Il nome del luogo sembra già una domanda rivolta alla storia. Piazza dell’Emigrante, nel cuore di Amaroni, è il punto dal quale Enzo Ciconte sceglie di cominciare il suo viaggio dentro l’Italia meno raccontata: quella dei poteri occulti, delle mafie utilizzate dalle classi dirigenti, delle stragi accompagnate dai depistaggi, delle democrazie assediate e, tuttavia, capaci di non precipitare nel baratro. Conversando con il vice direttore di Calabria7 Gabriella Passariello, lo storico e pioniere degli studi sulla ’ndrangheta ha presentato il suo ultimo libro, “Storia dell’altra Italia”, pubblicato da Laterza, in un incontro voluto dal sindaco Lugi Ruggiero e organizzato magistralmente dal consigliere con delega alla Cultura Maria Perroncello e dal consigliere con delega al Bilancio e all’Identità Teresa Lagrotteria. Più che una presentazione, una lunga lezione civile. Un filo teso attraverso i secoli, dai bravi di manzoniana memoria alle bombe del secondo dopoguerra, passando per fascismo, servizi segreti, P2, mafia e massoneria. Non una storia parallela a quella ufficiale, ma il suo lato rimosso. La parte che troppo spesso è rimasta fuori dai manuali scolastici e dalla memoria collettiva.
Piazza dell’Emigrante e la lezione della memoria
Ciconte parte proprio dalla scelta del luogo. E la trasforma immediatamente in una riflessione sull’Italia di oggi. “La scelta di intitolare una piazza così importante e suggestiva all’emigrante è un fatto di grandissima civiltà. È una cosa che va ricordata a chi pensa che i migranti che arrivano da noi siano tutti criminali e banditi”.
Il riferimento è alla lunga storia dell’emigrazione meridionale, alle valigie di cartone, alle miniere, alle umiliazioni sopportate da generazioni di italiani lontani da casa. “Parliamoci chiaro: noi abbiamo vissuto questa esperienza. Noi meridionali, noi calabresi, siamo andati in giro per il mondo e siamo stati spesso vittime di questa realtà. Abbiamo ricordato da pochi giorni Marcinelle, la tragedia della miniera belga dove i meridionali venivano chiamati ‘macaroni’, maccheroni, gentaglia”.
“Questa è l’Italia che non è mai stata raccontata”
Alla domanda di Gabriella Passariello su quale sia davvero “l’altra Italia” evocata nel titolo, Ciconte risponde senza esitazioni: “L’altra Italia è esattamente questa: è l’Italia che non è mai stata raccontata”. Un libro che, spiega l’autore, gli girava in testa da anni. Il risultato di una lunga frequentazione degli archivi di Stato, delle sentenze, dei documenti, degli studi sulle mafie e delle pagine lasciate ai margini dalla storiografia ufficiale. “Se prendete un manuale di storia dei licei o delle scuole superiori vi rendete conto che di alcuni temi non si parla. Fino a quindici o vent’anni fa, anche nei libri di storici importanti, di mafia e di stragi non si parlava. Come se fossero argomenti estranei alla storia del nostro Paese”.
La “grande storia” si è occupata a lungo di guerre, dinastie e capi di Stato, lasciando fuori ciò che ha inciso direttamente sulla vita e sulla coscienza delle persone: la violenza politica, il ricatto criminale, le mafie, le stragi e i rapporti tra criminalità e potere. Il punto centrale della ricerca di Ciconte è che questi fenomeni non rappresentino incidenti isolati. Sono elementi ricorrenti di una storia nazionale nella quale parti delle classi dirigenti hanno utilizzato la forza illegale per conquistare o conservare il comando.
Dai bravi di Don Rodrigo ai mafiosi al servizio del potere
Il viaggio comincia dai bravi di Don Rodrigo, mandati a intimidire Don Abbondio perché non celebri il matrimonio tra Renzo e Lucia. Non una semplice invenzione letteraria, osserva lo storico, ma la raffigurazione di una realtà precisa: uomini violenti messi al servizio dei signori. “I bravi erano delinquenti, gentaglia, che però serviva il potere. I baroni e i signorotti meridionali utilizzavano guardie armate che con il tempo avremmo imparato a chiamare mafiosi in Sicilia, ’ndranghetisti in Calabria e camorristi in Campania”.
Cambiano i nomi e le epoche, resta il meccanismo. “La violenza è stata lo strumento fondamentale, il mezzo attraverso il quale delle élite sono arrivate al potere e, nello stesso tempo, hanno mantenuto quel potere”. Ciconte tiene però a segnare un confine netto, indispensabile per evitare generalizzazioni: “Io non parlo di tutte le élite. Per fortuna ci sono state élite liberali e democratiche che si sono comportate diversamente. Sarebbe sbagliato mettere tutto sullo stesso piano”.
Nel libro ritorna la vicenda del magistrato calabrese Diego Tajani, originario di Cutro, che nell’Ottocento denunciò a Palermo l’utilizzo di mafiosi da parte della polizia per combattere altri criminali. Briganti trasformati in uomini dello Stato, assassini che improvvisamente indossavano una divisa. È anche dentro queste contraddizioni, sostiene Ciconte, che affonda le proprie radici la diffidenza del popolo verso le istituzioni.
Il fascismo e quella ferita mai chiusa del 25 aprile
L’uso politico della violenza trova nel fascismo una delle sue manifestazioni più nette. Su questo punto Ciconte non concede spazio ad alcuna rilettura assolutoria. “A me l’idea che ci sia un fascismo buono rispetto a un nazismo cattivo, io non me la bevo. Storicamente non è così. Il fascismo nasce con le milizie, i manganelli, le squadracce, gli assalti alle Camere del lavoro e alle sedi dei partiti”.
Il 25 aprile diventa allora la linea che separa due Italie: “E’ una cesura tra un prima e un dopo. Segna la fine della dittatura fascista e della presenza nazista e permette all’Italia di farsi la propria Costituzione”. Ma una parte del Paese, osserva lo storico, non avrebbe mai riconosciuto pienamente quella data come elemento fondante della Repubblica. Per spiegare la distanza tra i due mondi, Ciconte ricorda l’incontro in Senato tra l’antifascista Vittorio Foa, imprigionato dal regime, e un esponente del fascismo. “Foa gli disse: quando avete vinto voi, io sono finito in galera. Adesso che abbiamo vinto noi, tu sei senatore della Repubblica. Questa è la differenza”. Dentro il rifiuto del 25 aprile, secondo l’analisi dell’autore, sarebbe maturato il tentativo di sovvertire con la violenza l’ordine democratico nato dalla Resistenza.
Portella della Ginestra e i voti mafiosi alla politica
La prima data indicata da Ciconte è il 1° maggio 1947, giorno della strage di Portella della Ginestra. Contadini, donne e bambini erano riuniti per celebrare la festa dei lavoratori e la vittoria elettorale delle sinistre in Sicilia. Secondo la ricostruzione proposta nel libro, l’obiettivo non era soltanto uccidere, ma provocare una reazione armata del Partito comunista, spingerlo nella trappola della violenza e creare le condizioni per metterlo fuori legge.
Nel passaggio dedicato alle elezioni del 1948, Ciconte affronta anche il rapporto tra Democrazia Cristiana e mafia, precisando che non sarebbe storicamente corretto criminalizzare un intero partito. La sua contestazione riguarda ciò che avvenne dopo la vittoria democristiana: “Il problema storico e politico è capire perché la Democrazia Cristiana, dal 19 maggio 1948, continuò a cercare e ad avere i voti della mafia, quando ormai era chiaro che i comunisti non sarebbero tornati al governo. Eppure quei voti li mantenne, li coltivò, li coccolò”.
Bologna e la verità contrastata anche dopo le sentenze
Da Piazza Fontana alla rivolta di Reggio Calabria, dal golpe Borghese alle altre trame eversive, il racconto arriva alla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Ciconte richiama le sentenze e le condanne definitive degli esecutori, il ruolo attribuito alla P2, a Licio Gelli e agli apparati che parteciparono ai depistaggi. E contesta duramente la pista palestinese utilizzata per allontanare l’attenzione dall’estremismo neofascista. “Dire che non è stata una strage fascista significa coprire la responsabilità dei fascisti. C’è un mondo che ancora oggi quelle responsabilità non le vuole ammettere”.
La polemica riguarda anche chi continua a invocare una verità ancora da trovare: “Dove la cercano la verità? La verità c’è già, è scritta nero su bianco in migliaia di pagine e in migliaia di prove”. La parola chiave è depistaggio: non soltanto nascondere i responsabili, ma offrire al Paese una storia alternativa, abbastanza rumorosa da mettere in ombra quella giudiziariamente accertata.
Capaci e via D’Amelio, le domande ancora aperte
Il filo rosso raggiunge le stragi del 1992 e del 1993. Il contesto, ricorda Ciconte, è quello del crollo del Muro di Berlino, della fine dell’Unione Sovietica e della conseguente perdita della centralità strategica dell’Italia nella contrapposizione tra i blocchi.
A gennaio del 1992 la Cassazione aveva confermato l’impianto del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone. Il 23 maggio, a Capaci, la mafia fece saltare l’autostrada uccidendo il magistrato, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Ciconte non nega la responsabilità mafiosa, ma pone il problema delle possibili convergenze e delle modalità scelte per trasformare l’omicidio in un evento destinato a terrorizzare il mondo intero. “Secondo voi la strage di Capaci la fa solo la mafia? Ma chi vogliamo prendere in giro? Falcone poteva essere ucciso diversamente. Chi suggerì a Riina di farlo in quel modo, sollevando un’autostrada, perché tutto il mondo ne parlasse?”.
Segue la morte di Paolo Borsellino, appena 57 giorni dopo. “Che urgenza c’era di uccidere Borsellino subito dopo Falcone? Perché era così urgente?”. Nel racconto entrano l’approvazione del 41-bis, le anomalie investigative, il falso pentito Vincenzo Scarantino e quello che è stato definito uno dei più gravi depistaggi della storia repubblicana. Poi le bombe del 1993 a Firenze, Milano e Roma, indirizzate anche contro il patrimonio artistico italiano. Il punto di arrivo della tesi di Ciconte è racchiuso in una formula terribile: destabilizzare per stabilizzare. Creare paura e caos per preparare un nuovo ordine.
La Chiesa, la mafia e un’ambiguità durata troppo a lungo
Gabriella Passariello porta il dialogo sul rapporto tra mafia, politica e Chiesa. Ciconte risponde rifiutando ancora una volta le semplificazioni. “Non ho mai pensato che tutta la Democrazia Cristiana fosse un partito di corrotti, delinquenti e mafiosi. C’erano i corrotti, c’erano i delinquenti e c’erano i mafiosi, ma fare storia significa raccontarla per quella che è”.
Lo stesso criterio viene applicato alla Chiesa. Lo storico ricorda la scomunica dei comunisti nel 1949 e il lungo silenzio nei confronti dei mafiosi, capaci di esibire devozione, finanziare parrocchie e feste religiose e conquistare consenso sociale. “Mi sono sempre rifiutato di immaginare che il cattolicesimo potesse essere la religione dei mafiosi. Come può dichiararsi cristiano uno che, prima di ammazzare una persona, chiede perdono a Dio?”.
Il cambiamento arriva con l’anatema di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi e prosegue con Papa Francesco, che condanna i mafiosi e chiama il popolo di Dio a combattere la criminalità organizzata. “Prima c’era il silenzio della Chiesa. Oggi ci sono preti che combattono e vescovi che dicono apertamente di lottare contro la mafia. Non si può dire che la Chiesa di oggi sia uguale a quella dell’Ottocento o del primo Novecento”.
“Nella loggia sì”: l’incontro tra mafiosi e massoni
Uno dei momenti più forti del confronto arriva quando Passariello domanda perché nel libro si parli di mafiosi massoni e massoni mafiosi. Ciconte sorride, poi va al cuore della questione: “I mafiosi si affidano alla massoneria per una ragione molto semplice: perché nella massoneria ci sono generali, magistrati e grandi imprenditori. I mafiosi avevano bisogno di loro”.
Rapporti impossibili da mostrare pubblicamente potevano svilupparsi lontano da occhi indiscreti. “Vi immaginate un mafioso passeggiare per le strade con un magistrato? Non era possibile. Nella loggia sì”. Attraverso alcuni appartenenti alle logge, le mafie potevano raggiungere professionisti, apparati istituzionali, ambienti economici e circuiti internazionali. Dall’altra parte, settori della massoneria potevano utilizzare la forza intimidatrice delle organizzazioni criminali. “Per alcuni massoni affiliarsi con la mafia o con la ’ndrangheta era un modo per compiere operazioni squallide utilizzando i violenti. Era un connubio voluto”.
In Calabria quell’incontro avrebbe prodotto anche una trasformazione interna alla ’ndrangheta, con la nascita della Santa, il livello riservato attraverso il quale diventava possibile superare i vecchi divieti e costruire relazioni con uomini delle istituzioni e delle logge.
I dimenticati hanno un nome e un cognome
Dopo aver attraversato secoli di violenza, Ciconte riporta il discorso sulle persone. Non sui carnefici, diventati spesso protagonisti assoluti del racconto pubblico, ma su chi è stato ucciso. “I veri dimenticati sono spesso le vittime”. Lo storico ricorda la nascita di Libera e la battaglia di Saveria Antiochia, madre del poliziotto Roberto Antiochia, assassinato dalla mafia insieme al commissario Ninni Cassarà. “Saveria prese don Luigi Ciotti e gli disse: non voglio che mio figlio sia ricordato come uno della scorta. Voglio che mio figlio sia ricordato con il suo nome e cognome”. È forse questa la frase che ricompone l’intero viaggio. L’altra Italia non è soltanto quella dei poteri oscuri, delle logge, delle bombe e dei silenzi. È anche quella di chi ha resistito, denunciato, indagato e pagato con la vita.
Prima di lasciare la parola al pubblico, Passariello porta il libro dentro l’attualità e domanda quale altra Italia emergerebbe oggi osservando sanità, infrastrutture ed erogazione dei fondi pubblici. Ciconte sorride ancora: “Ci vorrebbe un altro libro. E non lo faccio io: fatelo qualcuno di voi”.












