Roma, 27 luglio 1943. Sono trascorse appena quarantotto ore dalla caduta di Benito Mussolini. L’Italia è ancora in guerra, gli Alleati sono sbarcati in Sicilia e nessuno sa ancora quale sarà il destino del Paese. In quelle ore convulse, mentre il regime costruito in vent’anni comincia a sgretolarsi, nel nuovo governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio entra un uomo nato in un piccolo centro della Calabria. Si chiama Domenico Romano, ha 65 anni ed è originario di Melicucco, nella Piana di Gioia Tauro.
Il 27 luglio 1943 viene chiamato alla guida del Ministero dei Lavori pubblici. La documentazione storica dell’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea fissa proprio in quella data l’inizio del suo incarico. Anche gli elenchi dei ministri del Regno d’Italia confermano il passaggio da Zenone Benini a Romano. Una storia calabrese che si intreccia così con uno dei passaggi più drammatici della storia italiana.
Da Melicucco ai vertici dello Stato
Romano era nato a Melicucco il 10 novembre 1877, quando il centro della Piana era ancora amministrativamente legato a Polistena. Il Senato della Repubblica ne conferma luogo e data di nascita e ricorda la sua lunga carriera nell’amministrazione statale. Non arrivò al ministero come politico di professione.
La sua era soprattutto la carriera di un alto funzionario dello Stato, costruita proprio all’interno dei Lavori pubblici. Laureato in Giurisprudenza a Napoli, era entrato nell’amministrazione ministeriale nei primi anni del Novecento, acquisendo nel tempo una profonda conoscenza della macchina burocratica. Un’esperienza che, quarant’anni più tardi, sarebbe risultata decisiva.
Il rapporto con il regime fascista
C’è un aspetto che non va cancellato dalla biografia di Romano. Secondo la ricostruzione dell’Icsaic, risultava iscritto al Partito nazionale fascista dal 1925. Negli ultimi mesi del regime era inoltre capo di gabinetto di Zenone Benini, ministro dei Lavori pubblici fino alla caduta di Mussolini.
Dunque sarebbe storicamente scorretto presentare il suo ingresso nel governo Badoglio come quello di un oppositore del fascismo chiamato a costruire la nuova Italia. Il primo governo Badoglio fu costituito prevalentemente attorno a militari, tecnici e alti funzionari dello Stato, mantenendo diversi elementi di continuità con gli apparati precedenti. Romano rappresentava perfettamente quel profilo: capo di gabinetto uscente ed esperto direttore generale, venne scelto per prendere direttamente in mano il ministero che conosceva da decenni.
Quel 27 luglio cambia tutto
Il momento, però, è eccezionale. Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del fascismo ha approvato l’ordine del giorno Grandi. Vittorio Emanuele III ha fatto arrestare Mussolini e affidato il governo a Badoglio. Due giorni dopo si riunisce il nuovo esecutivo. Ed è proprio il 27 luglio che Domenico Romano assume l’incarico di ministro.
L’Italia sta entrando nei suoi 45 giorni più drammatici, quelli che separano la caduta di Mussolini dall’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre. Romano si ritrova così al governo mentre il Paese continua ufficialmente a combattere al fianco della Germania e, contemporaneamente, cerca una via d’uscita dalla guerra.
Il ministro che non riuscì a raggiungere Badoglio
La sua esperienza effettiva alla guida dei Lavori pubblici fu molto più breve di quanto dicano formalmente le date. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il re, Badoglio e una parte del governo lasciarono Roma dirigendosi verso il Sud e stabilendo poi la propria sede a Brindisi. Romano non riuscì a raggiungerli.
L’Icsaic precisa infatti che, pur essendo formalmente rimasto ministro fino all’11 febbraio 1944, esercitò sostanzialmente l’incarico soltanto fino all’armistizio. Nel febbraio successivo un regio decreto revocò la nomina dei ministri rimasti nella stessa situazione. Gli subentrò Raffaele De Caro.
Terremoti e ricostruzione, il filo che lo legava alla Calabria
C’è un’altra parte della biografia di Romano particolarmente significativa per un uomo proveniente da una terra ripetutamente devastata dai terremoti. Durante la sua lunga carriera amministrativa si occupò in maniera specifica di calamità naturali, ricostruzione e norme antisismiche. Lavorò nella divisione competente per gli interventi nelle regioni colpite da terremoti e nubifragi e partecipò agli organismi dedicati alle opere pubbliche nei territori terremotati. Pubblicò anche studi sui servizi di pronto soccorso in caso di calamità e sulle norme di costruzione nelle regioni colpite dai terremoti. Una competenza che aveva un significato particolare per la Calabria uscita dalle devastazioni sismiche dei primi decenni del Novecento.
L’uomo che contribuì all’autonomia di Melicucco
Il legame con il paese natale non scomparve durante la carriera romana. L’Icsaic considera Romano uno degli artefici dell’autonomia amministrativa di Melicucco, che dal 1816 era frazione di Polistena. Il passaggio decisivo arrivò nel 1936, quando Vittorio Emanuele III firmò il decreto che elevava Melicucco a Comune autonomo. Alla cerimonia ufficiale partecipò anche l’allora ministro dei Lavori pubblici Giuseppe Cobolli Gigli. Per il piccolo centro della Piana, Romano era ormai uno dei concittadini arrivati più in alto nelle istituzioni dello Stato.
Dal Regno alla Repubblica
La storia politica di Domenico Romano non terminò con la guerra. Ed è forse questo il passaggio più sorprendente della sua biografia. Dopo essere stato funzionario durante il fascismo e ministro del primo governo Badoglio, con la nascita della Repubblica entrò nuovamente nelle istituzioni. Alle elezioni del 18 aprile 1948 venne eletto al Senato della Repubblica in Calabria, aderendo al gruppo della Democrazia cristiana. Sarebbe stato rieletto anche nella seconda e nella terza legislatura, rimanendo senatore fino al 1963. Nella sua ultima legislatura arrivò a presiedere la commissione senatoriale competente per Lavori pubblici, Trasporti, Poste e Marina mercantile. Morì due anni dopo, nel 1965.
Un calabrese dentro uno spartiacque della storia italiana
Il nome di Domenico Romano oggi dice poco al grande pubblico. Eppure il 27 luglio 1943 quell’uomo nato a Melicucco si trovò seduto al tavolo del governo italiano appena due giorni dopo la caduta di Mussolini, nel momento in cui un regime durato vent’anni stava crollando e il Paese si avvicinava all’8 settembre, all’occupazione tedesca e alla guerra di Liberazione. La sua non è la storia lineare di un uomo passato dal fascismo alla democrazia senza contraddizioni: Romano era stato iscritto al Pnf e aveva ricoperto incarichi di vertice nell’amministrazione durante il regime. È proprio questa complessità, però, a renderne la biografia uno specchio di quella stagione italiana. Dal piccolo Melicucco ai palazzi del governo, dal Regno d’Italia alla Repubblica. E tutto passa anche da quel 27 luglio 1943, quando un calabrese diventò ministro mentre intorno a lui l’Italia stava cambiando storia.











