“Nessuno è venuto a dirci niente”. È questa la frase che torna, con variazioni minime, ogni volta che si parla con chi vive affacciato sul Golfo di Squillace. Non dagli ambientalisti in corteo, non dagli amministratori in conferenza stampa: dai pescatori, dagli albergatori, dai sindaci, da chi ha scoperto l’esistenza del progetto Enotria leggendo carte, comunicati o articoli di giornale. Il progetto prevede un grande parco eolico offshore galleggiante al largo della costa jonica calabrese. Nella versione originaria si parlava di 37 aerogeneratori, per una potenza complessiva di 555 megawatt. Nelle ultime settimane, però, il progetto è stato rimodulato: le pale sarebbero scese da 37 a 31, con torri più basse rispetto alla prima ipotesi. I termini per le osservazioni sono stati riaperti. Questo pezzo prova a mettere ordine. Senza pregiudizi. Senza tifo. Solo con i fatti disponibili e con le domande che, prima di ogni autorizzazione definitiva, dovrebbero trovare una risposta pubblica.
Una storia che viene da lontano
Enotria non è un progetto nato ieri. Il fascicolo ministeriale prende forma nel 2023, nella fase preliminare legata alla valutazione ambientale, su iniziativa di Acciona Energía Global Italia, gruppo spagnolo attivo nel settore delle rinnovabili. In seguito, diritti e obblighi vengono trasferiti alla società veicolo Parco Eolico Flottante Enotria.
Nel 2024 il progetto entra nella procedura di Valutazione di impatto ambientale presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, con fascicolo identificato dall’ID 12576. La consultazione pubblica viene poi avviata nell’estate dello stesso anno. Dunque non siamo davanti a un’idea estemporanea, ma a un iter che va avanti da tempo, tra scoping, passaggi societari, osservazioni, integrazioni e modifiche progettuali. Eppure molti calabresi ne hanno sentito parlare seriamente solo negli ultimi mesi, quando il progetto è tornato in cima all’agenda politica regionale con toni da campagna elettorale: da una parte chi lo presenta come una grande occasione energetica e occupazionale, dall’altra chi lo descrive come l’ennesima occupazione del territorio calabrese da parte di interessi esterni.
I numeri veri e quelli gonfiati
Il promotore presenta cifre importanti. Il progetto originario indica una potenza di 555 megawatt, una produzione stimata di circa 1,5 terawattora l’anno, una distanza minima dalla costa di circa 22 chilometri e tecnologia floating, cioè galleggiante. È la soluzione utilizzata dove i fondali marini sono troppo profondi per installare turbine fissate direttamente al fondo.
Sul piano energetico, il progetto ha una sua razionalità. Secondo i dati Terna 2024, la Calabria ha avuto una domanda elettrica di circa 17,8 terawattora. Se Enotria producesse davvero 1,5 TWh all’anno, potrebbe coprire una quota significativa della domanda elettrica regionale. Inoltre, con 555 megawatt di potenza installata, peserebbe in modo rilevante rispetto al target nazionale previsto dal PNIEC per l’eolico offshore al 2030. Non stiamo parlando, quindi, di un impianto marginale. È una grande opera energetica. Proprio per questo va valutata con maggiore rigore, non con slogan.
C’è poi il tema occupazionale. Il promotore parla di fino a 1.000 posti di lavoro nella fase di costruzione e circa 300 nella fase operativa. Sono numeri importanti, ma devono essere letti per ciò che sono: stime progettuali, non posti di lavoro già contrattualizzati sul territorio calabrese. Diverso è il caso dei 73mila posti di lavoro citati nel dibattito pubblico da alcuni sostenitori delle rinnovabili. Quel dato non riguarda Enotria e non riguarda la sola Calabria. Deriva da stime macroeconomiche riferite allo sviluppo complessivo delle rinnovabili nel Mezzogiorno in relazione ai target del PNIEC. Usarlo come prova che il parco eolico del Golfo di Squillace produrrà automaticamente migliaia di posti di lavoro locali è improprio. Una cosa è dire che la transizione energetica può generare occupazione nel Sud. Altra cosa è dimostrare quanta occupazione stabile, qualificata e radicata sul territorio produrrà questo specifico impianto.
Le carte che non tornano
Il cuore dell’inchiesta sta però nelle osservazioni e nei rilievi istruttori. Nell’ottobre 2024 il Ministero della Cultura, attraverso la Soprintendenza speciale PNRR, ha chiesto integrazioni alla documentazione progettuale. Non si tratta di una polemica politica, ma di rilievi formali inseriti nel procedimento. Tra le criticità segnalate figurano carenze documentali, problemi di conformità di alcuni elaborati, integrazioni richieste sulla parte marina e sulla componente archeologica, oltre a osservazioni relative alle opere a terra. In particolare, sono stati segnalati aspetti legati alla documentazione delle indagini marine, ai dati georeferenziati, alla verifica preventiva dell’interesse archeologico e ad alcuni elaborati paesaggistici.
Sono rilievi superabili? Forse sì. Ma non sono dettagli irrilevanti. Quando un progetto ambisce a installare decine di aerogeneratori in mare e infrastrutture elettriche a terra, ogni lacuna istruttoria deve essere colmata in modo pubblico, completo e verificabile. La domanda non è se il Ministero possa chiedere integrazioni: può farlo ed è normale che accada nelle grandi opere. La domanda è un’altra: dopo la rimodulazione del progetto, esiste oggi un quadro aggiornato, chiaro e accessibile, che consenta a enti locali, cittadini, pescatori, operatori turistici e associazioni di capire esattamente cosa sia cambiato?
La società veicolo e il nodo delle garanzie
Un altro elemento ha alimentato il dibattito: la dotazione patrimoniale della società veicolo Parco Eolico Flottante Enotria. Nel tempo sono circolate cifre diverse: alcune osservazioni critiche hanno parlato di circa 21.600 euro di capitale sociale; altri oppositori hanno indicato 20.000 euro; alcune schede di business information riportano valori inferiori. Senza una visura camerale aggiornata e ufficiale, nessuno di questi numeri può essere trattato come dato definitivo. Ma la questione non può essere liquidata come cavillo. Su un progetto di questa scala, che comporta investimenti enormi, manutenzione pluridecennale, gestione in mare aperto e futuro smantellamento degli impianti, il tema delle garanzie finanziarie è centrale.
La domanda è semplice: chi garantisce, concretamente, che tra trent’anni quelle strutture saranno manutenute, controllate e poi rimosse se necessario? Quali fideiussioni sono previste? Quali obblighi sono in capo alla società veicolo? Quali garanzie arrivano dal gruppo industriale di riferimento? E cosa accade se il progetto cambia proprietà nel corso degli anni? Sono le domande minime che una comunità deve poter fare quando il proprio mare diventa sede di una grande infrastruttura energetica.
La Calabria produce già più di quanto consuma
Qui sta il nodo politico ed economico più delicato. La Calabria, secondo i dati Terna 2024, è già una regione che produce più energia elettrica di quanta ne consumi. La produzione regionale supera la domanda interna e una parte dell’energia viene ceduta ad altre aree del Paese. Questo dato non significa che non si debbano realizzare nuovi impianti rinnovabili. Significa però che il dibattito deve cambiare domanda. Non basta chiedersi quanta energia produrrà Enotria. Bisogna chiedersi quanto valore resterà in Calabria.
I cittadini calabresi non ricevono automaticamente uno sconto in bolletta perché l’energia viene prodotta vicino casa. Il mercato elettrico italiano funziona con regole nazionali, zone di mercato, oneri regolati, tariffe di rete e contratti di fornitura. Più produzione rinnovabile può contribuire al sistema nazionale e alla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, ma non garantisce da sola benefici diretti e immediati alle famiglie e alle imprese del territorio che ospita gli impianti.
Il punto, dunque, non è se l’energia prodotta abbia valore. Ce l’ha. Il punto è quanto di quel valore resti davvero nelle comunità costiere del Golfo di Squillace. Resta nei Comuni? Resta nei porti calabresi? Resta nelle imprese locali? Resta nella formazione professionale dei giovani? Resta nei pescatori eventualmente penalizzati dalle aree interdette o dai cantieri? Resta nel turismo attraverso compensazioni certe e opere utili? Oppure passa sulla testa del territorio, entra nella rete nazionale e lascia alla Calabria soprattutto l’impatto paesaggistico, ambientale e infrastrutturale? Sono queste le domande che trasformano un progetto energetico in una vera politica industriale. O, al contrario, in una nuova servitù.
Il problema della rete
C’è poi un tema tecnico spesso ignorato: la capacità della rete elettrica di assorbire e trasportare nuova produzione rinnovabile dal Sud verso il resto del Paese. Il Piano di sviluppo di Terna segnala da anni criticità sulle dorsali di trasmissione tra Sud, Centro Sud e Centro Nord. Il motivo è noto: molta nuova produzione rinnovabile si concentra nel Mezzogiorno, mentre una parte consistente della domanda elettrica è altrove. Senza adeguamenti della rete, accumuli, elettrodotti e infrastrutture di trasporto dell’energia, una quota del valore potenziale rischia di essere compressa da congestioni e vincoli tecnici. È una critica che non riguarda solo Enotria. Riguarda l’intera strategia energetica nazionale. Se il Sud deve diventare piattaforma rinnovabile del Paese, allora servono infrastrutture, ritorni economici, compensazioni territoriali e una programmazione che non lasci alle comunità locali solo il peso degli impianti.
Gli incentivi che non sono ancora un quadro stabile
Un altro punto decisivo riguarda la bancabilità del progetto. L’eolico offshore flottante è una tecnologia promettente, ma ancora costosa. In Europa i costi dell’offshore galleggiante risultano generalmente superiori a quelli dell’eolico offshore tradizionale fissato al fondale. In Italia il quadro degli incentivi per l’offshore non è ancora stabilizzato in modo pienamente operativo. Il decreto FER2 ha aperto una prospettiva, ma le aste e i meccanismi specifici per l’eolico offshore restano un punto decisivo per la sostenibilità finanziaria di progetti di questa scala.
Tradotto: anche se Enotria superasse tutti gli esami ambientali, la sua realizzazione concreta dipenderebbe dalla capacità di trovare finanziamenti e da un quadro regolatorio certo. Senza aste, tariffe o strumenti di sostegno chiari, il progetto resta tecnicamente avanzato ma finanziariamente esposto. Anche qui, la domanda non è ideologica, tutt’altro: con quali risorse si costruisce? Con quale remunerazione attesa? Con quali garanzie pubbliche o private? E con quali ritorni per il territorio che ospita l’impianto?
Le domande a cui bisogna rispondere
Un’inchiesta seria su Enotria non può chiudersi con un verdetto di colpevolezza o assoluzione. Deve chiudersi con le domande che oggi restano aperte e che dovrebbero ricevere risposta prima di qualsiasi decisione definitiva.
La prima riguarda il progetto aggiornato. Qual è il fascicolo comparativo completo tra la versione originaria e quella rimodulata? Non basta sapere che le pale scendono da 37 a 31. Bisogna capire cosa cambia davvero: posizione degli aerogeneratori, tracciato dei cavi, opere a terra, stazioni elettriche, aree di cantiere, interferenze con pesca, navigazione, paesaggio e fondali.
La seconda riguarda le garanzie. Qual è la reale dotazione patrimoniale della società veicolo? Quali fideiussioni coprono manutenzione e smantellamento? Quali obblighi sono garantiti dal gruppo industriale di riferimento e quali restano in capo alla società di progetto?
La terza riguarda il lavoro. Quali porti calabresi saranno coinvolti? Quali imprese locali? Quale base operativa stabile per la fase di manutenzione e gestione? Ci sono promesse generiche o impegni vincolanti?
La quarta riguarda gli impatti ambientali. Quale monitoraggio indipendente è previsto su avifauna, cetacei, pesca, fondali, correnti marine e campi elettromagnetici dei cavi sottomarini? I dati saranno pubblici? Chi li controllerà?
La quinta riguarda le compensazioni. Che cosa riceveranno concretamente i Comuni costieri, i pescatori, gli operatori turistici e le comunità locali? Non stime macroeconomiche, non percentuali vaghe, non promesse future. Servono impegni cogenti, verificabili, con tempi e responsabilità definite.
Il verdetto provvisorio
Enotria non va liquidato per partito preso. Un impianto di questa scala ha una razionalità energetica nazionale che i dati confermano. Può contribuire alla produzione rinnovabile, alla decarbonizzazione e alla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. Sarebbe sbagliato respingerlo solo perché cambia il paesaggio o perché arriva da un grande gruppo industriale straniero. Ma sarebbe altrettanto sbagliato raccontarlo come un’opportunità già dimostrata. Le carte mostrano un procedimento ancora complesso, rilievi istruttori da chiarire, modifiche progettuali da rendere pienamente leggibili, incentivi non ancora stabilizzati, garanzie finanziarie da verificare e promesse occupazionali che devono trasformarsi in contratti, cantieri, porti, imprese e lavoro vero sul territorio.
Chi dice che conviene di sicuro e chi dice che non conviene mai sta semplificando troppo. La verità, scomoda per entrambe le parti, è che la convenienza di Enotria per la Calabria dipende da ciò che ancora deve essere scritto nero su bianco: garanzie, compensazioni, contratti, trasparenza sugli impatti, ritorni economici locali e controllo pubblico dei dati. Fino ad allora, il Golfo di Squillace resta quello che è sempre stato: un bene comune senza prezzo. E proprio per questo non può essere trattato né come un santuario intoccabile per principio, né come uno spazio vuoto da occupare in nome della transizione energetica. La Calabria ha diritto alla modernità. Ma ha anche diritto a sapere chi guadagna, chi rischia, chi decide e cosa resta davvero sul territorio.ù






