoscere il talento prima degli altri, modernizzare il giornale più importante d’Italia e costruire una redazione destinata a lasciare un’impronta nel dopoguerra. Ma fu anche l’uomo che trasformò il Corriere della Sera in un fedele portavoce del fascismo, accettando le direttive del regime, la propaganda di guerra e le campagne razziali. Aldo Borelli morì a Roma il 2 agosto 1965, esattamente 61 anni fa. Era nato il 2 febbraio 1890 a Monteleone Calabro, la città che nel 1928 avrebbe assunto il nome di Vibo Valentia. La sua biografia racconta quanto il talento professionale possa convivere con il conformismo politico. E quanto un grande giornale, proprio perché autorevole, possa diventare ancora più potente quando decide di mettersi al servizio del potere.

Da Monteleone a Roma, l’ascesa del giovane giornalista

Figlio di Luigi Borelli e Rachele Daffinà Ruffo, nel 1906 lasciò la Calabria e si trasferì a Roma. Studiava giurisprudenza, ma la sua vera università divennero presto le redazioni. Esordì nel quotidiano romano “L’Alfiere”, lavorò per l’agenzia Stefani e tra il 1912 e il 1914 fu corrispondente dalla capitale per “Il Mattino” di Napoli. In quegli anni fece propria la linea antigiolittiana e antisocialista del giornale diretto dalla famiglia Scarfoglio.

La carriera fu fulminea. Nel 1914 entrò a “La Nazione” come redattore capo e il 10 marzo 1915, ad appena 25 anni, ne assunse la direzione. Il quotidiano fiorentino era allora schierato su posizioni neutraliste. Borelli lo portò rapidamente sul fronte interventista, favorevole all’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Non si limitò a dirigere dalla scrivania: lavorò anche come corrispondente dal fronte. La scelta politica coincise con un rilancio editoriale. Aumentarono le corrispondenze, nacquero nuove edizioni provinciali e il giornale rafforzò la propria presenza in Toscana e nell’Italia centrale. Borelli mostrò già allora le qualità che lo avrebbero accompagnato per tutta la carriera: intuito, capacità organizzativa e una spiccata sensibilità per ciò che poteva attirare i lettori.

La Nazione diventa una voce della destra fascistizzante

Il successo editoriale procedette insieme a un progressivo spostamento politico. Nel dopoguerra “La Nazione” divenne uno degli organi di punta della borghesia conservatrice e fascistizzante, assumendo toni sempre più violenti contro socialisti, popolari e istituzioni liberali. Borelli considerava la vecchia classe dirigente incapace di governare la crisi italiana. Guardò quindi a Mussolini e al fascismo come alle forze in grado di difendere l’ordine borghese e imprimere al Paese una svolta autoritaria.

La biografia firmata da Ernesto Galli della Loggia per il Dizionario biografico Treccani ricorda che Borelli salutò l’avvento del fascismo celebrando la morte della democrazia parlamentare. Non fu dunque un professionista trascinato controvoglia dal regime. Era seniore della Milizia, frequentava importanti esponenti fascisti e nel 1928 pubblicò “La diana degli spiriti”, inserito in una collana di propaganda nazionale destinata ai giovani e al popolo. Fu Augusto Turati, segretario nazionale del Partito nazionale fascista e suo amico, a proporne il nome a Mussolini per la direzione del Corriere della Sera.

L’arrivo in via Solferino

Borelli si insediò al Corriere il primo settembre 1929. Rimase alla guida del quotidiano fino alla caduta del fascismo, nel luglio 1943. Il regime aveva bisogno di un direttore autorevole e politicamente affidabile. Dopo l’allontanamento forzato di Luigi Albertini nel 1925, la redazione del Corriere continuava a essere considerata dagli ambienti fascisti un luogo di dissidenza, nonostante le epurazioni già avvenute.

Borelli riuscì dove i suoi predecessori non avevano pienamente convinto Mussolini. Restituì solidità al giornale e, contemporaneamente, lo allineò alle esigenze del regime. Il giudizio storico non può essere ambiguo: sotto la sua direzione il Corriere divenne, nelle parole della Treccani, un “fedele ed entusiasta portavoce del fascismo”. Il clima di conformismo entrò stabilmente in via Solferino e il compromesso con il potere diventò la regola.

Il direttore che modernizzò il Corriere

Sarebbe però riduttivo spiegare i quasi quattordici anni di Borelli al Corriere soltanto attraverso la fedeltà politica. Fu anche un direttore tecnicamente moderno. Rinnovò le attrezzature tipografiche, introdusse progressivamente l’impaginazione a nove colonne, aumentò l’uso delle fotografie e delle telefoto, sperimentò titoli sviluppati su più colonne e introdusse il titolo accompagnato dal sommario. Rafforzò gli esteri, i reportage di viaggio, lo sport e la terza pagina. Chiamò scrittori, intellettuali e studiosi di orientamenti differenti e diede spazio a una nuova generazione di giornalisti. Durante la sua direzione crebbero o furono assunti, tra gli altri, Dino Buzzati, Guido Piovene, Luigi Barzini, Indro Montanelli, Arturo Lanocita e il vibonese Michele Mottola. L’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo ricorda anche la protezione offerta ad alcuni redattori non iscritti al Partito fascista o apertamente ostili al regime. È questa la contraddizione più profonda di Borelli: riuscì a proteggere singoli giornalisti, ma non difese la libertà del giornale. Salvò alcune persone, mentre consegnava la linea politica del Corriere al fascismo.

Le campagne razziali e la propaganda

Il talento non attenua le responsabilità. Il Corriere diretto da Borelli obbedì alle direttive del regime anche nelle fasi più vergognose: la retorica della guerra, l’esaltazione dell’impero e la campagna antisemita seguita alle leggi razziali del 1938. Lo stesso archivio storico del Corriere della Sera, ricostruendo la storia del quotidiano, riconosce che il giornale diretto da Borelli seppe mantenere un’elevata qualità professionale, ma obbedì anche alle disposizioni più nefaste del regime. Nel 1935 Borelli partì volontario per la guerra d’Etiopia come sottotenente di artiglieria. Partecipò alle operazioni militari e nel luglio 1936 fu promosso tenente per merito di guerra. Non fu dunque un osservatore esterno dell’avventura coloniale fascista: ne divenne direttamente parte.

La caduta di Mussolini e la fine della direzione

La sua esperienza in via Solferino terminò insieme al regime che lo aveva voluto alla guida del giornale. Dopo il 25 luglio 1943 Borelli si illuse, per un breve momento, di poter continuare a dirigere finalmente un Corriere libero dalle “veline” fasciste. La redazione gli fece capire che il suo tempo era finito. Per alcuni mesi rimase nascosto in un convento a Roma. Dopo la Liberazione fu raggiunto da un mandato di cattura per “atti rilevanti” compiuti a favore del fascismo, ma venne successivamente amnistiato.

Tornò a lavorare nel mondo dell’informazione: fu direttore amministrativo del quotidiano romano “Il Tempo”, guidò l’ufficio romano di “Epoca”, lavorò nel settore periodici della Mondadori, diresse la Cines e divenne presidente del gruppo editoriale “Giornale d’Italia-Tribuna”. Morì a Roma il 2 agosto 1965, all’età di 75 anni.

Il talento non cancella le responsabilità

Definire Aldo Borelli soltanto un propagandista significherebbe ignorare le sue capacità e il ruolo avuto nell’evoluzione tecnica del giornalismo italiano. Presentarlo solamente come un grande direttore significherebbe invece cancellare la funzione svolta dal Corriere durante la dittatura. Fu entrambe le cose: un giornalista di notevole talento e un direttore organico al regime. La sua storia dimostra che l’abilità professionale non rappresenta automaticamente una garanzia di indipendenza. Può accadere il contrario: quando un grande talento sceglie il conformismo, la propaganda diventa più credibile, elegante e pericolosa. Aldo Borelli portò un calabrese sulla poltrona più prestigiosa del giornalismo italiano. Ma quella poltrona, per quasi quattordici anni, rimase dentro il sistema costruito da Mussolini. È questo il nodo che la memoria non può sciogliere né addolcire.

spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor