Il quadro accusatorio della Dda di Catanzaro sugli omicidi maturati nell’ambito della cruenta faida tra il clan dei Loielo e quello degli Emanuele, che per anni ha insanguinato le Preserre vibonesi, supera un altro passaggio decisivo della fase cautelare dell’inchiesta denominata in codice “Conflitto”. Il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha infatti rigettato i ricorsi presentati dagli indagati coinvolti nei procedimenti relativi a due fatti di sangue rimasti per anni tra le pagine più oscure della ‘ndrangheta vibonese: l’omicidio di Antonino Zupo e quello di Filippo Ceravolo, il giovane ucciso per errore nell’agguato che, secondo l’accusa, avrebbe dovuto eliminare Domenico Tassone.
Una decisione che rappresenta un punto a favore dell’impianto investigativo costruito dai magistrati antimafia con il minuzioso lavoro di carabinieri e polizia. Secondo la Dda, le indagini avrebbero consentito di ricostruire il contesto, i ruoli e le responsabilità dei presunti autori di due episodi centrali nella guerra tra clan rivali per il controllo del territorio, delle estorsioni e degli equilibri criminali nelle Serre vibonesi. Il giudizio del Riesame era particolarmente atteso perché investiva la solidità delle accuse e i giudici hanno confermato la gravità del quadro indiziario per gli indagati coinvolti nei due omicidi contestati. Chi era in carcere resta in carcere in attesa della pronuncia della Cassazione, alla quale molto probabilmente ricorreranno le difese degli indagati colpiti da misure cautelari.
Filippo Ceravolo, la vittima innocente della faida
La vicenda più drammatica resta quella di Filippo Ceravolo, ucciso la sera del 25 ottobre 2012 in località Calvario di Pizzoni. Per questo fatto di sangue sono stati arrestati Giovanni Alessandro Nesci, detto Alex, Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro, ritenuti dall’accusa coinvolti, a vario titolo, nella fase esecutiva e logistica dell’agguato.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il vero obiettivo sarebbe stato Tassone, ritenuto vicino al gruppo Emanuele e indicato come componente del gruppo di fuoco della cosca rivale dei Loielo. Ceravolo sarebbe dunque rimasto ucciso nell’ambito di un’azione criminale pianificata per colpire un altro uomo. È il punto giuridico dell’aberratio ictus: l’offesa ricade su una persona diversa da quella voluta, ma il reato resta attribuito a chi aveva programmato e realizzato l’agguato. Nella ricostruzione degli investigatori, la dinamica dell’omicidio Ceravolo presenta i caratteri di una vera azione organizzata: postazioni di fuoco, presenza di più soggetti, un segnale di avvio e un’auto utilizzata per accompagnare o monitorare gli spostamenti del bersaglio.
L’omicidio Zupo: la trappola del formaggio
L’altro capitolo confermato nella tenuta cautelare riguarda l’omicidio di Antonino Zupo, avvenuto il 22 settembre 2012. Zupo, all’epoca agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione Ghost, venne ucciso dentro la propria abitazione.
Secondo l’accusa, l’omicidio sarebbe stato preceduto da almeno due tentativi falliti e da una lunga fase preparatoria. Il piano avrebbe previsto riunioni, sopralluoghi, l’utilizzo di una Fiat Punto rubata, armi già disponibili e l’individuazione del momento più favorevole per colpire la vittima. La fase decisiva sarebbe scattata con una trappola costruita attorno a un chilogrammo di formaggio. Secondo la ricostruzione dei collaboratori, Cristian Loielo si sarebbe presentato a casa di Zupo fingendo di portargli del formaggio per conto di uno zio di Pizzoni. Una volta entrato nell’abitazione, avrebbe poi estratto una pistola calibro 357 e sparato. Anche in questo caso, la Dda colloca il delitto dentro la faida tra cosche. Zupo viene indicato come braccio operativo di Bruno Emanuele, esponente del gruppo rivale. La sua eliminazione avrebbe avuto, secondo l’accusa, una chiara finalità strategica: colpire il fronte avversario nel pieno dello scontro criminale.
Per l’omicidio Zupo, la Dda contesta un ruolo centrale a Rinaldo Loielo, indicato come presunto mandante del delitto. Secondo l’accusa, sarebbe stato lui a impartire la linea e a determinare l’eliminazione della vittima nell’ambito della guerra con il gruppo rivale. Nel quadro accusatorio compaiono anche Filippo Pagano, cognato di Rinaldo Loielo, Valerio Loielo, fratello di Rinaldo, Cristian Loielo, 38 anni, di Gerocarne, e Francesco Alessandria, alias “Mustazzu”. Pagano, Valerio Loielo e Alessandria sono accusati, secondo la ricostruzione della Dda, di aver preso parte alle riunioni di organizzazione e pianificazione dell’omicidio. Cristian Loielo viene invece indicato come il presunto esecutore materiale dell’agguato, colui che avrebbe raggiunto l’abitazione di Zupo e avrebbe sparato.
La faida e l’aggravante mafiosa
Per entrambi i fatti di sangue, l’accusa contesta la matrice mafiosa e la premeditazione. Nel caso Ceravolo, la premeditazione sarebbe dimostrata dalla predisposizione delle postazioni di fuoco, dal segnale del clacson, dal coordinamento tra più soggetti e dal monitoraggio del bersaglio. Nel caso Zupo, emergerebbe dalla lunga fase preparatoria, dai tentativi falliti, dalla disponibilità delle armi e dall’organizzazione dell’inganno finale. L’aggravante mafiosa viene ricondotta al contesto generale: una guerra di ’ndrangheta per il controllo delle Preserre vibonesi, con gruppi contrapposti impegnati a colpire uomini ritenuti strategici nello schieramento avversario. È dentro questa guerra che, secondo la Dda, matura anche la morte di Filippo Ceravolo, il giovane che non aveva nulla a che vedere con quella faida di cui è vittima innocente.








