È Gabriele Cavallini il vincitore della XXXIII edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto grazie al romanzo “Cuoio”, un’opera che ha convinto la giuria per la forza narrativa e la capacità di trasformare una vicenda familiare in una profonda riflessione sulla violenza, sull’eredità del male e sulle zone più oscure dell’essere umano.
L’annuncio è arrivato nell’ambito del prestigioso riconoscimento dedicato allo scrittore Giuseppe Berto, che ogni anno premia una delle opere più significative del panorama letterario italiano.
Un romanzo tra dolore, famiglia e destino
Al centro di “Cuoio” c’è Michelangelo Cavalcanti, appartenente a una famiglia che da generazioni lavora nelle concerie di Santa Croce sull’Arno. La sua esistenza appare segnata da un destino che sembra impossibile spezzare, in un contesto dominato dalla lavorazione delle pelli, dalla morte degli animali e da una quotidianità che consuma lentamente anche i rapporti umani.
Secondo la motivazione della giuria, il protagonista è contemporaneamente «vittima e carnefice», intrappolato nello stesso meccanismo che ha già segnato la vita del padre e del nonno.
A rendere ancora più drammatica la vicenda contribuisce la disgregazione della famiglia: la madre sparisce improvvisamente, mentre il fratello Emanuele si isola dal mondo, mantenendo rapporti quasi esclusivamente attraverso Internet.
La conceria diventa metafora della condizione umana
Il romanzo racconta anche la possibilità mancata di una vita diversa. Michelangelo avrebbe potuto allontanarsi dall’azienda di famiglia, scegliere un altro percorso, costruire un futuro differente. Decide invece di restare e viene progressivamente risucchiato da quella che la giuria definisce una «barbarica catena di morte».
Quando comprende che quell’universo non può più essere salvato, decide di vendere l’attività. Per completare l’operazione, però, serve il consenso della madre, ormai scomparsa. Da quel momento prende avvio una ricerca destinata a condurre il protagonista verso una verità che emergerà soltanto nelle pagine finali del romanzo.
Una scrittura che “scortica” il lettore
Uno degli aspetti maggiormente apprezzati dalla giuria riguarda proprio lo stile di Gabriele Cavallini.
Nelle motivazioni del premio si legge che la sua è una lingua capace di «scorticare il lettore come le macchine che trattano la pelle», rendendo la conceria non soltanto un luogo fisico, ma una vera e propria fabbrica del dolore, dove gli odori, la carne e la materia sembrano contaminare anche l’animo di chi vi lavora.
Non una denuncia sociale, ma un viaggio negli abissi dell’uomo
Pur essendo ambientato nel settore della lavorazione delle pelli, “Cuoio” non viene interpretato dalla giuria come un atto d’accusa contro l’industria del lusso o contro il consumo della pelle.
Il romanzo utilizza invece quel contesto come simbolo per raccontare una famiglia segnata da una familiarità quasi ereditaria con la morte e con il male.
Nelle motivazioni emergono richiami letterari importanti, da J.M. Coetzee fino a Franz Kafka, in particolare al racconto Nella colonia penale, dove il dolore viene inciso sul corpo. Allo stesso modo, in “Cuoio”, il male assume una dimensione concreta e fisica, destinata a restare impressa sulla pelle dei protagonisti.
Con questa opera intensa e potente, Gabriele Cavallini conquista così il Premio Giuseppe Berto 2026, imponendosi con un romanzo che intreccia famiglia, violenza, colpa ed eredità, offrendo uno dei racconti più intensi della narrativa italiana contemporanea.












