Le domande sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta nelle curve e sui legami con la potente cosca Bellocco rimangono un tabù invalicabile in alcuni ambienti milanesi. È quanto denunciato dal giornalista Klaus Davi, reduce da un viaggio d’inchiesta in Calabria dove ha intervistato diversi affiliati al clan, tra cui lo storico boss Gregorio Bellocco, noto come “U Lupu”. Domenica 28 giugno, Davi si è recato al centro sportivo Sandro Pertini di Cornaredo, alle porte di Milano, dove era in corso la festa della Curva Nord dell’Inter per celebrare i successi della stagione calcistica. L’ingresso del giornalista nella struttura è durato tuttavia solo pochi minuti: un gruppo di esponenti della tifoseria organizzata lo ha rapidamente circondato e accompagnato con la forza verso l’uscita del complesso, un episodio documentato in un video pubblicato su YouTube (https://youtu.be/KmHJJDzFYUs) con la post-produzione di Massimo Saladino.
La reazione del direttivo ultras nei confronti del giornalista è stata netta e priva di mediazioni, scandita da insulti e intimazioni a non fare ritorno. “Noi i giornalisti non li vogliamo e tu racconti minchiate” è stata la prima giustificazione verbale addotta per motivare l’allontanamento, seguita da espressioni perentorie quali “Vai fuori dai cog….. e non rientrare”, “Fuori dal c….” e “Dici solo minch…”. Gli esponenti della curva hanno preso le distanze dalle indagini della magistratura affermando a Davi: “Noi con la mafia non c’entriamo, quelli bruciano i santini. Non dobbiamo spiegazioni a nessuno e se troviamo altri giornalisti li accompagniamo fuori”. Gli stessi hanno poi richiamato le valutazioni istituzionali aggiungendo: “Le dichiarazioni del prefetto di Milano… Se lo dice lui che siamo migliorati…”. Prima che il cronista lasciasse definitivamente l’area, è scattato un ultimo avvertimento: “Inizia a scrivere le cose come stanno, quello che diciamo nella fanzine e nel libro della curva, altrimenti metti le persone in cattiva luce. Il giornalismo è un’altra cosa, sei il peggiore di tutti”.

Il contrasto istituzionale e la riflessione di Davi
L’episodio riapre il dibattito sulla reale situazione delle curve milanesi, a pochi mesi di distanza dalle note ufficiali diramate a novembre 2025 dalla Prefettura di Milano. In quella circostanza, l’ufficio governativo aveva diffuso un comunicato in cui evidenziava un progressivo miglioramento della gestione dello stadio, propiziato dall’introduzione della vendita di biglietti nominali e dalla revoca di centinaia di abbonamenti a soggetti inseriti nelle cosiddette liste nere. I fatti di Cornaredo dimostrano tuttavia come il tifo organizzato continui a manifestare una profonda ostilità verso il diritto di cronaca, configurandosi come una sorta di territorio autonomo, in continuità con le logiche che caratterizzavano il periodo della gestione di figure apicali come Antonio Bellocco, Andrea Beretta e Luca Lucci.
Al rientro dal presidio, Klaus Davi ha espresso una dura analisi sulle dinamiche culturali e sociali che regolano la metropoli lombarda, evidenziando una forte contraddizione geografica rispetto al contrasto alle mafie. “In Calabria, in Sicilia e in Puglia si possono fare domande, incalzare persone e interrogare i boss veri, ma a Milano no”, mette nero su bianco Davi. Con estrema rapidità il ‘Caso curve’ è finito nel dimenticatoio, i club si sono sentiti legittimati a raccontarsi come vittime dei ‘cattivi ultras’ escludendo ogni forma di complicità e tutto è passato in cavalleria. A nessuno è venuto in mente – osserva Klaus Davi – che forse bisognava anche motivare le società calcistiche a promuovere una cultura antimafia all’interno degli stadi. Per combattere la mentalità mafiosa, scriveva qualcuno, la formazione, gli insegnanti e la cultura sono indispensabili. A Rosarno sì, a Corleone sì, a Ponticelli sì – dice Davi – ma questa regola nella ‘Milano da bere’ non vale”.










