Più di 200 Carabinieri in azione all’alba, 35 custodie cautelari in carcere ed eseguite in ben 12 province italiane (Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila), un bilancio provvisorio di 47 capi d’imputazione e oltre 300 chilogrammi di cocaina tracciati nel corso dell’inchiesta. È il quadro dell’operazione di polizia giudiziaria coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ed eseguita dai militari della Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Palmi e del Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Gioia Tauro, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dei Comandi Provinciali territoriali.
L’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria e comunicata dal Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli, colpisce al cuore la filiera del narcotraffico legata alla storica cosca Alvaro di Sinopoli. Agli indagati – per i quali vale il principio di presunzione di non colpevolezza fino a eventuale condanna definitiva, essendo la procedura nella fase delle indagini preliminari e soggetta a impugnazione cautelare – sono contestati a vario titolo i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravante del metodo e dell’agevolazione mafiosa (art. 416-bis.1 c.p.), detenzione abusiva di armi, tentato sequestro di persona a scopo di estorsione e ricettazione di autovetture.
Dal carcere alle “chat criptate”: la cabina di regia e la complicità nel porto
L’inchiesta si è articolata in due fasi fondamentali. La prima nasce dagli approfondimenti legati a un ordine di indagine europeo (OIE) che ha consentito l’acquisizione e il decrittamento delle chat della nota piattaforma Sky ECC.
Da queste analisi è emersa un’organizzazione operante tra il 2020 e il 2021, la cui mente strategica risiedeva direttamente dentro una cella di detenzione. Due soggetti allora detenuti e compagni di cella avrebbero guidato le operazioni all’esterno facendo perno sui loro stretti congiunti, pronti a eseguirne gli ordini e a mantenere saldo il controllo operativo.
L’hub principale dell’importazione era lo snodo marittimo del porto di Gioia Tauro. Qui la droga arricchiva le rotte dal Sudamerica grazie anche alla complicità di operatori portuali infedeli, messi a disposizione del gruppo per gestire le delicate fasi di “esfiltrazione” dai container. Un giro d’affari imponente, stimato in oltre 300 kg di cocaina tra carichi riusciti e intercettazioni delle forze dell’ordine.
Il passaggio di testimone e il sistema dei corrieri “insospettabili”
La seconda parte dell’indagine, sviluppata mediante complesse attività tecniche tra l’aprile 2023 e il luglio 2024, ha dimostrato la costante vitalità dell’associazione criminale basata nei feudi di Sinopoli e Sant’Eufemia. In questa fase si è affermata quale figura di vertice il figlio di uno dei due storici detenuti, capace di proseguire le attività criminali coordinando una fitta rete di sodali.
Il modus operandi si è rivelato collaudato ed efficiente: Comunicazioni coperte: uso sistematico di telefoni criptati per ordinazioni e dettagli logistici. Logistica e trasporti: impiego di autonoleggiatori compiacenti che fornivano vetture (anche in orari notturni) guidate da corrieri e staffette insospettabili. Tariffario flessibile: lo stupefacente veniva acquistato direttamente in Calabria oppure consegnato a domicilio dalle “squadre” della cosca verso direttrici chiave come le province di Catania e Palermo; in tal caso la merce subiva un maggiorazione di prezzo legata al rischio del trasporto assunto dalla banda. Solo tra il settembre 2023 e il marzo 2024, i Carabinieri avevano già intercettato e arrestato in flagranza quattro corrieri, sequestrando oltre 25 chilogrammi di cocaina purissima.
Violenza brutalmente ostentata: dal finto scambio al racket commerciale
A fare da garante a tutta la struttura era la caratura criminale della cosca Alvaro, operante con una riconosciuta e pluridecennale “signoria” sul territorio. Un blasone mafioso che non solo garantiva accreditamento immediato con altri gruppi criminali italiani ed esteri, ma che pretendeva assoluto rispetto, punendo senza esitazione ogni ritardo nei pagamenti.
Nel provvedimento del GIP sono documentati episodi d’impatto: Il tentato sequestro: Durante una consegna simulata di cocaina, il gruppo aveva pianificato di sequestrare un acquirente palermitano colpevole di non aver saldato un vecchio debito; Il piano estorsivo è stato sventato in extremis dall’intervento coordinato della Polizia Giudiziaria; La forza dell’intimidazione: In altre circostanze di ritardo nei crediti, ai debitori veniva evocata l’appartenenza familiare agli Alvaro e lo stato di detenzione dei vertici, prospettando ritorsioni implicite ma inequivocabili; Colpi di pistola e controllo del mercato: Emblematico l’attacco contro la serranda di un negozio privato. L’esplosione di colpi d’arma da fuoco serviva a costringere l’esercente a cessare la vendita di un prodotto in diretta concorrenza con un’attività legata a uno degli associati. Un segnale chiaro per imporre le regole del mercato locale con metodi di prevaricazione mafiosa.
L’intero impianto accusatorio della Procura guidata da Giuseppe Borrelli rimarca come il traffico di droga, la gestione delle armi e la disponibilità di veicoli rubati non servissero unicamente all’arricchimento dei singoli, ma puntassero a procurare ritorni economici alla ‘ndrina e a ribadire il controllo soffocante degli Alvaro sul territorio reggino.











