Di sua figlia, in carcere, Angela Tibullo aveva una fotografia. Racconta che le strapparono anche quella. La bambina aveva quattro anni e sua madre contava i giorni che la separavano dal momento in cui avrebbe potuto riabbracciarla. Furono settanta, trascorsi tra Rebibbia e Vigevano, con un’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa che sarebbe caduta in appello, oltre sette anni dopo l’arresto. Nella sua testimonianza, il dolore della detenzione passa attraverso quella fotografia, le attese per una telefonata, il bisogno di sapere come stesse la bambina. È da questa separazione che prende voce “Il senso della vita – Da madre, da donna, da professionista, da ex detenuta”, il libro pubblicato da Barbaro Editore e presentato nella Corte di Palazzo Avati, a Polistena. Tibullo aveva scelto di non portare la figlia ai colloqui, per risparmiarle un luogo che considerava traumatico.
Nel confronto condotto da Gabriella Passariello, vicedirettrice di Calabria7, la criminologa ripercorre ciò che è riuscita a riconquistare e ciò che sente di avere perduto. L’assoluzione dall’accusa di mafia, la possibilità di tornare a lavorare, la fiducia di chi le ha offerto un’occasione. E insieme il trauma che ancora le impedisce di immaginare un ritorno in carcere per ragioni professionali, il peso delle notizie rimaste online, la fatica di presentarsi senza dover prima spiegare il proprio passato giudiziario.
Dall’arresto all’assoluzione per concorso esterno
L’arresto risale al 2 agosto 2018, nell’ambito dell’inchiesta “Ares” della Dda di Reggio Calabria. Il percorso raccontato da Tibullo comprende 70 giorni di detenzione tra Rebibbia e Vigevano, tre anni agli arresti domiciliari e due anni di sorveglianza speciale. Poi il 10 febbraio 2026 è arrivata l’assoluzione in appello: l’infamante accusa di concorso esterno in associazione mafiosa cade completamente con la formula “perché il fatto non sussiste”. Resta il peso della lunga vicenda giudiziaria, dell’ingiusta detenzione, di un incubo che oggi diventa la testimonianza di chi ha trovato il “senso della vita” nel momento più difficile della propria esistenza.
La figlia di quattro anni e quei settanta giorni di lontananza
Il racconto comincia dal campanello che suona a mezzanotte. La figlia, ricorda Tibullo, era in Calabria con la nonna. In casa arrivano le forze dell’ordine e le comunicano che deve andare in carcere. Da quel momento anche il rapporto più quotidiano, quello tra una madre e la sua bambina, viene affidato alle attese, alle autorizzazioni, alla durata di un colloquio.
La piccola, secondo quanto riferito dall’autrice, avrebbe scoperto l’arresto accendendo la televisione per cercare i cartoni animati: sullo schermo c’erano le notizie sulla madre. Tibullo racconta di avere scelto di non farla entrare in carcere, nel tentativo di risparmiarle un’esperienza che riteneva traumatica. Si sono riviste dopo settanta giorni. Ma il ritorno a casa, agli arresti domiciliari, ha portato altre difficoltà: la criminologa riferisce di non avere ottenuto il permesso di accompagnarla all’asilo e ricorda i controlli notturni, con la bambina che si svegliava di soprassalto.
“Mia figlia ha vissuto con me tutta la mia carcerazione”, dice. In quelle parole c’è il peso che la restrizione della libertà di un genitore può riversare sulla vita dei figli: abitudini interrotte, paura, domande alle quali trovare una risposta. Tibullo spiega di avere scelto di parlare con lei, di raccontarle quanto stava accadendo e la battaglia affrontata insieme ai suoi avvocati. La figlia attraversa ogni passaggio della testimonianza, fino alla spiegazione del titolo del libro: in cella, racconta, aveva compreso che “l’unica cosa importante per me era tornare da mia figlia”.
L’isolamento, le umiliazioni denunciate e la fotografia strappata
La parte più dura dell’intervento riguarda le condizioni della detenzione. “Sono rimasta 70 giorni, 5 giorni in isolamento con le telecamere sia nella stanza e sia nel bagno”, afferma Tibullo. Nel suo racconto ci sono anche il passaggio in un reparto psichiatrico, il trasferimento notturno e una cella buia nella quale riferisce di avere visto sangue sulle pareti. Denuncia perquisizioni vissute come umiliazioni: “Sono stata spogliata, dovevo fare le flessioni, mi hanno strappato i vestiti”. Alla domanda sui giorni più difficili, risponde: “I miei giorni più bui sono stati tutti e 70”. Ricorda soprattutto l’angoscia iniziale di non avere notizie della famiglia, l’attesa per poter comunicare con l’esterno e le telefonate interrotte allo scadere del tempo consentito. Ogni ritardo, nella sua testimonianza, assumeva il peso di una domanda senza risposta: dove fosse la figlia, come stesse, quanto avesse bisogno di lei.
Tra gli episodi denunciati dall’autrice, uno riguarda una fotografia della bambina. Tibullo sostiene che un’assistente penitenziaria gliel’abbia strappata prima di un passaggio davanti al Tribunale della libertà. “Certo, mi strappano la foto di mia figlia, che devo fare? Devo stare lì a ringraziarli?”, racconta, ricordando di avere ricevuto un rapporto disciplinare. Descrive inoltre le attese per ricevere lettere e immagini dei familiari. È attraverso questi episodi che spiega cosa intenda quando parla di violenza psicologica: la sensazione di perdere, insieme alla libertà, il controllo sui legami che le permettevano di resistere.
“Una parte me l’hanno spenta”: il lavoro e la fatica di ricominciare
Tibullo racconta di continuare a lavorare e a cercare occasioni per ripartire. “Combatto, lavoro, cerco di rialzarmi”, dice. Ma quando il discorso arriva alla professione, emerge una rinuncia precisa: “Non voglio entrare più in carcere perché per me è un trauma”. Il luogo nel quale aveva svolto parte della propria attività è diventato, nelle sue parole, quello dal quale sente il bisogno di tenersi lontana. Alla ferita personale si aggiunge il peso della reputazione online. L’autrice denuncia la permanenza di articoli e definizioni che continuano ad associarla alla mafia e racconta di dover anticipare la propria storia giudiziaria quando si presenta per lavorare. Ha ricordato, in particolare, l’incontro con Raffaele Gerbi: insieme al curriculum, aveva sentito il bisogno di spiegare l’arresto e le accuse, prima che fosse una ricerca su internet a parlare per lei. “Io sono stata massacrata” esprimendo il suo giudizio sulla copertura mediatica della vicenda, che considera un ostacolo ancora presente alla ricostruzione della carriera. La domanda che porta nel dibattito riguarda proprio questo scarto: quanto riesce a cambiare, nella percezione pubblica di una persona, quando cade un’accusa che per anni ne ha accompagnato il nome?
Staiano: il ruolo di Contestabile e il nodo dell’accusa
Il primo punto messo in chiaro dall’avvocato Salvatore Staiano, intervenuto all’incontro, riguarda il lavoro della difesa. L’avvocato attribuisce a Guido Contestabile il merito decisivo del risultato ottenuto, spiegando di essere stato coinvolto come “compagno di viaggio” in un segmento processuale. Nella ricostruzione proposta da Staiano, il passaggio determinante è il risultato raggiunto in un procedimento parallelo sull’ipotesi associativa: venuto meno quel presupposto, sarebbe caduta la base dell’accusa di concorso esterno contestata a Tibullo. Il penalista lo riassume così: “Guido Contestabile ha dimostrato che non esisteva l’associazione, non ci poteva essere il concorso esterno”.
Staiano definisce quello di Tibullo “un caso patente di errore giudiziario” e sposta l’attenzione sul metodo con cui si costruisce e si verifica un’accusa. Nel suo intervento richiama i rischi di una lettura parziale delle intercettazioni e di una convinzione iniziale che finisce per condizionare l’interpretazione degli elementi successivi. La questione, sostiene, riguarda le garanzie di chiunque possa trovarsi coinvolto in un procedimento penale. Alla critica affianca una netta difesa della funzione del giudice: “I giudici vanno tutelati, perché i giudici sono quelli che devono garantire un risultato di verità”. Nel caso discusso a Palazzo Avati, la tutela delle garanzie passa, nella sua lettura, dalla capacità di sottoporre l’ipotesi accusatoria a una verifica effettiva e di riconoscere il lavoro necessario per confutarla.
Bellamena: il processo mediatico e la presunzione d’innocenza
Per Federica Bellamena, componente dell’Osservatorio Errore Giudiziario dell’Unione delle Camere Penali Italiane, il libro di Tibullo “non solo è una testimonianza dolorosa, ma è anche un caso di studio”. Il tema è quello dell’incontro tra errore giudiziario e processo mediatico, con conseguenze che investono la persona, la famiglia e le possibilità di tornare a lavorare. L’avvocata insiste sulla necessità di distinguere l’accusa da una responsabilità accertata e sul valore della presunzione d’innocenza, che definisce “una garanzia posta a tutela dell’innocente e non una scusa per il colpevole”. Richiama anche il bisogno di educare allo spirito critico, a partire dalle scuole: saper leggere una notizia giudiziaria significa comprendere in quale fase si trovi il procedimento e quale valore abbiano le informazioni disponibili.
Su questo terreno Passariello ha posto una domanda anche alla difesa: quanto incide, sull’equilibrio dell’informazione, la difficoltà dei giornalisti a ottenere tempestivamente le ragioni degli indagati e dei loro legali? Bellamena ha spiegato che il consiglio di avvalersi della facoltà di non rispondere può dipendere dalla necessità di studiare atti molto voluminosi. Staiano ha riconosciuto il problema della comunicazione difensiva, richiamando le scelte compiute nell’interesse del cliente e le valutazioni professionali degli avvocati.
Gerbi: il dolore che continua fuori dal carcere
Raffaele Gerbi, imprenditore e consulente nel settore del risarcimento danni, si è soffermato sulle conseguenze che accompagnano una persona dopo la detenzione. A colpirlo è stata una frase del video introduttivo, secondo cui ciò che accade in carcere nasce e muore lì. La sua osservazione è che la sofferenza possa continuare molto oltre l’uscita: “Sono dei dolori che si portano per tutta la vita, non si dimenticano mai”. Il suo intervento ha riportato al centro il tema della ricostruzione dopo il carcere, che per l’autrice passa anche dalla possibilità di essere nuovamente valutata per le proprie competenze.
Barbaro: la fiducia nell’autrice e la collana “Storie Vissute”
L’editore Remo Barbaro ha raccontato come è nato il rapporto con Tibullo. Prima del manoscritto era arrivata una lettera, accompagnata dalla richiesta di parlare al telefono. L’autrice voleva chiarire la propria situazione e spiegare ciò che stava vivendo. Un approccio insolito, ha ricordato l’editore, abituato a leggere prima il testo e a conoscere successivamente chi lo ha scritto. Di quell’incontro Barbaro conserva soprattutto il ricordo della determinazione a far conoscere la storia anche per aiutare altre persone. La lettura del libro, ha spiegato, gli ha mostrato aspetti della detenzione sui quali non aveva riflettuto abbastanza: “È stato un pugno che ti sveglia, che ti fa proprio aprire gli occhi”. La fiducia si è tradotta in un ulteriore incarico: la direzione della collana “Storie Vissute”, dedicata a esperienze reali. Un passaggio che, nel percorso raccontato a Polistena, rappresenta un’occasione concreta per riprendere un’attività e dare spazio alle vicende degli altri.
Suor Diletta: “Il carcere ci appartiene anche a noi che siamo fuori”
Nel videomessaggio proiettato durante l’incontro, suor Diletta, impegnata da anni nel carcere di Vigevano, ha ricordato l’incontro con Angela e la sofferenza per la lontananza dalla figlia. Ha raccontato il sostegno offerto durante la detenzione e il rapporto proseguito dopo l’uscita. “Credo molto nelle relazioni personali”, ha spiegato, indicando nell’ascolto e nella continuità dei legami una parte essenziale dell’aiuto alle detenute. Nel libro la religiosa dice di avere ritrovato “la verità del carcere”. Il suo intervento allarga la responsabilità a chi vive fuori: “Il carcere ci appartiene anche a noi che siamo fuori”. Le persone detenute, ha ricordato, continuano ad appartenere alla società, anche quando questa preferisce non interrogarsi sulle loro condizioni.
La presentazione ha avuto anche una finalità benefica: il ricavato delle vendite del volume è destinato all’associazione La Fenice Odv di Polistena, impegnata nel sostegno alle persone fragili e nel contrasto alle dipendenze. È in questa volontà di aiutare altre persone che Tibullo colloca il significato pubblico della propria testimonianza. Nel video con il quale ha introdotto la sua storia lo dice con parole essenziali: “Una donna detenuta ha la stessa dignità di una donna libera”.












