15 Settembre 2026
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Vibo, il “miracolo” della provincia più piccola: capitale del turismo calabrese e prima in Italia per crescita dell’export

Nel 2025 il Vibonese ha concentrato quasi un terzo delle presenze regionali e circa il 60% dei pernottamenti stranieri. Intanto le vendite all’estero sono balzate da 40,7 a 115,6 milioni di euro: +184%, il risultato migliore tra tutte le province italiane

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Per anni è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso le sue fragilità: la disoccupazione, lo spopolamento, le infrastrutture incompiute, una rete ferroviaria che lascia fuori alcuni dei luoghi più visitati della Calabria. Oggi, però, i numeri obbligano a guardare la provincia di Vibo Valentia da un’altra prospettiva. Nel 2025 il territorio vibonese è diventato contemporaneamente la capitale turistica della Calabria e la provincia italiana con la maggiore crescita percentuale delle esportazioni. Due record apparentemente lontani, ma che raccontano la stessa trasformazione: una piccola economia periferica sta cominciando a vendere fuori dai propri confini non soltanto camere, spiagge e paesaggi, ma anche prodotti, identità e marchi territoriali.

Non è ancora un miracolo economico. Il valore assoluto dell’export rimane contenuto e il turismo continua a essere concentrato in pochi comuni e nei mesi estivi. Ma il caso Vibo merita di essere studiato perché mostra cosa può accadere quando la notorietà internazionale di una destinazione incontra un sistema produttivo capace, almeno in parte, di trasformarla in domanda commerciale.

Quasi tre milioni di notti: un terzo del turismo calabrese passa da Vibo

I dati provvisori elaborati dall’Osservatorio del Turismo della Regione Calabria attribuiscono alla provincia di Vibo Valentia, nel 2025, 557.765 arrivi e 2.880.487 pernottamenti nelle strutture ricettive. Rispetto al 2024, gli arrivi sono aumentati del 25,6%, mentre le presenze sono cresciute del 16,9%. In termini assoluti significa oltre 113mila turisti e circa 417mila pernottamenti in più in dodici mesi. I dati non sono ancora quelli definitivi dell’Istat e potrebbero subire aggiustamenti, ma la dimensione del fenomeno appare ormai evidente.

Il Vibonese da solo ha assorbito il 31,6% di tutte le presenze registrate in Calabria. Quasi una notte su tre trascorsa nella regione è stata quindi consumata tra la Costa degli Dei, Pizzo, Tropea, Zambrone, Parghelia, Briatico, Ricadi, Capo Vaticano e gli altri centri della provincia. Cosenza mantiene il primato regionale in termini assoluti, con oltre 3,3 milioni di pernottamenti, ma lo fa su un territorio molto più vasto e popoloso. Vibo si ferma poco sotto quella soglia pur essendo la provincia più piccola della Calabria per superficie e popolazione. È questo il primo elemento del caso: una porzione ridotta del territorio regionale concentra una quota enorme dell’economia turistica.

Il vero primato è quello degli stranieri

Il dato più significativo non riguarda però soltanto la quantità dei visitatori, ma la loro provenienza. Nel 2025 gli stranieri hanno prodotto nella provincia di Vibo Valentia 1.284.074 pernottamenti, il 38,9% in più rispetto all’anno precedente. Gli arrivi internazionali sono passati da 159.744 a 237.149, con un incremento del 48,5%. Ciò significa che il Vibonese ha concentrato circa il 59,5% di tutte le presenze straniere della Calabria e quasi la metà degli arrivi internazionali regionali. Sei pernottamenti stranieri su dieci registrati nella regione si concentrano dunque in una sola provincia. È una forma di specializzazione turistica che non ha equivalenti nel resto della Calabria e che poggia soprattutto sulla riconoscibilità internazionale di Tropea e Capo Vaticano.

La forza della destinazione non dipende più soltanto dal turismo italiano di prossimità. Il mercato tedesco, quello dell’Europa centrale e, in misura crescente, i flussi provenienti da altre aree internazionali hanno trasformato la Costa degli Dei in un prodotto turistico ormai autonomo rispetto al marchio Calabria. Molti visitatori stranieri conoscono Tropea prima ancora di conoscere la regione nella quale si trova. È un vantaggio competitivo enorme, ma anche un limite: la notorietà di una singola località non si traduce automaticamente nella conoscenza dell’intero territorio.

L’unica provincia calabrese oltre i livelli del 2019

Il confronto con il periodo precedente alla pandemia rafforza il dato. Nel 2019 la provincia di Vibo Valentia aveva registrato circa 2,56 milioni di pernottamenti. Nel 2025 è arrivata a 2,88 milioni, con un aumento del 12,5%. È l’unica provincia calabrese ad avere superato i livelli pre-Covid delle presenze turistiche. Catanzaro è ancora sotto del 13,5%, Cosenza dell’8,2%, Crotone del 19,5% e Reggio Calabria del 2,8%. Vibo non si è dunque limitata a recuperare ciò che aveva perso durante l’emergenza sanitaria: ha ampliato il proprio mercato. Anche rispetto al 2019 gli arrivi stranieri sono aumentati del 48,3%, mentre quelli italiani sono cresciuti del 34,8%. Il risultato indica che la ripresa non è stata sostenuta soltanto da un rimbalzo temporaneo, ma da una maggiore capacità attrattiva della destinazione.

Il turista non sceglie il capoluogo, ma la provincia

Un altro numero aiuta a comprendere la natura del modello vibonese. Secondo l’analisi del Touring Club Italiano sui dati Istat del 2024, il 98% delle presenze turistiche provinciali si concentra fuori dal comune capoluogo. Vibo Valentia è quinta in Italia nella graduatoria dei territori in cui il resto della provincia pesa maggiormente rispetto alla città principale. La capitale turistica, dunque, non è il capoluogo. È una rete di piccoli comuni costieri che va da Pizzo a Nicotera e che trova il proprio baricentro tra Tropea, Parghelia, Zambrone e Ricadi.

Questa struttura diffusa ha consentito a centri con poche migliaia di residenti di costruire un’offerta internazionale fatta di resort, villaggi turistici, alberghi, bed and breakfast, ristoranti, stabilimenti balneari ed escursioni in barca. Ma ha anche prodotto una frattura evidente. Il capoluogo resta ai margini dei grandi flussi, mentre le aree interne, da Mileto a Serra San Bruno e alle Serre vibonesi, intercettano ancora solo una quota limitata della ricchezza generata lungo la costa. La sfida è trasformare una Costa degli Dei di successo in una destinazione provinciale completa, capace di proporre mare, archeologia, borghi, spiritualità, artigianato ed enogastronomia.

I turisti restano più a lungo che nel resto d’Italia

Il Vibonese non è soltanto una destinazione molto frequentata. È anche una delle province nelle quali i visitatori rimangono più a lungo. Nel 2024 la permanenza media era pari a 5,5 notti, seconda in Italia dopo Teramo e nettamente superiore alla media nazionale di 3,3. Il Touring Club sottolinea come i soggiorni lunghi siano tipici delle province balneari e rappresentino un fattore decisivo per generare maggiore valore economico e contrastare il turismo “mordi e fuggi”.

Sulla base dei dati provvisori del 2025, la permanenza media vibonese si attesta intorno alle 5,2 notti. La lieve riduzione è dovuta al fatto che gli arrivi sono cresciuti più rapidamente dei pernottamenti, ma il valore resta elevato. Più giorni significano più pasti consumati, più escursioni, più servizi acquistati e una maggiore probabilità che il visitatore entri in contatto con i prodotti locali. È precisamente in questo punto che turismo ed export iniziano a incontrarsi.

Una capacità ricettiva da grande destinazione

Nel 2024 Vibo Valentia risultava inoltre nona in Italia per densità ricettiva in rapporto alla popolazione, con 288,6 posti letto ogni mille residenti, oltre tre volte la media nazionale di 93,2. Davanti si trovavano soltanto destinazioni turistiche consolidate come Rimini, Grosseto, Venezia, Bolzano, Aosta, Livorno, Belluno e Trento. Il dato mostra che la provincia possiede una vera infrastruttura dell’ospitalità. Non si tratta più di un fenomeno estemporaneo fondato su poche strutture, ma di un comparto che condiziona l’economia, il mercato del lavoro e persino l’organizzazione urbana dei comuni costieri.

La concentrazione dei posti letto, però, comporta anche costi: maggiore produzione di rifiuti, pressione sulle reti idriche, congestione stradale, aumento dei prezzi delle abitazioni e difficoltà di accesso ai servizi durante i mesi di punta. Il turismo genera ricchezza, ma obbliga le amministrazioni a sostenere spese pensate per una popolazione estiva molte volte superiore a quella residente.

L’altro record: l’export è quasi triplicato in un anno

Mentre la costa riempiva alberghi e villaggi, le imprese vibonesi registravano una crescita ancora più clamorosa sui mercati internazionali. Nel 2025 le esportazioni della provincia sono passate da 40,7 a 115,6 milioni di euro, con un aumento del 184%. Nessun’altra provincia italiana ha fatto meglio in termini percentuali. Alle spalle di Vibo Valentia si sono collocate Palermo, con il 122,4%, Enna con il 67,2% e Sud Sardegna con il 50,8%. Il risultato vibonese assume ancora più peso perché arriva in un anno nel quale l’export complessivo del Mezzogiorno è diminuito del 2,6%.

Il valore delle importazioni è cresciuto molto meno, passando da 120,7 a 131,3 milioni, pari all’8,8%. Il disavanzo commerciale provinciale si è così ridotto da circa 80 milioni a meno di 16 milioni di euro. I dati sul commercio provinciale indicano per Vibo un export 2025 pari esattamente a 115.643.609 euro. Non si tratta soltanto di vendere di più. In un anno è cambiato il rapporto tra ciò che la provincia acquista fuori e ciò che riesce a collocare sui mercati internazionali.

Il boom negli Stati Uniti e la forza dell’agroalimentare

Il segnale più evidente era emerso già nei primi nove mesi del 2025. In quel periodo l’export vibonese era cresciuto del 151,2%, passando da 26,9 a 67,5 milioni di euro. Le vendite dirette verso gli Stati Uniti erano aumentate del 434,5%, da circa 3 a 15,9 milioni. Le analisi disponibili collegano una parte rilevante di questa accelerazione alla domanda di prodotti agroalimentari calabresi. Nel Vibonese operano imprese che hanno costruito marchi nazionali e internazionali nei settori delle conserve ittiche, dei liquori, dei salumi, dell’olio e delle produzioni alimentari.

La provincia possiede inoltre una concentrazione particolarmente elevata di attività legate alle cosiddette “4 A” del Made in Italy: alimentare, abbigliamento, arredo e automazione. Secondo Confartigianato, nel territorio operano 799 imprese appartenenti a questi comparti, delle quali 528 artigiane, con 2.430 addetti. La loro incidenza sull’economia provinciale raggiunge il 4,5%, tra i valori più alti del Paese.

Il turismo agisce come una gigantesca vetrina commerciale. Un visitatore che conosce un prodotto durante la vacanza può cercarlo nuovamente una volta rientrato nel proprio Paese. La bottiglia, la conserva, il salume o il prodotto tipico diventano il prolungamento materiale dell’esperienza vissuta in Calabria. È ragionevole ritenere che una parte del successo dell’export derivi proprio da questa relazione: la destinazione promuove i prodotti e i prodotti rafforzano il marchio della destinazione.

Perché Vibo è un caso da studiare

La provincia ha costruito, forse senza una regia unica, un modello economico riconoscibile. Tropea e Capo Vaticano attirano il visitatore. I resort e le strutture ricettive ne prolungano la permanenza. La ristorazione gli fa conoscere i prodotti. Le imprese trasformano quella notorietà in vendite fuori dalla Calabria. Il turismo, in questa prospettiva, non è più soltanto un settore del terziario. Diventa una piattaforma di marketing territoriale capace di sostenere l’agroalimentare, l’artigianato, la nautica, i trasporti e il commercio.

Anche l’economia del mare ha un peso rilevante: il XIV Rapporto nazionale di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne attribuisce alle attività marine il 10,1% dell’economia provinciale vibonese, con una marcata caratterizzazione turistica. Il vantaggio è la possibilità di integrare settori diversi. Il limite è la dipendenza eccessiva dal mare e dalla stagione estiva.

Il +184% non deve ingannare: si partiva da una base molto bassa

I record percentuali devono essere letti con cautela. Con 115,6 milioni di euro, Vibo Valentia resta al 104esimo posto tra le province italiane per valore assoluto delle esportazioni. Il balzo del 184% è eccezionale, ma nasce da una base di appena 40,7 milioni. La provincia rappresenta circa l’11% dell’export calabrese, mentre territori industriali del Centro-Nord esportano diversi miliardi ogni anno.

Una singola commessa importante o la crescita di poche aziende possono quindi determinare variazioni percentuali enormi. Sarà necessario verificare se l’espansione riuscirà a consolidarsi negli anni successivi, se aumenterà il numero delle imprese esportatrici e se i mercati di destinazione diventeranno più diversificati. Il rischio è trasformare un exploit in una narrazione permanente prima di avere dimostrato che si tratta davvero di un cambiamento strutturale.

La ricchezza resta concentrata sulla costa e in poche imprese

Anche sul fronte turistico esiste un problema di concentrazione. La parte più consistente dei flussi si muove lungo pochi chilometri di costa e durante un numero ristretto di settimane. Tropea, Ricadi, Parghelia e Zambrone producono una quota enorme del valore turistico provinciale, mentre numerosi comuni interni continuano a perdere popolazione e attività economiche. Lo stesso problema può ripetersi nell’export. Se la crescita dipende da un gruppo limitato di aziende, il territorio beneficia soltanto in parte dell’espansione delle vendite. Il vero salto di qualità arriverà quando il successo delle imprese più strutturate riuscirà a coinvolgere fornitori, agricoltori, piccoli produttori, imprese logistiche, professionisti e attività artigianali.

La sfida è trasformare i due record in un sistema permanente

Perché il caso Vibo non rimanga una parentesi servono collegamenti, programmazione e capacità di trattenere sul territorio una quota maggiore della ricchezza prodotta. La prima sfida è la destagionalizzazione. Cultura, archeologia, trekking, turismo religioso, gastronomia ed eventi possono estendere la stagione oltre luglio e agosto.

La seconda è il collegamento tra costa ed entroterra. Serra San Bruno, Mileto, Soriano, Mongiana e le Serre possono diventare parte dello stesso viaggio, non escursioni marginali rispetto alla vacanza balneare.

La terza è l’internazionalizzazione delle piccole imprese. Il boom dell’export deve trasformarsi in commercio elettronico, reti distributive, packaging internazionale, certificazioni e presenza stabile sui mercati.

Infine servono infrastrutture. Una destinazione che produce quasi tre milioni di pernottamenti non può convivere indefinitamente con collegamenti ferroviari insufficienti, strade congestionate, servizi idrici fragili e una mobilità pubblica incapace di unire aeroporto, stazioni, porto e località turistiche.

La provincia che vende il proprio nome al mondo

Vibo Valentia non è ancora una provincia ricca. Continua a confrontarsi con bassi livelli occupazionali, spopolamento e servizi pubblici fragili. Ma i dati del 2025 mostrano che non è nemmeno un territorio privo di possibilità. Possiede una delle coste più riconoscibili del Mediterraneo, una capacità ricettiva da grande destinazione e imprese che hanno cominciato a conquistare mercati lontani. Il turismo e l’export raccontano la stessa storia: il nome del territorio è diventato un valore economico. La vera sfida non è più dimostrare che Vibo può attirare visitatori o vendere prodotti all’estero. I numeri lo hanno già dimostrato. La sfida è trasformare due risultati straordinari in uno sviluppo diffuso, stabile e capace di raggiungere anche i luoghi rimasti finora fuori dal successo. È in questo passaggio che il “caso Vibo” può diventare davvero un modello per tutta la Calabria.

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