16 Agosto 2026
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Pensò di avere trovato un cadavere, poi la scoperta che cambiò la Calabria: il mistero dei Bronzi di Riace

Il 16 agosto 1972 Stefano Mariottini avvistò due figure adagiate sul fondale ionico. Sembravano corpi senza vita, erano capolavori dell’arte greca. Cinquantaquattro anni dopo non conosciamo ancora i loro nomi, gli autori e il viaggio che li condusse nel mare calabrese

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Un braccio emerge dalla sabbia, immobile sul fondo del mare. La pelle ha un colore scuro, i muscoli sembrano contratti, la forma è così perfetta da apparire umana. Per qualche istante Stefano Mariottini teme di essersi imbattuto nel corpo di un uomo. È il 16 agosto 1972. Siamo al largo di Riace Marina, sulla costa ionica reggina, a poche centinaia di metri dalla spiaggia. Mariottini, giovane chimico romano appassionato di immersioni, si trova a una profondità compresa, secondo le diverse ricostruzioni, tra gli otto e i dieci metri. Quella sagoma adagiata sul fondale non è un cadavere. Poco distante ce n’è un’altra.

Sono due uomini di bronzo, quasi due metri d’altezza, rimasti nascosti per secoli sotto il mare. Nessuno, in quel momento, può sapere che la scoperta consegnerà alla Calabria due dei più importanti capolavori superstiti della scultura greca. Cinquantaquattro anni dopo, i loro corpi sono conosciuti in tutto il mondo. Ma i loro nomi, i loro autori e il viaggio che li portò davanti alla costa di Riace restano ancora avvolti nel mistero.

Il braccio che spuntava dalla sabbia

Il particolare del primo spavento, quello del presunto cadavere, appartiene al racconto successivamente fornito dallo stesso Mariottini e ripreso anche dalla Rai. Il documento dal quale parte la storia ufficiale è invece molto più asciutto: la denuncia presentata il 17 agosto 1972 alla Soprintendenza alle antichità della Calabria. Mariottini riferisce di avere individuato, durante un’immersione a scopo di pesca, a circa 300 metri dalla costa, “un gruppo di statue, presumibilmente di bronzo”. Descrive due figure maschili nude: una distesa sul dorso, con il volto coperto da una barba riccia e fluente; l’altra adagiata su un fianco, con una gamba piegata.

Il sub annota anche il colore bruno delle statue, il modellato ancora leggibile e l’eccezionale stato di conservazione. Sul documento compare un’annotazione dalla quale risulta che la prima comunicazione telefonica della scoperta era arrivata alle 21 del 16 agosto. La scena doveva essere impressionante. Due uomini nudi, armati e barbuti, giacevano sul fondale come se il mare li avesse fermati nel mezzo di una battaglia. Non erano corpi restituiti da una tragedia recente, ma testimoni di un naufragio – o di un altro evento ancora sconosciuto – avvenuto nell’antichità.

Il recupero davanti a Riace Marina

Nei giorni successivi entrarono in azione i sommozzatori dell’Arma dei carabinieri. Per riportare le statue in superficie vennero utilizzati palloni riempiti d’aria, capaci di sollevare lentamente quei corpi metallici senza danneggiarli. Il recupero non fu semplice. Il Bronzo B venne portato in superficie il 21 agosto, mentre il giorno successivo toccò al Bronzo A, che durante un primo tentativo ricadde sul fondo prima di essere definitivamente messo in sicurezza.

Una volta sulla spiaggia, apparve immediatamente chiaro che non si trattava di reperti comuni. Le statue erano integre, di dimensioni superiori a quelle naturali e realizzate con una qualità tecnica straordinaria. Il mare aveva conservato ciò che la storia, in moltissimi altri casi, aveva distrutto. Gran parte delle grandi statue bronzee greche fu infatti fusa nei secoli successivi per recuperare il metallo. I due guerrieri di Riace erano sopravvissuti proprio perché erano scomparsi sott’acqua.

Due uomini quasi vivi

Le statue sono convenzionalmente chiamate Bronzo A e Bronzo B. La prima è alta circa un metro e 98 centimetri, la seconda un centimetro in meno. Entrambe raffigurano uomini maturi, nudi, barbuti e dalla muscolatura possente. Il realismo non è ottenuto soltanto attraverso il bronzo. Gli occhi sono composti da calcite e pasta vitrea; labbra, capezzoli e altri particolari anatomici sono realizzati in rame, mentre l’argento venne impiegato per alcuni dettagli, tra cui i denti del Bronzo A. Vene, tendini, barba e capelli furono lavorati con una precisione che rende le due figure sorprendentemente vive. Il Bronzo A porta tra i capelli una tenia, una fascia che nell’antica Grecia poteva essere collegata alla vittoria o a una condizione eroica. Il Bronzo B presenta invece la parte superiore del cranio priva di capelli, modellata in modo da accogliere probabilmente un elmo.

Entrambi dovevano imbracciare uno scudo e sostenere con la mano destra un’arma, verosimilmente una lancia. Gli accessori, però, non sono stati recuperati insieme alle statue. Realizzati con la complessa tecnica della fusione a cera persa, i Bronzi risalgono al V secolo avanti Cristo, uno dei momenti più alti dell’arte greca classica. Gli studi condotti sulle terre di fusione rimaste al loro interno indicano un’origine greca, collegata rispettivamente all’Attica e all’Argolide. Il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria sottolinea tuttavia che identità e attribuzione rimangono incerte.

Guerrieri, eroi o divinità?

Da oltre mezzo secolo archeologi e storici dell’arte tentano di rispondere alla domanda più affascinante: chi sono i due uomini venuti dal mare? Sono stati interpretati come guerrieri, atleti, eroi mitologici o divinità. La nudità non deve essere letta come quella di due soldati comuni: nell’arte greca il corpo perfetto rappresentava una condizione eroica, una forza superiore a quella degli uomini ordinari.

Tra le ipotesi formulate nel tempo c’è quella che li identifica con alcuni protagonisti del mito dei Sette contro Tebe. Secondo altre ricostruzioni, le statue potrebbero essere appartenute a un grande complesso celebrativo dedicato alla battaglia di Maratona. Anche l’attribuzione continua a dividere gli studiosi. Sono stati chiamati in causa Fidia e la sua cerchia, Mirone, Alcamene, Agelada e Pitagora di Reggio. Nessun nome, però, ha ottenuto un consenso definitivo.

Non è neppure certo che le statue siano state realizzate dalla stessa mano o nello stesso momento. Le differenze stilistiche, la diversa lavorazione e le analisi dei materiali hanno alimentato l’ipotesi di due artisti distinti, forse attivi a distanza di alcuni decenni. I Bronzi potrebbero dunque essere nati separatamente e soltanto in seguito essere stati riuniti all’interno dello stesso gruppo monumentale. Oppure potrebbero essere stati concepiti insieme da maestri diversi per rappresentare protagonisti della stessa scena.

Il mistero della nave che non c’è

Il secondo grande enigma riguarda il modo in cui i Bronzi arrivarono nel mare di Riace. L’ipotesi più suggestiva è quella del naufragio: una nave partita dalla Grecia e diretta verso l’Italia, forse verso Roma, sarebbe affondata lungo la rotta ionica trascinando con sé il proprio prezioso carico. Sul fondale, tuttavia, non è mai stato identificato con certezza il relitto della nave. Le ricerche non hanno restituito elementi sufficienti per ricostruire l’imbarcazione, il porto di partenza o la data dell’incidente.

Secondo un’altra ipotesi, le statue potrebbero essere state gettate volontariamente in mare durante una tempesta per alleggerire la nave ed evitarne l’affondamento. È anche possibile che il relitto sia stato distrutto dalle onde e trascinato verso la costa, lasciando i Bronzi nel punto in cui furono ritrovati. La certezza è che sotto i piedi delle statue sono rimasti dei tenoni in piombo. Prima di finire in mare, quindi, i due uomini erano già stati fissati su basi ed esposti al pubblico. Non erano opere appena uscite dalla bottega di uno scultore, ma statue che avevano già avuto una propria storia.

Lo scudo, l’elmo e l’ipotesi di altre statue

La denuncia di Mariottini parla di un “gruppo di statue” e descrive le “due emergenti”. Queste parole hanno alimentato negli anni congetture sulla possibile presenza di altri reperti, persino di un terzo Bronzo. Non esistono, però, prove archeologiche definitive che confermino il ritrovamento di una terza statua. Anche Stefano Mariottini ha successivamente escluso questa possibilità. Il linguaggio utilizzato nella denuncia non può quindi essere considerato, da solo, la prova dell’esistenza di un altro guerriero scomparso.

Resta invece certo che le due statue possedessero armi e accessori oggi perduti: scudi, lance e almeno un elmo. Non sappiamo se siano finiti in mare insieme ai Bronzi, se siano stati separati prima del viaggio o se siano andati dispersi in un momento successivo. È questo confine tra ciò che è documentato e ciò che resta soltanto ipotizzato ad avere trasformato una straordinaria scoperta archeologica in un mistero che attraversa ormai più di mezzo secolo.

Il lungo lavoro per salvarli

Dopo il recupero cominciò una complessa attività di pulitura, studio e restauro, prima a Reggio Calabria e successivamente a Firenze. Fu necessario rimuovere le concrezioni marine, stabilizzare il metallo ed eliminare dall’interno delle statue le terre utilizzate durante l’antica fusione. I restauri non servirono soltanto a salvare i Bronzi dalla corrosione. Permisero agli studiosi di osservare le tecniche di fabbricazione, le saldature, i materiali e i dettagli invisibili dall’esterno, aprendo nuove strade alla conoscenza della grande bronzistica greca.

Dopo altri delicati interventi conservativi, dal dicembre 2013 i due capolavori sono nuovamente esposti nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, in una sala dotata di particolari sistemi di controllo ambientale e protezione antisismica. Sono il cuore del museo e il simbolo archeologico più riconoscibile della Calabria. Il Ministero della Cultura li definisce non soltanto due statue, ma l’espressione di un intero ecosistema culturale legato alla Magna Grecia e al Mediterraneo.

La scoperta che cambiò l’immagine della Calabria

Prima di quel 16 agosto, Riace era un piccolo centro della costa ionica calabrese. Dopo il ritrovamento, il suo nome entrò nei manuali di storia dell’arte, nei musei, nelle università e nell’immaginario collettivo internazionale. I Bronzi diventarono due ambasciatori silenziosi della Calabria. Due opere nate probabilmente dall’altra parte dello Ionio e divenute, dopo secoli trascorsi sott’acqua, parte inseparabile dell’identità calabrese. Eppure il loro enorme successo non ha cancellato le domande. Chi rappresentano? Chi li realizzò? Da quale città partirono? Erano diretti a Roma? Naufragarono insieme a una nave? Facevano parte di un gruppo più numeroso? Che fine fecero le loro armi? Cinquantaquattro anni dopo, i Bronzi continuano a guardarci senza offrire risposte. Il mare ha conservato perfettamente i loro corpi, ma si è tenuto la loro storia.

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