15 Settembre 2026
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Il paradosso dell’export calabrese: raddoppia dal 2021, cresce più dell’Italia, ma il Nord-Ovest esporta 240 volte tanto

Vibo Valentia e Cosenza spingono le vendite all’estero: 514 milioni nei primi sei mesi del 2026, il 5,4% in più. La strada tracciata è giusta ma dietro la percentuale positiva resta un sistema produttivo minuscolo

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La buona notizia è che la Calabria esporta di più. Quella meno buona è che esporta ancora pochissimo. Nei primi sei mesi del 2026 le imprese regionali hanno venduto all’estero merci per 514 milioni di euro, con una crescita del 5,4% rispetto allo stesso periodo del 2025. Meglio della media italiana, ferma al 4,5%, e anche del Nord-Ovest, cresciuto del 4,3%. Basterebbe fermarsi alle percentuali per parlare di recupero. Ma quando si passa dai tassi di crescita ai valori reali, l’immagine cambia. I 514 milioni calabresi rappresentano appena lo 0,15% dei 337,2 miliardi di export italiano. Il solo Nord-Ovest ha esportato merci per 123,6 miliardi, circa 240 volte la Calabria. Il Nord-Est si è fermato, si fa per dire, a 101,6 miliardi: quasi 198 volte il dato regionale. La Calabria corre, dunque. Ma parte talmente indietro che anche correre più velocemente non basta ancora per avvicinarsi davvero.

Cosa significa davvero quel 5,4%

Secondo i dati Istat, tra gennaio e giugno 2025 l’export calabrese valeva circa 488 milioni. Un anno dopo è salito a 514 milioni. L’incremento effettivo è quindi di poco superiore ai 26 milioni di euro. Nello stesso periodo il Nord-Ovest, pur crescendo percentualmente meno, ha aggiunto circa 5,1 miliardi di esportazioni. Il Nord-Est, con un modesto +1,9%, ne ha guadagnati quasi 1,9 miliardi. La percentuale misura la velocità, non la distanza. In termini assoluti la distanza continua persino ad aumentare. Per ogni euro di nuove esportazioni prodotto dalla Calabria, il Nord-Ovest ne ha generati quasi 194. Anche la decima posizione raggiunta dalla regione nella classifica nazionale riguarda il tasso di crescita, non il valore dell’export. Per dimensione complessiva delle vendite all’estero, la Calabria continua invece a occupare le ultimissime posizioni.

Vibo e Cosenza accelerano, Reggio e Crotone arretrano

La crescita non è distribuita uniformemente sul territorio. A trascinare il risultato sono soprattutto Vibo Valentia e Cosenza. Reggio Calabria e Crotone registrano invece una flessione, mentre Catanzaro si colloca in una posizione intermedia. Il caso vibonese merita particolare attenzione. Già nei primi nove mesi del 2025 la provincia aveva registrato un aumento del 151,2%, passando da 26,9 a 67,5 milioni di euro. Una crescita eccezionale, favorita però anche da una base di partenza molto contenuta. Quando i volumi sono piccoli, infatti, bastano alcune commesse rilevanti o l’espansione di poche imprese per determinare variazioni percentuali spettacolari. È uno dei motivi per cui sarà necessario osservare il dato per più trimestri. Il successo di una singola azienda è importante. La costruzione di un sistema territoriale capace di esportare stabilmente è un’altra cosa. Nel primo semestre del 2026 aumentano soprattutto le vendite di prodotti tessili e abbigliamento, carta e stampa, macchinari e apparecchi elettrici. Diminuiscono invece i prodotti dell’estrazione, la pelletteria e, soprattutto, l’agroalimentare, che fino allo scorso anno rappresentava il principale motore dell’export regionale.

La frenata del cibo, dopo il record del 2025

Il confronto tra il 2025 e l’inizio del 2026 rivela una trasformazione che non va sottovalutata. Nel 2025 la Calabria aveva superato per la prima volta il miliardo di euro di esportazioni, arrivando a circa 1,03 miliardi, contro i 931 milioni dell’anno precedente. Quasi 395 milioni provenivano da alimentari e bevande, 215 milioni dai prodotti chimici, 94 milioni dai macchinari e 73 milioni dall’agricoltura. Quattro comparti concentravano quindi circa tre quarti dell’intero export regionale.

Nel primo trimestre del 2026, però, i settori principali hanno frenato: food and beverage -16%, prodotti chimici -21%, agricoltura -30%. Le esportazioni complessive erano scese da 245 a 237 milioni. È stato il secondo trimestre a ribaltare il risultato, portando il semestre a 514 milioni. Significa che tra aprile e giugno sarebbero state esportate merci per circa 277 milioni, quasi 40 milioni in più rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Una ripartenza significativa, ma non sufficiente a cancellare la fragilità delle filiere tradizionali.

La crescita di tessile, carta, macchinari ed elettronica può indicare una prima diversificazione produttiva. Tuttavia, quando si parte da volumi limitati, anche aumenti percentuali molto elevati possono corrispondere a poche decine di milioni. Prima di parlare di svolta industriale bisognerà capire se questi risultati saranno replicati e se coinvolgeranno un numero crescente di imprese.

Dal 2021 l’export è quasi raddoppiato

Il recupero degli ultimi anni esiste ed è innegabile. Nel 2021 la Calabria esportava merci per circa 547 milioni di euro. Nel 2025 ha superato quota 1,03 miliardi. In quattro anni l’incremento nominale è stato di circa 483 milioni, pari a oltre l’88%. Una parte della crescita incorpora naturalmente l’aumento dei prezzi, perché le statistiche misurano il valore corrente delle merci e non soltanto le quantità. Ma il progresso resta consistente. Secondo la Banca d’Italia, l’incidenza dell’export sul Pil regionale è passata dall’1,6% del 2021 al 2,5% del 2025. Un guadagno di 0,9 punti percentuali, equivalente a una crescita relativa superiore al 56%. È il dato che misura meglio il recupero ma è anche quello che mostra quanto resti ancora da fare.

Il divario: Calabria al 2,5%, Italia al 29%

Nel Mezzogiorno le esportazioni valgono mediamente circa il 13% del Pil. In Italia il rapporto raggiunge il 29%. La Calabria si ferma al 2,5%. In altre parole, nonostante il quasi raddoppio degli ultimi quattro anni, la propensione all’export calabrese corrisponde ad appena il 19% della media meridionale e all’8,6% di quella italiana. Per raggiungere l’attuale media del Sud, mantenendo invariato il Pil regionale, l’export calabrese dovrebbe superare i 5 miliardi di euro l’anno. Per avvicinarsi alla media nazionale dovrebbe oltrepassare gli 11 miliardi. Oggi è poco sopra il miliardo. Il divario resta allo stato incolmabile ma indubbiamente la situazione è oggi migliore. I numeri parlano chiaro: la Calabria ha recuperato 0,9 punti di export sul Pil, ma resta distante 10,5 punti dal Mezzogiorno e 26,5 punti dall’Italia. Il passo in avanti è reale; la distanza rimane enorme.

Pil, quanto è stato recuperato davvero sul Nord

Anche sul piano generale dell’economia si osservano segnali positivi, ma nessun ribaltamento. Nel 2025, secondo la Banca d’Italia, il Pil calabrese è cresciuto dell’1,1%, più della media nazionale. Il miglioramento è stato sostenuto soprattutto da investimenti pubblici, costruzioni e Pnrr, mentre restano deboli innovazione, produttività e dimensione media delle imprese. I dati territoriali dell’Istat mostrano che nel 2024 il Pil pro capite della Calabria era pari a 21.700 euro, il valore più basso d’Italia. Nel Nord-Ovest raggiungeva i 46.100 euro. Per ogni euro di ricchezza prodotto mediamente per abitante nel Nord-Ovest, la Calabria ne generava quindi circa 47 centesimi. Nel 2023 il rapporto era di poco inferiore: circa 46,7 centesimi. Il recupero relativo in un anno è stato dunque di appena quattro decimi di punto percentuale. Nel frattempo la distanza monetaria è passata da circa 24mila a 24.400 euro per abitante, anche per effetto dell’inflazione.

Dal 2019 al 2024 il Pil reale del Mezzogiorno è aumentato complessivamente del 7,7%, contro il 7% del Nord-Ovest: appena sette decimi di punto di recupero in cinque anni. Un progresso, certamente, ma troppo contenuto per modificare una frattura costruita in decenni. La stessa Istat certifica che nel 2024 il Pil per abitante del Centro-Nord era ancora 1,75 volte quello del Mezzogiorno.

Il paradosso di Gioia Tauro

La debolezza dell’export regionale appare ancora più evidente se confrontata con il porto di Gioia Tauro, che nel 2025 ha movimentato circa 4,5 milioni di container equivalenti, il 14% in più rispetto all’anno precedente e quasi un terzo del traffico containerizzato italiano. Come può una regione ospitare uno dei principali porti del Mediterraneo e produrre appena lo 0,15% delle esportazioni nazionali? La spiegazione è nel modello dello scalo. Gioia Tauro è specializzato nel transhipment: i container vengono trasferiti da una nave all’altra, ma gran parte delle merci non viene prodotta, trasformata o commercializzata in Calabria.

L’Istat attribuisce infatti l’esportazione alla provincia nella quale la merce è stata prodotta o ha subito una lavorazione sostanziale, non al porto dal quale parte. Un prodotto lombardo imbarcato a Gioia Tauro resta export lombardo. Un container asiatico trasferito su un’altra nave non diventa export calabrese. Il porto genera traffici, occupazione e servizi, ma continua a essere scarsamente collegato al sistema industriale regionale. La vera sfida non è movimentare più container: è fare in modo che dentro una quota crescente di quei container ci siano merci prodotte in Calabria.

I nuovi dati e il pessimismo di Cersosimo

I numeri appena pubblicati dall’Istat consentono anche di rileggere le considerazioni di Domenico Cersosimo, economista dell’Università della Calabria, già assessore e vicepresidente della Giunta guidata da Agazio Loiero. Intervenendo proprio a un’iniziativa promossa dall’ex governatore, Cersosimo ha riconosciuto “leggeri miglioramenti”, sostenendo però di non vedere “segni tangibili di cambiamento di direzione”. Una conclusione che i dati più recenti consentono almeno di discutere. Dal 2021 al 2025 l’export calabrese è quasi raddoppiato, passando da 547 milioni a oltre un miliardo; nel 2025 è cresciuto del 10,8% e nel primo semestre 2026 di un ulteriore 5,4%. Non è ancora una trasformazione strutturale, ma neppure uno scostamento impercettibile. Cersosimo ha invece ragione quando ricorda che il peso della Calabria sulle esportazioni italiane è appena dello 0,2%: il calcolo aggiornato lo colloca allo 0,15%. I nuovi numeri, quindi, non cancellano la sua diagnosi sul divario, ma rendono troppo categorica la rappresentazione di una regione incapace di cambiare direzione.

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