3 Settembre 2026
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Da Riace a Hollywood, la storia di Nicola Musuraca: il calabrese che inventò le ombre del noir

Partì dalla Calabria a soli quindici anni insieme al padre e attraversò Ellis Island. Dopo i lavori più umili entrò quasi per caso nel cinema, diventando uno dei maestri della fotografia americana e ottenendo una candidatura all’Oscar

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Prima di diventare Nicholas, per tutti era semplicemente Nicola. Un ragazzo nato in una famiglia di contadini a Riace, molto prima che quel piccolo centro della Locride diventasse conosciuto in tutto il mondo per i suoi Bronzi. Non recitava, non dirigeva e il suo nome non appariva sui manifesti con le stesse dimensioni riservate alle grandi star. Il suo talento lavorava dietro la macchina da presa, nel punto esatto in cui la luce incontra l’ombra. Fu proprio da quella posizione apparentemente nascosta che Nicola Musuraca contribuì a inventare il volto del cinema noir americano.

Le strade bagnate nella notte, i personaggi inghiottiti dal buio, le sagome che si muovono dietro una porta, i fasci di luce capaci di tagliare un’inquadratura e trasformarla in un incubo: dietro alcune delle immagini più celebri della Hollywood degli anni Quaranta c’era un emigrato calabrese. Musuraca morì a Los Angeles il 3 settembre 1975, cinquantuno anni fa. La sua storia resta quella straordinaria di un ragazzo partito da Riace con quasi nulla e arrivato alle porte dell’Oscar.

Da una famiglia di contadini al viaggio verso l’America

Nicola Musuraca nacque a Riace il 25 ottobre 1892, figlio di Cosimo e Anna Rosa. La sua era una famiglia contadina, in una Calabria povera dalla quale, all’inizio del Novecento, migliaia di persone partivano alla ricerca di un futuro. Nicola lasciò il paese quando aveva appena quindici anni. Si imbarcò insieme al padre sul piroscafo Re d’Italia, salpato da Napoli il 18 luglio 1907. Dopo oltre due settimane di navigazione, il 3 agosto la nave raggiunse New York.

Padre e figlio superarono i controlli federali di Ellis Island, la grande porta d’ingresso degli emigrati europei negli Stati Uniti, e si stabilirono a Brooklyn, in Flushing Avenue. Lì viveva già Francesco, fratello del padre Cosimo. Non c’erano studi cinematografici ad attenderlo né qualcuno pronto a riconoscerne il talento. Come molti emigrati italiani, il giovane Nicola iniziò svolgendo lavori umili, cercando di costruirsi una vita in un Paese del quale doveva ancora imparare regole e opportunità. La svolta arrivò nel 1913, attraverso un mestiere che sembrava non avere nulla a che fare con il cinema: quello di autista.

L’autista che imparò tutti i mestieri del cinema

Musuraca venne assunto come autista da James Stuart Blackton, produttore e regista inglese, cofondatore della Vitagraph e tra i pionieri dell’industria cinematografica americana. Fu il suo ingresso in un mondo ancora giovane, nel quale i ruoli non erano rigidi e tutto sembrava possibile. Nicola diventò progressivamente un uomo di fiducia di Blackton. Cominciò come proiezionista, lavorò al montaggio, fece l’assistente alla regia e infine si avvicinò alla macchina da presa.

Dal 1918 era già primo operatore. Il ragazzo partito da Riace undici anni prima stava imparando a raccontare le storie non attraverso le parole, ma scegliendo un’inquadratura, un movimento della camera, la direzione della luce. All’inizio degli anni Venti seguì Blackton anche in Inghilterra per lavorare ad alcune produzioni in costume. Nel 1923 firmò la fotografia di The Virgin Queen, una pellicola realizzata in parte con il pionieristico sistema a colori Prizma.

Nel 1927 si trasferì definitivamente a Hollywood. Iniziò a lavorare per la Film Booking Offices of America, società legata a Joseph Kennedy, padre del futuro presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Due anni dopo entrò stabilmente nella RKO Pictures, uno degli studi destinati a segnare l’età d’oro del cinema americano.

Il talento cresciuto nei film a basso costo

Gli esordi hollywoodiani di Musuraca non avvennero nelle grandi produzioni. La RKO lo impiegò soprattutto nei western e nei cosiddetti B-movie, pellicole girate rapidamente, con budget ridotti e attori non sempre conosciuti. Tra il 1933 e il 1938 arrivò a realizzare almeno una dozzina di film all’anno. Secondo la ricostruzione dell’American Society of Cinematographers, la sua carriera comprende complessivamente 221 produzioni, soltanto una parte delle quali erano cortometraggi. Quelle ristrettezze economiche, invece di limitarlo, lo spinsero a trovare soluzioni originali. Non potendo contare su scenografie spettacolari o costosi effetti speciali, Musuraca imparò a creare l’atmosfera servendosi di ciò che aveva: il bianco, il nero e tutte le sfumature comprese tra i due. Le sue ombre nascevano anche dalla necessità, ma finirono per diventare uno stile.

Il buio diventa protagonista

Nel 1940 uscì Stranger on the Third Floor, conosciuto in Italia come Lo sconosciuto del terzo piano. La fotografia di Musuraca trasformò la paranoia del protagonista, interpretato da Peter Lorre, in immagini: corridoi deformati, figure minacciose, ombre che sembravano avere una vita propria. Il film viene oggi indicato tra le opere che anticiparono il noir americano. Ma il passaggio decisivo arrivò due anni dopo, quando la RKO affidò al produttore Val Lewton una nuova unità specializzata in film horror a basso costo.

Il budget per ciascuna pellicola non doveva superare i 150mila dollari. Lewton mise insieme una squadra formata, tra gli altri, dal compositore Roy Webb, dallo scenografo Albert D’Agostino e dai futuri registi Mark Robson e Robert Wise. Alla fotografia chiamò Musuraca. Nel 1942 nacque così Cat People, distribuito in Italia come Il bacio della pantera, diretto da Jacques Tourneur. Invece di mostrare apertamente il mostro, il film suggeriva la sua presenza. La paura non stava in ciò che appariva sullo schermo, ma in quello che poteva nascondersi nel buio. La celebre sequenza della piscina ne è l’esempio più conosciuto: i riflessi dell’acqua si muovono sul soffitto, una donna resta sola, i rumori si moltiplicano e l’oscurità sembra chiudersi attorno a lei. Musuraca trasformò la mancanza di luce in una presenza fisica.

L’uomo che insegnò a Hollywood a non illuminare tutto

In quegli anni il cinema tendeva a mostrare chiaramente il volto degli attori. Musuraca seguiva una filosofia diversa: nella vita reale una persona non ha sempre il viso completamente illuminato; non c’era quindi motivo perché dovesse esserlo continuamente sullo schermo. Utilizzava sorgenti luminose poste in basso o lateralmente, lasciava parte dei volti nell’ombra, costruiva silhouette e faceva attraversare il nero da fasci di luce molto intensi. I personaggi sembravano spesso prigionieri delle proprie ombre, proiettate sulle pareti e sui soffitti.

Era un modo di fotografare antinaturalistico, influenzato dall’espressionismo tedesco, capace di trasformare ogni ambiente in uno spazio psicologico. Una stanza non era più soltanto una stanza: poteva diventare una trappola. Un corridoio poteva contenere una minaccia. Una strada notturna poteva materializzare la paura. Lo studioso e direttore della fotografia John Bailey, già presidente dell’Academy che assegna gli Oscar, ha indicato proprio Musuraca come una possibile risposta a una domanda molto discussa tra gli storici: chi fotografò il primo vero film noir?

I capolavori e le notti di “Out of the Past”

Musuraca lavorò a cinque film prodotti da Val Lewton, da Cat People fino a Bedlam. Firmò inoltre la fotografia di opere diventate classici, tra cui The Seventh Victim, The Spiral Staircase, The Locket e Blood on the Moon. Nel 1947 fotografò Out of the Past, diretto ancora da Jacques Tourneur e interpretato da Robert Mitchum, Jane Greer e Kirk Douglas. Distribuito in Italia con il titolo Le catene della colpa, è considerato uno dei capolavori assoluti del noir.

Le notti di San Francisco, i volti tagliati dalla luce, il fumo, le stanze nelle quali nessuno sembra potersi fidare di nessuno portano in modo evidente la firma visiva di Musuraca. In quel film il buio non è soltanto un elemento estetico: è il passato dei personaggi che torna a reclamarli. Nel corso della carriera lavorò anche a sequenze aggiuntive de L’orgoglio degli Amberson di Orson Welles e collaborò con registi come Fritz Lang, Robert Siodmak, Robert Wise, George Stevens e Ida Lupino.

La candidatura all’Oscar

Nel 1948 arrivò il riconoscimento più importante: la candidatura all’Oscar per la migliore fotografia in bianco e nero per I Remember Mama, il dramma familiare diretto da George Stevens. Curiosamente, la sua unica nomination non arrivò per uno dei film più oscuri e inquietanti, ma per un’opera molto lontana dal noir. La fotografia era più morbida, intima e delicata. Era la dimostrazione che il direttore della fotografia calabrese non era soltanto il maestro delle ombre, ma un professionista capace di adattare il proprio linguaggio a storie profondamente diverse. L’Oscar non arrivò. Ma la candidatura collocò definitivamente quel ragazzo emigrato da Riace tra i grandi nomi della Hollywood del suo tempo.

Gli ultimi anni e il passaggio alla televisione

Dopo l’acquisizione della RKO da parte di Howard Hughes, Musuraca cominciò a essere insoddisfatto dei progetti che gli venivano affidati. Lasciò lo studio e continuò come professionista indipendente. Negli anni Sessanta entrò alla Desilu, la società televisiva fondata da Desi Arnaz e Lucille Ball. Lavorò per oltre un decennio alle produzioni destinate al piccolo schermo, partecipando anche a serie popolari come McHale’s Navy e F Troop. Morì il 3 settembre 1975 al St. Vincent’s Hospital di Los Angeles, in seguito a un ictus. Lasciò la moglie Josephine e il figlio Nicholas Junior, che ebbe una breve esperienza nel cinema come assistente operatore.

Il calabrese rimasto nell’ombra

Nicholas Musuraca aveva qualcosa in comune con il cinema che creava: preferiva rimanere nell’ombra. Era un uomo schivo, poco incline alle interviste e alla promozione personale. Anche per questo il suo nome è meno conosciuto rispetto a quello dei registi e degli attori con cui lavorò. La storia del cinema, però, gli ha restituito il posto che merita. Molti dei film realizzati rapidamente e con pochi mezzi sono diventati classici studiati nelle scuole di cinematografia. Le sue scelte visive hanno influenzato generazioni di registi, fotografi e autori.

Da una casa contadina di Riace agli studi di Hollywood, dal piroscafo che attraversava l’Atlantico ai set della RKO, Nicola Musuraca compì un viaggio irripetibile. Non aveva bisogno di apparire davanti alla macchina da presa. Gli bastava scegliere dove collocare una lampada e quale parte del volto lasciare al buio. È così che un ragazzo calabrese insegnò a Hollywood che, qualche volta, ciò che non si vede può essere molto più potente di ciò che viene mostrato.

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