La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 31 persone nell’ambito dell’operazione “Anemone”, condotta dal ROS dei Carabinieri, che avrebbe portato alla luce — secondo l’impostazione accusatoria — una struttura ’ndranghetista stabile nella Capitale. Al centro dell’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Margherita Pinto, c’è la cosca Marando, espressione delle consorterie di Platì, ritenuta capace di ricostruire a Roma un’organizzazione articolata e radicata. Il fascicolo conta circa 80 capi d’imputazione, con al centro il traffico internazionale di stupefacenti. La prima udienza preliminare è stata fissata per il 21 maggio davanti al gup Gabriele Tomei, chiamato a valutare la richiesta della Procura.
Il sistema criminale: droga e controllo del territorio
Dalle indagini emergerebbe un’organizzazione in grado di gestire direttamente le piazze di spaccio romane e, allo stesso tempo, di muoversi lungo direttrici internazionali. Gli inquirenti contestano il traffico di oltre una tonnellata di cocaina e di circa 1.500 chili di hashish, numeri che delineano un’attività su larga scala. Nel quadro ricostruito dagli investigatori, la rete avrebbe mantenuto saldi legami con la Calabria, con un ruolo centrale attribuito al porto di Gioia Tauro nelle importazioni di droga, mentre sul piano operativo si sarebbe consolidata un’alleanza con gruppi criminali albanesi, ritenuti funzionali ad aprire nuovi canali di approvvigionamento e a diversificare le rotte.
Le violenze e il metodo mafioso
Tra le contestazioni più gravi figura quella di tortura aggravata dal metodo mafioso. Secondo l’accusa, uno spacciatore sarebbe stato rapito, legato e brutalmente picchiato, con le violenze riprese e poi diffuse per rafforzare il controllo del territorio e intimidire altri soggetti attivi nello spaccio, in particolare nella zona di San Basilio. Un episodio che, sempre secondo la Procura, rappresenterebbe in modo emblematico la capacità del gruppo di imporre la propria autorità attraverso la violenza sistematica e dimostrativa.
Tecnologia e cooperazione internazionale
Le indagini hanno inoltre documentato l’uso di sistemi di comunicazione criptofonici avanzati, ritenuti difficilmente intercettabili, forniti da una struttura con base a Roma e gestita da un cittadino albanese. Un elemento che evidenzierebbe il livello organizzativo e la capacità del gruppo di eludere i controlli delle forze dell’ordine. L’attività investigativa si è sviluppata anche grazie a una ampia cooperazione internazionale, che ha consentito di individuare e arrestare in Spagna cinque latitanti legati al traffico di droga. L’operazione si è conclusa con numerose misure cautelari, arresti in flagranza e sequestri di ingenti quantitativi di stupefacenti.
Gli indagati
- Fatjon (Bledar) Berisha, 37 anni
- Drini Beshtika, 66 anni
- Marco Bettini, 31 anni
- Antonio Callipari, 33 anni
- Alessio Cervellini, 44 anni
- Mariglen Cybi, 33 anni
- Alessio Di Pietro, 25 anni
- Giuseppe Fiorillo, 35 anni
- Jurgen Havalja, 42 anni
- Marco Lenti, 38 anni
- Francesco Marando, 29 anni
- Rosario Marando, 58 anni
- Luigi Marando, 26 anni
- Antonio Marando, 25 anni
- Erald Marku, 40 anni
- Beqir Mema, 39 anni
- Federico Mennuni, 29 anni
- Maurizio Miconi, 47 anni
- Francesco Molluso, 75 anni
- Francesco Mozzetta, 30 anni
- Riza Muco, 38 anni
- Domenico Natale Perre, 35 anni
- Domenico Pangallo, 43 anni
- Elis Roga, 47 anni
- Arjan Sagajeva, 44 anni
- Stefano Sbardella, 58 anni
- Pasquale Trimboli, 46 anni
- Angelo Turone, 54 anni
- Maurizio Valeri, 51 anni
- Gian Claudio Vannicola, 44 anni




