Per decenni la provincia di Vibo Valentia è stata considerata uno dei territori più impenetrabili dell’intera galassia ‘ndranghetista. Dominata dalla potentissima cosca Mancuso di Limbadi, sostenuta da una rete di clan satelliti (Fiarè-Razionale-Gasparro di San Gregorio, La Rosa di Tropea, Patania di Stefanaconi, Bonavota di Sant’Onofrio, Lo Bianco-Barba di Vibo città, Loielo di Gerocarne), il territorio era una “zona rossa” per la giustizia: nessuno parlava, nessuno tradiva, nessuno collaborava. Il “muro dell’omertà” sembrava indistruttibile. Eppure, lentamente, ha iniziato a incrinarsi.
I primi spiragli: Michienzi, D’Urzo, Servello, Iannello
Il primo vero squarcio arriva nel 1991, con la strage dell’Epifania a Sant’Onofrio: Rosario Michienzi, coinvolto nel commando omicida, si pente subito dopo l’arresto, indicando killer e mandanti. Le sue dichiarazioni consentono di arrestare e condannare all’ergastolo esponenti apicali del gruppo Petrolo-Matina protagonisti di una sanguinosa faida con il clan avversario, quello dei Bonavota. Poco dopo seguirà Gerardo D’Urzo, ergastolano e uomo di fiducia del gruppo, che arricchirà le indagini con dichiarazioni su faide, alleanze, armi e persino contatti con esponenti politici. Le loro parole, rivalutate anni dopo, saranno centrali in diversi processi nella ricostruzione del contesto criminale vibonese degli anni ottanta e novanta.
Un altro collaboratore “storico” è Angiolino Servello, attivo nei primi anni 2000: membro dell’omonimo clan di Jonadi, ha svelato retroscena su traffici di droga e omicidi tra Vibo, Mileto e Soriano, contribuendo a decine di arresti e all’inchiesta Maestrale sui villaggi turistici controllati dalla ‘ndrangheta. Tra i primi pentiti va ricordato anche Michele Iannello, ex killer cresciuto in una delle enclavi della ‘ndrangheta vibonese, San Giovanni di Mileto. Fu protagonista dell’omicidio che costò la vita al piccolo Nicholas Green: ha confessato molti delitti, pur proclamandosi innocente proprio per quel tragico episodio. Le sue dichiarazioni hanno comunque permesso di ricostruire la struttura operativa della ‘ndrangheta in provincia di Vibo e i legami tra i vari clan.
Le indagini di Ruperti e Manzini all’epoca del silenzio
Ai primi anni Duemila, quando Rodolfo Ruperti – oggi questore di Vibo Valentia – guidava la leggendaria Squadra mobile, il territorio era ancora immerso in un silenzio assoluto. Il super poliziotto originario di Crotone si è mosso insieme ai suoi uomini senza l’ausilio di alcun collaboratore di giustizia, affrontando un muro di omertà non solo ‘ndranghetistico, ma anche istituzionale, un vero e proprio muro di gomma che ha ostacolato le prime indagini avviate dai suoi uomini con le più classiche delle tecniche investigative e il supporto fondamentale del Marisa Manzini all’epoca sostituto procuratore della Dda di Catanzaro applicata alla provincia di Vibo.
Quelle indagini – note come Dinasty 1 (avviata dal pm Patrizia Nobile) e Dinasty 2 Do ut Des – furono tra le prime a svelare il potere dei Mancuso di Limbadi e a tracciare una dettagliata mappa criminale nel Vibonese. A esse seguirono operazioni storiche come Nuova Alba e Goodfellas, che inchiodarono i clan operanti a Vibo città delineando la figura di Andrea Mantella, boss scissionista dei Lo Bianco-Barba, ancora lontano dal pentimento, killer sanguinario e leader delle cosiddette “nuove leve”, oggi tutte o quasi in carcere. All’epoca, Mantella aveva messo a ferro e fuoco Vibo con un’escalation di intimidazioni senza precedenti. Un quotidiano titolò perfino: “Vibo come Beirut”, dopo l’ennesimo attentato contro un’attività commerciale.
La nuova primavera vibonese avviata da Falvo
Anni difficili culminati con la faida tra i Piscopisani e i Patania di Stefanaconi, eterodiretti – secondo la Dda di Catanzaro – dai Bonavota da una parte e da una frangia dei Mancuso dall’altra. Anni di piombo e di paura ricostruiti inchiesta dopo inchiesta da Camillo Falvo nel ruolo di giovane sostituto procuratore della Dda di Catanzaro anche lui come la Manzini e gli altri applicato da solo alle indagini di mafia del Vibonese. Quando Mantella si pentì chiese di parlare proprio con lui, oggi procuratore di Vibo insediatosi il giorno prima del maxi blitz “Rinascita Scott”. Gli atti di indagine prodotti negli anni da questi eccezionali uomini dello Stato con l’ausilio di pochi collaboratori di giustizia, tra immani difficoltà e un muro di omertà invalicabile hanno poi trovato piena contestualizzazione con l’indagine Rinascita Scott, che ha cucito insieme passato e presente.
Patania & co.: la prima donna pentita nel Vibonese
Nel 2013 un evento simbolico: Loredana Patania, moglie di uno dei sodali dei Patania di Stefanaconi ucciso nella faida e soprannominato “Gringia” (da qui il nome di una delle operazioni che ha fatto piena luce sulla guerra di mafia con i Piscopisani) diventa la prima donna pentita del Vibonese. Conosceva i segreti interni della cosca Patania, ed è lei a confermare il coinvolgimento del clan nell’omicidio di Giuseppe Scrugli, e nella lunga catena di vendette del 2011-2012. Insieme al compagno Daniele Bono, ex soldato della stessa cosca, ha fornito indicazioni su movimenti, armi e luoghi usati per nascondere latitanti. Il loro apporto è stato decisivo per ricostruire l’intera filiera criminale in due processi chiave: Gringia e Romanzo Criminale.
Il terremoto Gratteri e l’effetto Rinascita
Il punto di svolta arriva con l’arrivo alla Dda di Catanzaro del procuratore Nicola Gratteri. I sostituti applicati a Vibo diventano addirittura quattro e le indagini si moltiplicano. Con lui, il muro di omertà inizia piano piano a sgretolarsi, producendo confessioni e denunce in serie. Le sue maxi-inchieste (Rinascita-Scott, Maestrale, Olimpo) provocano un vero e proprio sisma nella criminalità organizzata vibonese: centinaia di arresti, decine di processi, e soprattutto una valanga di collaboratori.
Il primo squarcio: Raffaele Moscato
Un primo segnale si era già intravisto nel 2015 con il pentimento di Raffaele Moscato, ex killer dei Piscopisani, uomo di fiducia del gruppo e coinvolto in tre omicidi, “pressato” dalle inchieste della Dda di Catanzaro, coordinata prima da procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, poi dal suo successore Giovanni Bombardieri, con il pm Camillo Falvo in prima linea.
Moscato ha ricostruito il traffico di droga tra Vibo Marina e l’hinterland, l’organizzazione delle estorsioni e la gestione delle armi. Le sue dichiarazioni sono alla base dell’operazione Rimpiazzo, che ha smantellato la struttura dei Piscopisani.
Mantella, il Buscetta del Vibonese
Segue Andrea Mantella, ex boss dei Lo Bianco-Barba, protagonista della scissione interna alla cosca. Il suo pentimento è inaspettato e allo stesso tempo clamoroso. Le sue dichiarazioni inchiodano decine di affiliati e descrivono i rapporti con imprenditori e pubblici ufficiali. Parla della ‘ndrangheta militare ma anche dei colletti bianchi e della presunta borghesia mafiosa: dal ruolo delle logge massoniche deviate alle collusioni politiche nel Vibonese. Diventa il pentito chiave del maxi-processo Rinascita-Scott, una sorta di Buscetta.
Il colpo al cuore della ‘ndrangheta: si pente Emanuele Mancuso
Nel 2018 fa notizia il primo pentito della famiglia Mancuso: Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone “l’Ingegnere”. È una breccia nel cuore della ‘ndrangheta e uno squarcio incredibile nel feudo incontrastato e impenetrabile di Limbadi. Le sue rivelazioni raccontano il sistema economico gestito dai Mancuso, i rapporti col narcotraffico sudamericano, la gestione degli appalti e l’uso delle aziende per riciclare denaro. Una collaborazione unica nel suo genere, avversata in tutti i modi anche con metodi poco convenzionali e subdoli. Le sue parole aprono un fronte inedito contro la cosca più potente del Vibonese.
Le nuove leve: Arena e Camillò
Tra le “nuove leve” spicca Bartolomeo Arena, vicino ai Pardea-Ranisi di Vibo. Prima sparisce dalla circolazione facendo temere una scomparsa per lupara bianca come accaduto anni prima al padre, poi riappare come collaboratore di giustizia, senza condanne né misure cautelari. Un pentimento ritenuto “genuino” dagli inquirenti, utile a descrivere la struttura militare della cosca e la gestione del racket a Vibo. Dopo di lui è boom di pentiti. Segue Michele Camillò, che parla di omicidi, estorsioni e del tentativo di creare un nuovo “locale” autonomo nel capoluogo.
Due pentiti che fanno rumore: Megna e Loielo
A fare rumore è poco dopo il pentimento di Pasquale Megna, altra breccia nella roccaforte dei Mancuso, accusati di voler monopolizzare gli affari del turismo partendo da Nicotera. Le sue dichiarazioni confluiscono nelle maxi-inchieste Maestrale, Olimpo e Imperium. Salendo sulle Preserre vibonesi, passa al servizio della Dda di Catanzaro anche Walter Loielo che rompe il silenzio sui clan dell’entroterra, raccontando faide dimenticate e le sue dichiarazioni sfociano anche nella recente inchiesta denominata Habanero.
Barbieri e l’effetto domino
Nel frattempo, arrivano le prime pesanti condanne e l’escalation di pentiti non si arresta, ma prosegue come un fiume in piena. Salta il fosso Onofrio Barbieri, figura chiave del clan Bonavota, presunto luogotenente del boss Domenico Bonavota, che confessa esecuzioni e tentati omicidi, diventando uno dei pentiti più pesanti dell’ultima stagione.
Tra i collaboratori minori ma strategici figurano: Gaetano Cannatà, affiliato ai Lo Bianco-Barba, coinvolto in operazioni di estorsione; Antonio Accorinti, figlio del boss di Briatico e vicino ai Mancuso, che ha parlato delle dinamiche criminali lungo la costa tirrenica; Renato Marzano, legato ai Piscopisani, che ha confermato ruoli e rotazioni interne; Giuseppe Comito, che ha ricostruito l’agguato mortale a Francesco Scrugli nel 2012, contribuendo all’operazione Gringia.
L’ultimo grande pentito
Nel 2024 si pente anche Francesco Fortuna, ritenuto killer di fiducia del clan Bonavota, con una serie di condanne non ancora definitive alle spalle per omicidio e associazione mafiosa. Il suo nome compare in tutte le inchieste contro la cosca di Sant’Onofrio e, soprattutto, sui più efferati fatti di sangue: dall’omicidio di Domenico Di Leo, alias “Micu u Catalano”, ucciso a Sant’Onofrio nel luglio 2004, a quello di Raffaele Cracolici, freddato a Pizzo nel 2005.
Nel 2023, è stato condannato in primo grado a 20 anni di reclusione nell’ambito del maxi-processo “Rinascita-Scott”. Coinvolto nell’operazione antimafia “Uova del drago” del 2007, Fortuna si diede alla latitanza per circa 10 mesi. Fu arrestato nel luglio 2008 in una villetta a Vibo Valentia, dove la polizia rinvenne un arsenale comprendente un kalashnikov, un revolver calibro 357, una carabina Winchester, un fucile a pompa, un fucile semiautomatico calibro 12, un migliaio di munizioni e un lampeggiante in dotazione alle forze dell’ordine.
La collaborazione di Fortuna con la giustizia è iniziata nell’estate del 2024, dopo la sua traduzione al regime di 41-bis. Si tratta di una figura di primo piano che conosce i segreti dei Bonavota e, più in generale, della ’ndrangheta vibonese e calabrese. Omicidi, tentati omicidi, intimidazioni, ma anche affari. Quelli dei Bonavota nel Nord Italia, dove il clan di Sant’Onofrio si sarebbe ramificato fino a diventare uno dei più potenti della Calabria.
Una rivoluzione culturale (e giudiziaria)
Il boom di pentiti ha stravolto gli equilibri criminali del Vibonese. Oggi quasi ogni cosca locale ha almeno un collaboratore. Le parole dei pentiti sono state decisive per ottenere centinaia di condanne, far luce su omicidi rimasti irrisolti e colpire interessi economici e politici della ‘ndrangheta vibonese.
Ma il cambiamento non è solo giudiziario. L’effetto domino ha aperto una breccia nella società: più cittadini denunciano, più imprese resistono alle estorsioni, più sindaci si costituiscono parte civile nei processi. E mentre lo Stato rafforza la sua presenza, pezzo dopo pezzo, il Vibonese non è più solo la roccaforte dell’omertà. È diventato anche il laboratorio di un riscatto possibile.









