26 Ottobre 2026
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Il maneggio degli orrori a Cirò Marina, costretto a lavorare per poco più di 2 euro l’ora e minacciato: “Perdi tutto”

Nelle carte dell'inchiesta della Procura di Crotone lo sfruttamento di un uomo costretto a lavorare 10 ore al giorno, senza ferie, né riposi. Dormiva nel garage con la muffa

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Un cittadino marocchino, senza permesso di soggiorno, costretto a lavorare in nero in un maneggio, una struttura di 10.350 mq con 21 box e oltre 30 cavalli, sfruttato senza contratto, dal 13 dicembre 2024 al 28 maggio 2025, costretto a subire condizioni disumane per necessità. Emergono nuovi dettagli nell’inchiesta della Procura di Crotone che ha portato Vincenzo De Leo, 25 anni, di Cirò Marina, presidente dell’associazione sportiva dilettantistica Asd Yeguada agli arresti domiciliari (LEGGI). Lui, il suo datore di lavoro gli avrebbe promesso più volte a parole di fargli avere il permesso di soggiorno, pagandolo complessivamente 3.450 euro in contanti per 5 mesi e mezzo di lavoro, pari a 24,47 euro al giorno, 2,45 euro l’ora, a fronte di 10 ore al giorno dal martedì alla domenica.

Il tugurio come casa con muffa e sanitari rotti

Lo avrebbe fatto lavorare, senza riposi e senza ferie, non gli avrebbe fornito visite mediche, formazione sulla sicurezza, privo di scarpe antinfortunistiche e guanti. Come alloggio? Un garage di 25 mq sotto casa sua, con muffa su pareti e soffitti, sanitari incrostati e rotti, scarichi insufficienti, puzza, con tanto di piano cottura sporco senza lavandino, riscaldato solo da una stufa a gas con una bombola pagata dalla vittima. De Leo, indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, avrebbe minacciato il lavoratore di mandarlo via e di cacciarlo dal garage quando si infortunò, esponendolo a un grave pericolo per la sua vita, costringendolo a lavorare nonostante la diagnosi medica che attestava, tra l’altro la spondilosi e la scoliosi. Per la Procura di Crotone, coordinata dal procuratore capo Domenico Guarascio, De Leo, sarebbe “reo” anche di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, trattenendo l’uomo in Italia per trarne ingiusto profitto, quantificato in 11.066,70 euro tra contributi non versati e salari sotto i minimi, violando le norme che vietano l’impiego di un lavoratore straniero senza permesso e quelle sulla sicurezza. Secondo quanto riportato nell’ordinanza del gip Elisa Marchetto, l’indagine, delegata ai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Crotone, è scattata il 27 maggio 2025 da una segnalazione dell’associazione anti-tratta “Comunità Progetto Sud” di Lamezia Terme.

Le promesse mai mantenute

La vittima, che parla solo arabo, era stato trovato il 28 maggio dai militari nella stalla, intento a spalare fieno, impaurito e con un forte dolore alla schiena. Non aveva contratto né copertura assicurativa. Ha spiegato di vivere in quel garage, di non avere il passaporto, perso durante il viaggio dal Marocco attraverso la rotta balcanica. I militari sono andati a vedere il garage: un solo ambiente fatiscente, con muffa, bagno sporco, frigo vuoto, residui di cibo, scarafaggi, senza riscaldamento se non la stufa a gas. Il 10 giugno 2025, assistito da un interprete, il lavoratore sfruttato ha denunciato tutto, raccontando di essere stato portato al maneggio la sera del 12 dicembre 2024, dopo aver lavorato in un altro maneggio a Sellia Marina. De Leo gli avrebbe promesso 700 euro al mese, un alloggio e il permesso di soggiorno a gennaio 2025 e la vittima avrebbe accettato non avendo alternativa alcuna, ritrovandosi a lavorare dalle 8 alle 13 e dalle 15 alle 20, dando da mangiare a 23-30 cavalli, tenuto a pulire ogni box e ogni cavallo con rastrello e carriola, a spazzolare e lavare gli animali, a trasportare secchi d’acqua e sacchi da 30 chilogrammi, tutto a mani nude: “Ho ancora i calli sulle mani“. Quando finiva un lavoro, De Leo gliene assegnava un altro. Pagato a spizzichi, 50 o 100 euro alla volta. A gennaio solo 200 euro. A febbraio la promessa di portarlo a 800, poi 900 euro. Mai mantenuta. Gli restano da avere 1.430 euro. Tra il 28 e il 29 marzo 2025, mentre puliva il box del cavallo “Tuono”, arrivato da poco e ancora selvaggio, l’animale si è innervosito e lo ha schiacciato contro l’inferriata provocandogli un dolore fortissimo alla schiena.

“Se non torni ti sostituisco, non ti pago”

La vittima non dice nulla e continua a lavorare fino a quando il primo aprile decide di avvisare De Leo via WhatsApp, che gli avrebbe risposto di andare a prendere il Voltaren e di tornare il pomeriggio perché i cavalli erano sporchi e i clienti si lamentavano. Lo porta al Day Hospital, ma dice alla dottoressa che è “caduto”, nascondendo l’infortunio sul lavoro e nei messaggi De Leo insiste: “ho 30 cavalli”, “se non torni ti sostituisco“, “mi ridai le chiavi del garage e non ti pago”. La vittima paga con i propri soldi una radiografia che  evidenzia la lesione alla schiena e va al Pronto Soccorso di Crotone ma non riesce a farsi capire, non parla italiano, mentre De Leo lo minaccia al telefono: “Torni subito o perdi tutto”. Il 3 aprile torna al maneggio dolorante e trova tutto il lavoro arretrato, continua a lavorare con sofferenza, tra antidolorifici e creme, per paura di perdere lavoro, tetto e soldi arretrati. Fino al 28 maggio, quando i Carabinieri lo liberano dall’incubo. Per il gip le dichiarazioni della vittima sono lineari, coerenti e riscontrate: foto del garage, referto medico, screenshot dei WhatsApp con il tenore minatorio e il pericolo di reiterazione del reato è concreto, perché non si tratta di un fatto estemporaneo, ma una modalità strutturale di gestione dell’azienda. Fin qui le ipotesi di accusa, resta fermo il principio di non colpevolezza.

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