“Non si uccide una persona solo con un’arma o un coltello, con una corda o con i farmaci, una persona l’ammazzi quando la privi della sua libertà, della sua dignità, quando l’etichetti come delinquente senza aver commesso nulla, quando da delinquente la sbatti in galera. Voglio essere testimone di tutti gli innocenti che, per colpa della mala giustizia si ritrovano la vita distrutta e portavoce delle ingiustizie che quotidianamente le detenute vittime di pressioni psicologiche subiscono nelle carceri, denunciando le falle del sistema penitenziario. Ciò che è accaduto a me, può accadere a chiunque ”. Angela Tibullo, oggi 43enne, di Polistena, ha deciso di raccontare dopo otto anni di silenzio il suo dramma a Calabria7, una storia che parla di una professionista in carriera, una criminologa di successo, madre di una bimba di 4 anni, con tanti progetti ancora da realizzare, spazzati via in un attimo il 2 agosto 2018, quando poco dopo la mezzanotte sente suonare il campanello di casa, va ad aprire la porta con gli occhi appesantiti dal sonno e si trova davanti i carabinieri.
L’arresto e la dignità strappata
In un soffio di dita tutto il mondo le crolla addosso:“Abbiamo un mandato di arresto”. Confusa e spaventata, inizia a tremare e con un filo di voce si rivolge ad uno dei militari, chiedendogli il perchè. “Io non ho fatto nulla. Ci deve essere un errore. Avete sbagliato persona.Io sono una professionista, non una criminale. Chiesi loro di fare delle verifiche, di chiamare il giudice”. Angela Tibullo, viene portata nel carcere di Rebibbia, poi in quello di Vigevano, scontando 70 lunghi interminabili giorni in cella, a cui sono seguiti 3 anni di domiciliari e 2 di sorveglianza speciale, perché considerata socialmente pericolosa. In manette con un’accusa pesantissima: concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito la cosca Cacciola di Rosarno nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria “Ares” contro le cosche della Piana di Gioia Tauro. Su di lei anche le accuse di intralcio alla giustizia e falsità ideologica.
“Da innocente definita mafiosa e burattinaia”
“Sono stata definita mafiosa, regina della penitenziaria, punta dell’iceberg. Mi hanno tratteggiata come una burattinaia di professione, che manovrava dottori, specialisti, avvocati, e li comandava a bacchetta. Dai giornali, alle televisioni verità costruite sulle bugie di accuse infondate”. In primo grado è stata condannata a 12 anni di reclusione, ma ha dovuto aspettare il 10 febbraio scorso per vedersi assolta dai giudici di appello, come richiesto dal pg in aula, con formula ampia, perché il fatto non sussiste, dal concorso esterno, il capo più grave che l’aveva costretta a stare in cella e condannata ad 1 anno e 8 mesi, pena sospesa per gli altri due capi di accusa in cui è caduta l’aggravante mafiosa.
Dalla cella fredda e buia a Rebibbia all’isolamento
“Appena arrivata a Rebibbia sono stata spogliata degli effetti personali, chiusa, per qualche ora, in una cella fredda, buia, che tutti chiamano “di sosta”. Non mi diedero acqua, né cibo. Mi fecero spogliare in una stanza, nuda al cospetto delle mie perquisitrici. Mi fecero fare e rifare flessioni in modo che se avessi avuto qualcosa negli organi genitali l’avrei espulsa. Mi dissero ‘Questa è la procedura, si ricordi che da adesso non è più una dottoressa ma una detenuta, quindi deve obbedire e fare tutto quello che diciamo senza fiatare”. Depredata della sua dignità inizia a subire le prime violenze psichiche e morali con foto segnaletiche, impronte digitali, registrata come matricola, accompagnata in una cella sporca simile a una gabbia di maiali. Capisce di essere in isolamento, a farle compagnia una branda, uno sgabello, un tavolo e le telecamere persino in bagno. Le pareti imbrattate di scritte, alcune erano firmate con il sangue, che parlavano del dolore vissuto da altre detenute: “Passavo i miei giorni seduta a guardare quel pezzo di cielo che si vedeva dalla mia lurida cella, non avevo altro. Restai lì dentro cinque giorni. Era caldissima, la cella, avevo la sensazione che la mia pelle si stesse bruciando. I telegiornali nazionali parlavano dell’arresto della famosa criminologa mostrando il mio viso e l’angoscia, la sofferenza aumentava pensando alla mia piccola Ginevra, a mio padre che a causa del mio arresto ebbe un ictus”.
“Nel reparto psichiatrico per volere del direttore”
Dall’isolamento ad un’altra sezione con detenute con problematiche psichiatriche: “Nell’immediato mi rifiutai, ribadendo che io non dovevo stare lì e che per il reato che mi era stato contestato dovevo stare nell’Alta sicurezza, l‘assistente mi disse che la decisione era stata presa dal direttore, quindi non potevo rifiutarmi. Una sezione dove sentivi urla, liti, vedevi vestiti sporchi, visi emaciati. Gli assistenti mi avevano tolto scarpe, asciugamani tagliate a pezzettini, per lavarmi usavo lo stesso lenzuolo che poi riusavo per dormire. Se avessi voluto mangiare lo avrei dovuto fare dal carrello, che arrivava sempre vuoto , quelle povere malate mi rubavano il cibo”.
Il calvario nel carcere di Vigevano
Il 10 agosto 2018 viene trasferita in carcere a Vigevano e ricomincia il calvario delle foto segnaletiche, delle impronte digitali, registrazione in matricola, perquisizione personale, le flessioni, la cella di sosta, per essere portata poi nella numero 15 all’Alta sicurezza, con un pensiero fisso, sua figlia Ginevra, che ha potuto vedere dopo settanta giorni. “Ho pianto nel mio silenzio, perché in carcere è vietato piangere, è vietato manifestare il proprio dolore, perché nel codice dei detenuti quello è segno di debolezza. Il pensiero che mia figlia stesse soffrendo mi devastava. Mi sentivo schiacciata dai sensi di colpa; pur essendo lì da innocente, sapevo che la mia carcerazione le faceva male e mi ritenevo responsabile.
Gli abusi degli assistenti e il pensiero di farla finita
I colpi al cuore arrivavano di botto, nella notte, a strapparmi la forza di combattere, tanto che mi arrendevo a pensieri suicidari, impotente, chiusa in quella gabbia. Alzarmi da quel letto e decidere di reagire è stato faticoso, pesante”. Molti gli episodi che parlano di abusi in carcere: “Un gruppo di assistenti muniti di manganelli entrarono nella sezione per perquisire le celle, presero i miei vestiti li buttandoli a terra ci passarono di sopra con i piedi e sbattevano i manganelli alle grate sui muri, sembrava che era arrivato un terremoto”. In un’altra circostanza Angela non si sente bene: “chiesi del dottore e mi venne risposto che non era il mio turno che dovevo fare sempre la solita domandina, rimasi con dolori atroci per giorni”. La forza per andare avanti lei riesce a trovarla nella figlia, la sua roccia, che oggi ha dodici anni, in Filippo, suo marito, nella madre, nelle sorelle che le sono sempre state vicine, nel padre, che si è ammalato per lei, in suor Diletta con le sue parole di conforto e nei suoi avvocati difensori Salvatore Staiano, Guido Contestabile, Federica Bellamena e Francesco Giovinazzo, “che con grande professionalità hanno creduto fin dal primo momento nella mia innocenza”.












