24 Ottobre 2026
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Luciano Rispoli, il calabrese che inventò la televisione senza urla: la lezione dimenticata del signore di “Parola mia”

Nato a Reggio Calabria il 12 luglio 1932, entrò in Rai nell’anno delle prime trasmissioni televisive. Dalla radio aperta alle telefonate del pubblico al quiz sulla lingua italiana, costruì un modo di comunicare fondato sull’educazione, sull’ascolto e sulla forza delle parole

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Avrebbe compiuto 94 anni il 12 luglio 2026. Ma per ricordare Luciano Rispoli non basta riaprire l’album della televisione in bianco e nero o riproporre le immagini di un conduttore sorridente, con gli occhiali sottili e una voce che non aveva bisogno di alzarsi per farsi ascoltare. Rispoli rappresentò qualcosa di più profondo: un’idea di televisione nella quale la cultura non era considerata una punizione, la conversazione non coincideva con il litigio e il pubblico non veniva trattato come una massa da conquistare attraverso lo scandalo.

Nato a Reggio Calabria il 12 luglio 1932, arrivò in Rai nel 1954, proprio nell’anno in cui iniziarono le trasmissioni televisive regolari in Italia. Entrò dopo aver superato un concorso per radiocronisti e attraversò oltre mezzo secolo di storia della radio e della televisione, diventando autore, dirigente e conduttore di alcuni programmi rimasti nella memoria collettiva.

Il ragazzo di Reggio entrato in Rai nel 1954

Quando Rispoli varcò le porte della Rai, la televisione italiana era ancora un esperimento. Poche famiglie possedevano un apparecchio, le trasmissioni occupavano soltanto alcune ore della giornata e il servizio pubblico aveva una missione dichiarata: informare, educare e intrattenere. Rispoli crebbe professionalmente dentro quella stagione pionieristica. Non si limitò a presentare programmi. Partecipò alla costruzione dei linguaggi della radio moderna e alla progettazione di trasmissioni destinate a cambiare il rapporto tra il pubblico e il mezzo. Fu autore e dirigente dei programmi radiofonici, contribuì alla nascita di format innovativi e, dal 1977 al 1987, diresse il Dipartimento Scuola Educazione della Rai, struttura dalla quale sarebbe poi nata Rai Educational.

La radio che aprì il microfono agli italiani

Tra le intuizioni più importanti legate al suo nome c’è “Chiamate Roma 3131”, trasmissione nata nel 1969 e costruita attorno alle telefonate degli ascoltatori. Oggi intervenire in diretta, mandare un messaggio o commentare una trasmissione appare normale. Alla fine degli anni Sessanta non lo era affatto. La radio parlava al pubblico, ma raramente permetteva al pubblico di rispondere senza filtri.

Con quel programma il telefono entrò nello studio radiofonico e la voce delle persone comuni diventò parte della trasmissione. Fu uno dei passaggi che contribuirono a trasformare la radio da strumento verticale in luogo di confronto e partecipazione. RaiPlay Sound ha ricordato proprio il ruolo di Rispoli nella genesi della trasmissione e nella costruzione di questo rapporto diretto con gli ascoltatori.

Rispoli partecipò inoltre alla stagione di programmi come “Bandiera gialla”, “Gran Varietà” e “La Corrida”, lavorando dietro le quinte quando autori e dirigenti non erano ancora figure riconoscibili dal grande pubblico.

“L’Ospite delle 2” e il talk show prima del talk show

Nel 1975 ideò e condusse “L’Ospite delle 2”, programma domenicale nel quale personaggi della cultura e dello spettacolo venivano accolti in uno studio sobrio e coinvolti in una conversazione distesa. La trasmissione è spesso indicata dagli storici della televisione come uno dei primi, se non il primo, vero talk show italiano, precedente a “Bontà loro” di Maurizio Costanzo.

Non c’erano arene, fazioni contrapposte o ospiti scelti per provocare una reazione. La forza del programma era la capacità di creare intimità attraverso domande semplici e tempi televisivi che oggi apparirebbero quasi rivoluzionari per la loro lentezza. Rispoli non cercava di sovrastare chi aveva davanti. Ascoltava. Lasciava terminare una risposta. Utilizzava il silenzio senza viverlo come un vuoto da riempire.

“Parola mia”, quando la grammatica diventava spettacolo

Il suo programma più celebre resta “Parola mia”, trasmesso su Rai Uno tra il 1985 e il 1988 e riproposto successivamente su Rai Tre. Era un quiz dedicato alla lingua italiana, ai significati, alle etimologie, ai modi di dire e alla letteratura. I concorrenti si misuravano con sinonimi, contrari, testi giornalistici e brani letterari. Accanto a Rispoli c’erano Anna Carlucci e il linguista Gian Luigi Beccaria.

Il programma riuscì in un’impresa che oggi apparirebbe quasi impossibile: portare la grammatica nella fascia preserale senza trasformarla in una lezione scolastica. “Parola mia” univa divulgazione e gioco, dimostrando che la cultura poteva diventare popolare senza essere impoverita. Il successo non nasceva da premi milionari o colpi di scena costruiti. Nasceva dalla curiosità delle parole e dal piacere di scoprire perché una frase viene pronunciata in un modo e non in un altro.

Il “Tappeto Volante” e la televisione fuori dalla Rai

Negli anni Novanta Rispoli portò su Telemontecarlo “Tappeto Volante”, talk show quotidiano capace di mescolare spettacolo, musica, cinema, attualità e conversazione. Era una televisione realizzata con mezzi inferiori rispetto alla Rai e alle grandi reti commerciali, ma fondata sull’autorevolezza del conduttore e sulla riconoscibilità del formato. Accanto a lui si alternarono ospiti, artisti e protagonisti della cultura popolare. Il programma conobbe il periodo di maggiore notorietà tra il 1993 e il 2000 e accompagnò la maturità professionale del presentatore reggino.

Il matrimonio celebrato da Padre Pio

Nella vita privata di Rispoli c’è anche un aneddoto particolarmente significativo. Il 9 luglio 1962, pochi giorni prima del suo trentesimo compleanno, sposò Teresa Betto a San Giovanni Rotondo. A celebrare il matrimonio fu Padre Pio. La cerimonia si svolse nelle prime ore del mattino. Il legame è stato ricordato anche dal figlio Alessandro e ricostruito in occasione degli anniversari dedicati al conduttore. È un particolare personale che sembra appartenere a un’altra Italia: quella dei viaggi lunghi, delle famiglie legate alla devozione popolare e dei matrimoni celebrati lontano dai riflettori, prima che la notorietà trasformasse ogni momento privato in contenuto televisivo.

La televisione che non considerava la gentilezza una debolezza

Luciano Rispoli morì nel 2016, a 84 anni, nella sua casa di Casal Palocco. La Rai lo ricordò come il conduttore della “televisione garbata”, mentre i colleghi sottolinearono la civiltà e il rispetto che avevano caratterizzato i suoi programmi. Quella definizione rischia però di essere riduttiva. La sua non era soltanto una televisione educata. Era una televisione costruita con competenza, preparazione e fiducia nell’intelligenza dello spettatore.

Rispoli non rinunciava alla popolarità. Rifiutava l’idea che per ottenerla fosse necessario umiliare qualcuno, interrompere un ospite o trasformare una discussione in uno scontro. A 94 anni dalla sua nascita, la sua lezione appare persino più contemporanea di allora: si può intrattenere senza gridare, divulgare senza annoiare e parlare al grande pubblico senza abbassare la qualità delle parole.

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