17 Ottobre 2026
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Mauro De Mauro, dal fascismo alla scomparsa: il mistero che riporta in Calabria il caso del cronista de “L’Ora”

Il nuovo saggio di Mauro Canali ricostruisce il passato del giornalista rapito a Palermo nel 1970. Dalle piste sul caso Mattei all’ipotesi del ritrovamento a Conflenti, resta senza risposta la domanda sulla sua fine

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Il giornalista Mauro De Mauro scomparve a Palermo il 16 settembre 1970. Oggi se ne riparla. Perché se ne riparla a distanza di 56 anni? Perché lo storico Mauro Canali ha licenziato il saggio, “Ritratto di giovane fascista. Il caso Mauro De Mauro” (Donzelli, 2026), nel quale narra dei trascorsi fascisti dello stesso De Mauro che, quando fu ucciso, lavorava nel giornale comunista, “L’Ora” di Palermo, che era diretto da Vittorio Nisticò (che era di Soverato).

Si infiltrò in Bandiera Rossa

Figlio di un chimico e di un’insegnante di matematica, fratello del futuro linguista Tullio De Mauro, Mauro De Mauro fu sostenitore del Partito Nazionale Fascista e allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruolò volontario. Militò nella Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese; dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Restò legato al principe anche dopo la guerra e in suo onore chiamò la seconda figlia Junia.

Nel 1943-1944, nella Roma occupata dai tedeschi, fu vice questore di Pubblica Sicurezza sotto il questore Pietro Caruso, informatore del capitano delle SS Erich Priebke e del colonnello Herbert Kappler e collaborò con la Banda Koch, un reparto speciale del Ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana. Nel marzo del 1944, con il nome di “tenente Marini”, si infiltrò in Bandiera Rossa e passò le sue informazioni alla Gestapo, che arrestò cinque militanti del gruppo, tra cui Aladino Govoni, in seguito torturato e ucciso. Alla fine della guerra fu sul fronte di Trieste a contrastare il IX Corpus sloveno, di nuovo con Borghese, come corrispondente di guerra della Decima, con il grado di sottotenente.

Un suo fratello aviatore, Francesco (nato a Foggia il 22 marzo 1918), morì in guerra in un incidente aereo occorsogli presso Novara (altre fonti dicono Verona), il 3 marzo 1943.

Mauro De Mauro, in seguito a un incidente stradale mentre guidava una motocicletta, riportò lesioni con esiti permanenti in termini di menomazioni fisiche (aveva il naso ricucito ed era claudicante). Sull’origine di queste menomazioni fisiche circolarono però anche altre versioni: secondo alcune sarebbero state causate da un violento pestaggio subito da un gruppo di partigiani, mentre secondo altre a malmenarlo sarebbero stati addirittura alcuni commilitoni fascisti a causa di un presunto tradimento.

Nell’estate del 1945 fu arrestato a Milano dagli Alleati e rinchiuso prima a Ghedi poi nel campo di concentramento di Coltano, dal quale riuscì a fuggire nel settembre successivo; secondo alcune fonti poté evadere approfittando di un momento di confusione generato dalle visite dei parenti dei detenuti, mentre altre glissano sul dettaglio parlando però di “discutibile astuzia”.

Anche la moglie braccata dai partigiani

Anche la moglie Elda Barbieri, originaria del Pavese, che aveva conosciuto il giornalista durante la seconda guerra mondiale (lei era una crocerossina in servizio nell’ospedale dove De Mauro era stato ricoverato dopo un incidente stradale) era braccata dai partigiani per via della sua militanza filofascista: in un rapporto del CLN si leggeva il suo nome tra i più pericolosi avversari del movimento partigiano.

Dopo l’evasione da Coltano, assieme alla moglie e alle figlie Franca e Junia, nate proprio in quel periodo, raggiunse Napoli dove rimase per il biennio 1946-1947 sotto falsa identità.

Nei processi per collaborazionismo, in particolare per presunta partecipazione all’eccidio delle Fosse Ardeatine, fu prima condannato in contumacia nel 1946, poi assolto, nel 1948, per “insufficienza di prove”, dalla Corte d’Assise di Bologna; infine nel 1949 fu prosciolto dalla Cassazione, che confermò l’assoluzione, aggiungendo la motivazione di proscioglimento “per non aver commesso i fatti” addebitatigli, cioè con formula piena.

Trasferitosi a Palermo con la famiglia (suo fratello minore Tullio De Mauro, linguista, divenne in seguito Ministro della pubblica istruzione) dopo la seconda guerra mondiale, lavorò presso giornali come Il Tempo di Sicilia, Il Mattino di Sicilia e poi a L’Ora, rivelandosi un ottimo cronista.

Il caso Mattei

Nel 1962 aveva seguito la morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei e dal 21 luglio 1970 si occupò nuovamente del caso, in seguito all’incarico ricevuto dal regista Francesco Rosi di stendere una bozza di sceneggiatura sull’ultimo viaggio in Sicilia (26-27 ottobre 1962) del defunto fondatore dell’ente petrolifero di Stato in preparazione del film Il caso Mattei, che sarebbe uscito nel 1972.

De Mauro aveva ripreso a interessarsi della vicenda Mattei fin dal marzo 1970, quando il suo amico Graziano Verzotto, presidente dell’EMS (Ente Minerario Siciliano), lo aveva convinto a “sostenere il progetto del metanodotto” Algeria-Sicilia, da lui caldeggiato, e a “contrastare chi vi si opponeva”, vale a dire il nuovo uomo forte dell’Eni Eugenio Cefis e il suo protettore politico Amintore Fanfani. Ovviamente tale “collaborazione” sarebbe stata retribuita dall’EMS sotto forma di “un incarico per una ricerca sociologica” sugli effetti dell’industrializzazione sull’area di Termini Imerese. Saputa la cosa il fronte avversario aveva premuto per un trasferimento di De Mauro nella sede staccata di Messina e poi, dopo il suo forzato rientro a Palermo in seguito alla frattura di un braccio (aprile 1970), per un suo confinamento nella redazione dello sport, settore per il quale egli non presentava competenza alcuna.

L’incarico conferito da Rosi all’amico giornalista aveva indotto l’ex senatore Verzotto a ritenere che “tale film poteva essere uno strumento per sostenere e alimentare la campagna che l’ente da [lui] presieduto intendeva portare avanti contro la presidenza dell’Eni e contro coloro che si opponevano alla realizzazione del metanodotto”. Si era pertanto offerto di aiutare De Mauro “a ricostruire i due giorni di permanenza di Mattei in Sicilia per indirizzare utilmente — in chiave di contrasto all’allora presidente dell’Eni (Cefis) — il suo lavoro per Rosi”. Ovviamente l’arma con cui sperava di “liquidare politicamente Eugenio Cefis”, facendolo estromettere dall’Eni, era costituita dai torbidi retroscena della morte di Mattei, a lui ben noti in quanto organizzatore dell’ultimo, fatale viaggio di Mattei in terra siciliana. In precedenza De Mauro si era occupato soprattutto di mafia. Nel 1960 seguì per il suo giornale la vicenda dell’omicidio del commissario di P.S. Cataldo Tandoy, ucciso ad Agrigento in un agguato di chiara marca mafiosa, e il processo ai frati di Mazzarino imputati di omicidio ed estorsione. Il 23 e il 24 gennaio 1962 aveva pubblicato, sempre su L’Ora di Palermo, il verbale di polizia, risalente al 1937 e caduto nel dimenticatoio, in cui il medico siciliano Melchiorre Allegra, tenente colonnello medico del Regio Esercito durante la prima guerra mondiale, affiliato alla mafia nel 1916 e pentito mafioso dal 1933, elencava tutta la struttura del vertice mafioso, gli aderenti, le regole, l’affiliazione, l’organigramma della società malavitosa.

Nel 1963, insieme ai colleghi Felice Chilanti e Mario Farinella, Mauro De Mauro curò un’inchiesta a puntate pubblicata, sempre su L’Ora, dal titolo “Rapporto sulla mafia”, in cui inserì una sua intervista ad un anziano boss mafioso di Bolognetta, Serafino Di Peri, espulso dall’organizzazione in quanto testimone al processo di Viterbo contro la banda di Salvatore Giuliano. Nel 1964 fu l’unico giornalista ad intervistare la vedova Serafina Battaglia, che fu la prima donna che testimoniò in tribunale (fu poi giudicata dalla Corte d’Assise di Catanzaro nel 1967 nell’ambito del primo processo alla mafia. La Corte di Cassazione aveva trasferito il processo da Palermo a Catanzaro per legittima suspicione) contro la mafia.

Le dichiarazioni di Buscetta

Tommaso Buscetta, davanti ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quindici anni dopo la morte del giornalista, ebbe ad affermare che: “… De Mauro era un cadavere che camminava. Cosa nostra era stata costretta a “perdonare” il giornalista perché la sua morte avrebbe destato troppi sospetti, ma alla prima occasione utile avrebbe pagato anche per quello scoop. La sentenza di morte era solo stata temporaneamente sospesa.

Dal 5 al 23 novembre 1969 aveva pubblicato in cinque puntate, sempre sul giornale L’Ora, una biografia di Lucky Luciano. Nel 2010 le cinque puntate verranno raccolte da Beppe Benvenuto e Elena Beninati e daranno vita al libro edito da Mursia.

Il giornalista venne rapito la sera del 16 settembre 1970, mentre rientrava nella sua abitazione di Palermo. Il rapimento avvenne un paio di giorni prima della celebrazione delle nozze della figlia Franca. De Mauro fu visto l’ultima volta dalla figlia Franca mentre parcheggiava l’auto davanti alla sua abitazione di via delle Magnolie.

La figlia, nell’attesa che il padre raccogliesse delle vettovaglie dal sedile della macchina, entrò nell’androne per chiamare l’ascensore. Vedendo però che non la raggiungeva, uscì nuovamente dal portone e scorse suo padre circondato da due o tre persone risalire in macchina e ripartire senza voltarsi a salutarla. Riuscì a cogliere soltanto la parola «amunì» detta da qualcuno a suo padre poco prima di mettere in moto e ripartire senza lasciare traccia.

La sera successiva l’auto venne ritrovata a qualche chilometro di distanza, in via Pietro D’Asaro, con a bordo piccole vettovaglie che il giornalista aveva acquistato rincasando. L’auto fu ispezionata con cura, il cofano fu aperto dagli artificieri, ma non furono reperiti elementi utili alle indagini. Furono allestiti posti di blocco e disposte minuziose ricerche, ma dello scomparso non si seppe più nulla.

Le indagini condotte dai Carabinieri e dalla Polizia

Le indagini sulla sparizione del giornalista furono condotte sia dai carabinieri di Palermo, secondo i quali sarebbe stato sequestrato da Cosa nostra indispettita dai suoi articoli contro il traffico di stupefacenti, sia dalla polizia, che ritenne piuttosto che la sua aggressione fosse collegata alle sue ricerche sul caso Mattei. Principali investigatori per l’Arma furono il capitano Giuseppe Russo, responsabile dell’ufficio investigativo, e il col. Carlo Alberto dalla Chiesa; per la polizia il commissario Boris Giuliano. Tutte le indagini erano coordinate dalla Procura della Repubblica di Palermo diretta da Pietro Scaglione. A distanza di anni gli uni dagli altri, tutti e quattro sono caduti, in circostanze diverse, vittime della mafia.

Carlo Alberto dalla Chiesa e Boris Giuliano furono i principali investigatori, rispettivamente per i Carabinieri e per la Polizia, che si occuparono del caso De Mauro; entrambi furono in seguito assassinati dalla mafia, Giuliano nel 1979 e Dalla Chiesa nel 1982.

Le indagini della questura di Palermo portarono al fermo, in data 19 ottobre 1970, del commercialista Antonino Buttafuoco e alla raccolta di pesanti indizi a carico dell’avv. Vito Guarrasi, uomo di Cefis in Sicilia e già eminenza grigia della politica e dell’economia siciliana, nonché dell’ex sen. Graziano Verzotto. Buttafuoco, che aveva contattato la famiglia prima ancora che la notizia del sequestro del giornalista diventasse di pubblico dominio, sembrava interessato al recupero di documenti di De Mauro (probabilmente la bozza di sceneggiatura predisposta per il regista Francesco Rosi)

Destinatario di un mandato di cattura emesso da un pubblico ministero, che lo riteneva implicato nella vicenda «fino al collo», il commercialista venne scarcerato per mancanza di indizi il 5 gennaio 1971 in seguito all’uscita di un articolo ricattatorio su “Le Ore della settimana” e a una denuncia presentata dal direttore dello stesso periodico. Secondo i giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Palermo, estensori della sentenza 10 giugno 2011, fu il questore di Palermo Ferdinando Li Donni a imporre, ai primi di novembre del 1970, un annacquamento delle indagini su pressione dei vertici della polizia di Stato, di alcuni politici romani e di esponenti dei servizi segreti. Un caso carico di misteri che, nel finale, non ebbe mai una spiegazione ufficiale convincente.

La recensione di Lucci

Ha scritto nella sua recensione su “Il Sole 24 ore”, Raffaele Liucci: “Già avido lettore alla fine degli anni Trenta del Mein Kampf, dopo l’8 settembre 1943 [Mauro De Mauro] si arruolò volontario a Roma nelle SS italiane, con tanto di giuramento di fedeltà al Führer. Specializzato nella caccia agli antifascisti, stretto collaboratore di Hrbert Kappler (Gestapo), frequentava abitualmente la lugubre sede SS di via Tasso e la pensione Iaccarino quartier generale della banda Koch, dove interrogava gli arrestati …”.

Grazie, anche, all’amnistia di Palmiro Togliatti, Mauro De Mauro diventò, poi, come detto, un bravo giornalista. Tuttavia residua, ancor’oggi, la domanda perché e chi lo uccise secondo le modalità della “lupara bianca”? Fu un’implicazione nel caso Mattei (il fondatore dell’Eni che fu vittima dell’incidente aereo in quel di Bascapè, 27 ottobre 1962 ?) oppure fu c’entra la mafia di Cosa Nostra? Nel 2004 i giornali calabresi narrarono del ritrovamento di un corpo riesumato nel piccolo cimitero di Conflenti; si disse che era di Mauro De Mauro.

Qualche anno dopo questa ipotesi cadde, permanendo il mistero. Conclude Liucci nella sua recensione di pochi giorni fa: “Se la prima parte del libro – sul “giovane fascista” – è solidamente documentata, la seconda, sul movente dell’assassinio, si muove sul filo delle congetture. È il destino di quasi tutti i delitti eccellenti, nei quali manca la “pistola fumante”, gli indizi non sono mai univoci e per intuire come siamo andate le cose conta, soprattutto, la ricostruzione del contesto”.

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